Cuori intrepidi, ecco di cosa abbiamo bisogno.
Mossi dall’ispirazione, da una passione ardente, da una misteriosa illuminazione.
Redness è una rivista fatta di incontri, luoghi, visioni, letture, meditazioni.
La cultura intesa come “disciplina spirituale”. Non l’apparato o l’accademia, non l’oggetto di consumo, a cui dedicare un’attenzione museale, ma una forza capace di cambiare le coscienze e trasformare il mondo.
Noi cerchiamo l’energia, la bellezza, il fuoco sacro, l’idea rivoluzionaria, l’allegria. Ma anche il silenzio, la lentezza, il vuoto, l’ozio consapevole, la nobile rinuncia, la parola gentile pronunciata sottovoce: a volte ci vuole più coraggio a dire “no”, a liberarsi dalle convenzioni e dai condizionamenti, a uscire dalla logica del “me” e del “mio” (una prigione invisibile), rischiando la vertigine del “noi” (che comprende gli altri e la natura, il visibile e l’invisibile).
Redness significa “rossità”. La qualità del rosso. L’energia primordiale. La rubedo alchemica che trasforma il piombo in oro.
«Un tocco di rosso fa più effetto di un’intera secchiata d’acqua» (Matisse).
Noi cerchiamo l’entusiasmo, il senso, la motivazione. In questi tempi cinici e stanchi, abbiamo bisogno di ritrovare ciò che ci dà la forza di alzarci la mattina, o che ci tiene svegli fino a tardi. Ecco che cos’è la redness: lo scopo, il significato di ciò che facciamo.
Abbiamo bisogno di donne e uomini che non si accontentano di sopravvivere – ah, l’ebbrezza dell’apocalisse prossima ventura! – e per questo amano creare, costruire, immaginare, ognuno nel suo modo, unico e diverso, perché l’universo ha bisogno di guardarsi con occhi sempre nuovi per conoscersi meglio.
Racconteremo cose note e meno note, a cui offriremo la nostra voglia di scoprire e di capire, insieme al gusto dello scrivere (e del leggere), perché la rivista non deve essere un dovere, ma un piacere.
Spiritualità, scienza, arte, ambiente, filosofia, libri e film, culture e colture, a noi va bene tutto, purché sia fatto con redness.
Ma nulla è più fondamentale dello scoprire la differenza tra guardare le cose (per abitudine, pregiudizio, banale disincanto) e vederle per davvero (con consapevolezza, empatia, meraviglia, con l’energia e la libertà della prima volta).
«Il rosso ha l’impeto e la dignità di un cuore intrepido» (Man Ray)
Il prossimo tuo
“Amata comunità”. Martin Luther King la chiamava così. La comunità che include anche i nostri “nemici”, quelli che hanno aspirazioni diverse dalle nostre, che vivono e pensano in tutt’altro modo, che forse ci odiano, perfino. Un luogo ideale in cui c’è posto per tutti, nessuno escluso, e proprio per questo tutti sanno di dover dare il proprio contributo.
C’è qualcosa di più lontano dall’idea, vecchia quanto l’uomo (fallimentare, così dice la storia), e così ampiamente diffusa in questi tempi molto social e poco sociali, che la mia felicità dipenda dalla sua fine, la mia vittoria dalla sua sconfitta, il mio successo dal suo fallimento? Nel “suo” metteteci chi volete, il vicino, il politico, l’ex-marito, lo straniero che non si integra, il padrone sfruttatore, il popolo da annientare…
Ci sono i “buoni” e ci sono i “cattivi”, senza ombra di dubbio, ci sono delle regole di convivenza che dovrebbero assicurare giustizia ed equità, ma è difficile fare dei passi avanti se non si esce dalla dinamica vittima-carnefice, dalla logica dell’odio e della vendetta, da un pessimismo antropologico che spesso è una comoda scusa, più che una realtà fatale.
Christiana Figueres, diplomatica costaricana, che tanto si è spesa per il raggiungimento di un accordo mondiale sul clima (Parigi 2015 porta la sua firma), ricorda che la parte più difficile del suo lavoro era esercitare un ascolto profondo e sincero di tutte le opinioni, anche le più lontane dalla sua (nel nome del suo maestro Thich Nhat Hanh). Le opinioni sono destinate a cambiare, non abbiamo alternative alla ricerca di un vero dialogo, in cui entrambe le parti sono disposte a riconsiderare ciò in cui credono, per provare a vivere in un mondo in cui “vincono tutti”.
«Il punto non è il potere che si ha “su” qualcosa, ma il potere che occorre “per” fare qualcosa», dice Christiana Figueres: «È un’opportunità sacra quella che tutti noi stiamo avendo in questo momento: essere vivi e adulti nel momento in cui la storia e l’umanità stanno attraversando una fase di cambiamento tanto straordinaria» (…)
Prima devi perderti
“Perdersi per ritrovarsi”. Quante volte lo abbiamo letto o ascoltato? La frase è potenzialmente letale – per l’ego, per le nostre abitudini di pensiero, per la comoda routine che governa le nostre giornate. Se non fosse per il fatto che suona un po’ astratta. Perdersi dove? In che modo? È una questione psicologica, spirituale? Anche, sì. È una metafora? Certamente. Ma come fare a vivere l’esperienza che riusciamo a intuire dietro il limite delle parole?
Franco Michieli, esploratore, geografo, narratore (di luoghi e di avventure), quella frase l’ha tradotta in realtà, in una pratica che va esercitata con tutti i sensi – anche quelli invisibili, legati all’intuizione. Guardare, ascoltare, sentire, connettersi all’ambiente circostante, in luoghi sperduti, pianure desertiche, spazi vuoti resi inabitabili da condizioni meteo proibitive, per provare a trovare la via, anzi per “essere trovati”.
Perché la questione è tutta qui. Riconoscere i propri limiti, abbandonare l’ossessione del controllo e l’illusione di bastare a se stessi, per entrare in relazione con l’altro, connettersi a qualcosa di più grande, e scoprire risorse misteriose che non sapevamo di avere.
«Ogni volta – scrive Franco Michieli – con emozione profonda, mi sono sentito parte di una relazione invisibile, che deve esserci, visto che funziona, anche se la mente non la sa individuare. Sono momenti che descriverei come esperienze spirituali: qualcosa che cambia il nostro sguardo sul mondo e ribalta le priorità tipiche della civiltà tecnologica, ossessionata dal controllo degli eventi. La possibilità di perdersi e di vivere il ritrovamento diviene allora un valore così alto da rendere insulso ogni accorgimento che vorrebbe tenerci sempre su strade certificate (…) Tutto nell’esistenza è in reciproca relazione» (…)
Sonnambuli e Beati
Bisogna avere occhi capaci di vedere. Lo dice Hoffmann alla fine dello Schiaccianoci; lo diceva il Piccolo principe, citatissimo e incompreso; lo dicono da sempre fiabe, miti, racconti iniziatici.
Lo diceva anche Albert Einstein – a proposito di cultura pop – parlando di coloro che non sono capaci di meraviglia e di venerazione. «Sono come morti», diceva lui. «Sonnambuli che credono di essere uomini», scriveva Gustav Meyrink, che di meraviglia se ne intendeva, anche se i suoi racconti fantastici erano, per lo più, allegorie alchemiche.
Quelli che pensano di avere gli occhi aperti, di essere furbi e svegli, di solito sorridono di fronte alla metafora, che sembra un appello all’irrazionale, alla fuga nell’immaginazione. In realtà è l’esatto contrario. Bisogna essere estremamente lucidi e consapevoli per vedere chiaramente quanto siamo vittime delle illusioni, delle nostre abitudini di pensiero, delle narrazioni correnti. La meraviglia non è un banale stupore che ti fa dire “oooh”, che ti regala il piacere effimero dell’inconsueto, liberandoti dalla noia (per qualche minuto, al massimo qualche ora). «La meraviglia si manifesta quando un’esperienza entra in conflitto con un mondo di concetti già sufficientemente stabile in noi» (ancora Einstein).
Per quanto il concetto sia stato normalizzato e depotenziato, la meraviglia rimane un’arma formidabile per provare a evadere dalla prigione dorata della routine, dalla tirannia dell’ego, dallo spettacolo quotidiano della realtà mediatica.
(…) Ma la sostanza sta nelle riflessioni che Marco Vannini ricava da un monaco medievale, un pensatore-mistico indispensabile come Meister Eckhart, ritrovando il senso vero, evangelico (comune a molte tradizioni spirituali), dell’essere piccoli, bambini, poveri non nel senso dell’avere ma dell’essere: rinuncia a tutto e otterrai il Tutto! Superate le ragioni del possesso e dell’affermazione di sé, rimangono quelle del puro essere, della piena gioia, della vera felicità.
Beati loro! Anche noi, volendo.
Il grande falò
E se il mondo avesse un’anima? Sarebbe molto più facile pensarci indissolubilmente legati. Tutti, indistintamente, esseri umani, animali, piante, pietre, nuvole, mari… Ma anche pensieri, forme, canzoni, pianti o sorrisi, bisogni del corpo e dello spirito, diritti e doveri.
Sarebbe più facile capire che “si vince” o “si perde” tutti insieme (che non posso essere indifferente a quella sofferenza o a quella foresta che brucia), se fosse vera quell’idea antica, diffusa in tante culture, secondo cui la natura è un unico organismo vivente, con un principio che la guida, una forza invisibile, un’energia intelligente.
I maori della Nuova Zelanda sono convinti di essere tutti di scendenti da Papa e Rangi, Terra e Cielo, imparentati con alberi, uccelli, pesci (ce lo ricorda Andrea Staid nel suo Essere natura). Gli indigeni Hmong e Dzao, del Sudest asiatico, credono che tutto abbia un’anima, che perfino le case abbiano un loro sviluppo organico, determinato dalla qualità delle relazioni di chi le abita e dal rapporto con ciò che la circonda.
Ci sono culture millenarie, in Oriente, fondate su questo modo di concepire la realtà, che sia il Sé indiano (ognuno custodisce una scintilla di quel principio superiore) o il Tao cinese. E in Occidente sono in tanti ormai a sottolineare le misteriose corrispondenze tra le scoperte più recenti della fisica e quelle concezioni tradizionali, fondate su un universo che è pura energia, suono, spirito, di cui sono fatte tutte le cose. L’Anima Mundi la troviamo in Platone («il mondo nacque come essere vivente dotato di anima e intelligenza») e tra gli stoici (in forma di Logos), nel neoplatonismo e nello gnosticismo (come divina Sophia). Pietro Abelardo la evocava in forma di Spirito Santo, mentre Marsilio Ficino ne sancì la ritrovata fortuna nel Rinascimento.
Di un elemento spirituale – un principio vitale in telligente – presente in tutte le cose, collegato all’anima del tutto, hanno parlato mistici, filosofi, poeti, il Romanticismo europeo e il Trascendentalismo americano, Rilke, William James, Jung, Hillman e tanti altri.
In effetti non è così difficile pensarlo e sentirlo. Volendo si può immaginare la realtà, come faceva Plotino, nella forma di un grande falò che illumina la notte. La notte è l’universo sconosciuto, buio, la materia nella sua forma più caotica e informe. Ciò che brucia senza consumarsi è l’Uno. Il falò emana scintille, le anime, frammenti di luce che rischiarano la notte. È grazie a quei bagliori se riusciamo a vedere qualcosa. A capire, a sentire.
Non è affascinante pensare alla realtà come a una trama ininterrotta di cose e persone, idee ed emozioni, collegate tra loro? Come se ogni elemento dell’universo, piccolo o grande, visibile o invisibile, avesse in sé una qualche forma di coscienza e consa pevolezza, che si rispecchia in sé stessa (si conosce, si anima, si immagina agendo nel mondo) e anela a una ritrovata unità? L’alternativa qual è? Un mondo fondato sul caso e sul caos, meccanicista, fatto di entità separate che si esauriscono nei loro corpi, gusci vuoti, che facilmente si possono trasformare in merci. Vite chiuse nel proprio egoismo, nei propri problemi, solitudini facilmente suggestionabili e ricattabili. (…)
L’In-Nessun-Luogo
L’ Oriente per Hermann Hesse non era solo un luogo geografico. Era un modo di essere, un ideale, era la “patria dell’anima” e la sua giovinezza, «il Dappertutto e l’In-Nessun-Luo go».
Nel suo (e nostro) Occidente vedeva un’umanità schiava della tecnica, resa arida dall’intellettualismo e dal nichilismo, priva di qualsiasi slancio e vitalità, che la società di massa avrebbe trasformato in un’insieme informe di individui omologati e conformisti.
La sua non era un’analisi politica, non faceva della sociologia. Era l’intuizione di un artista, di un cercatore visionario e se vogliamo anche naÏf (non è sempre un difetto).
L’Oriente era l’orizzonte del possibile (davanti a noi, ma radicato nel passato), il richiamo di una comunità e di una visione spirituale della vita (l’essere prima dell’avere). Era un modo di percepire la realtà come un tutto in cui siamo legati gli uni agli altri (e con la natura), ognuno alla ricerca di una misteriosa patria perduta (…)
«Anch’essa, la mia anima, soffre sorridendo di tutte le crudeltà e violenze del pensiero avido di potere (…) Oh, quest’anima, questo bel mare oscuro, natio, pericoloso! Mentre io instancabilmente studio, accarezzo, interrogo e assedio la sua superficie dai colori cangianti, essa, come per scherzo, continua a gettare ai miei piedi, da profondità senza fondo, un enigma dagli strani colori, conchiglie che parlano di spazi smisurati e ignoti, come il frammento di un antichissimo gioiello evoca isolate, incerte me morie di un lontano tempo sepolto». Un tempo da ritrovare.
Senza confini
Gli Anangu sono un popolo indigeno australiano. Una delle culture viventi più antiche del mondo. Anangu significa “essere umano”, “popolo”. La loro vita è fondata sul rapporto con gli Antenati, le piante, gli animali. Non hanno una parola per dire “natura”, come fosse qualcosa di separato dall’uomo. Non hanno il mito della Caduta, del legame spezzato, l’esilio da espiare nel dolore, come fosse una prova da superare.
Ne parla William Atkins nel suo magnifico libro sui deserti, Un mondo senza confini. Sarebbe complicato spiegare a un Anangu i problemi che sta vivendo la civiltà occidentale, nel suo rapporto con la natura.
D’altra parte, potrebbe osservare qualcuno, la nostra civiltà è nata proprio da questa separazione, sia da un punto di vista filosofico, ideale, che da quello tecnico, materiale. Dallo sfruttamento delle risorse a disposizione.
Suona quasi paradossale il fatto che oggi si torni a guardare (anche) alle culture indigene per ritrovare il bandolo della matassa, troppo intricata ormai, e ipotizzare un modo diverso di abitare il mondo, di concepire l’uomo e il suo rapporto con gli altri esseri viventi, di ragionare in termini di unità nella differenza.
Per gli Anangu «la terra è come i figli». Una pozza d’acqua non va preservata per una questione di utilità. È qualcosa di sacro. Un dovere morale. «Distruggere la terra non significa privare qualcuno di una proprietà. È distruggere la trama del loro essere». Significa rompere il legame religioso con lo spirito creativo.
Questa idea di sacro, questa concezione organicista e non meccanicista dell’universo, questo senso di interconnessione fra le cose, è davvero così impossibile da re-imparare, con gli opportuni (anche scientifici) adattamenti concettuali? (…)
La bellezza del “noi”
Siamo dalla parte degli indifesi. Poco importa la nazionalità, il credo, l’etnia, il reddito, la storia pregressa, l’ideologia.
A noi, fortunatamente, non spetta la cronaca. Ma occuparsi di senso e di bellezza, parlare di musica, cinema o teatro, evocare Dante (poesia che rivela e trasforma) o Francesco (il santo che vede Dio nel lebbroso), riflettere su ciò che ci rende umani, non significa starsene comodamente in disparte, indifferenti. Al contrario. È una forma di resistenza. Un modo per combattere, con le armi migliori che abbiamo.
Leggete cosa dice Lucilla Giagnoni sulla fondamentale differenza tra il combattimento e la guerra – così come quella tra l’avversario e il nemico. Noi, come lei, continuiamo a credere nella forza delle parole, che sono in grado di “fare la pace”, che possono curare, che ci aiutano anche a percepire ciò che ci supera, l’infinitamente grande (…)
Di tutte queste cose ci parla anche fra Marcello Longhi, che a 15 anni si prese “una cotta” (come dice lui) per i frati e per san Francesco, e che ora si ritrova a guidare l’Opera, il suo pacifico esercito di professionisti e di volontari, esempio di carità che funziona.
Con lui riflettiamo su ciò che sta alla radice di quell’atto di carità: se espelli Dio dalla vita, dice fra Marcello, gli esseri umani sono ridotti a numeri, cose, di cui il potere (qualsiasi esso sia) è libero di disporre come meglio crede. Ma accadono meraviglie «quando le persone “umanamente intelligenti” e quelle “sinceramente credenti” si mettono insieme».
La “povertà nello spirito”, di cui parliamo anche parlando di esicasmo, che Francesco conosceva bene, è qualcosa che va oltre l’essere esteriormente poveri o ricchi, ha a che vedere con la nostra capacità di uscire dalla prigione interiore dell’io, l’egoismo che ci separa dagli altri (e da noi stessi), per ritrovare l’unità originaria, la bellezza dell’essere un “noi”.
Una questione di Qualità
C’è la via diritta, comoda, sempre molto larga, che ti porta inesorabilmente verso una meta scelta da qualcun altro, dentro i parametri rassicuranti del quieto vivere.
E poi c’è quella stretta e tortuosa, generalmente in salita, percorsa dagli inquieti e i disturbatori, i cercatori di nuove strade (o strade antichissime, da ritrovare), i sognatori ostinati, gli artisti dell’incompiuto e l’incompreso, il non detto, l’invisibile. Quelli che piacciono a noi. Portatori sani – ma anche folli, irragionevoli, sconsiderati – di redness.
La Qualità, come direbbe Robert M. Pirsig, che, mentre ci raccontava lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, provava anche a spiegarci cos’è questa cosa che tutti conosciamo ma non riusciamo a definire, che precede le categorie, le forme, i dualismi, ma dà un significato a tutto ciò che facciamo.
Una cosa che finirà per assimilare a concetti antichissimi come il tao, il dharma o l’areté. Un senso, una direzione, un’idea che precede le idee, fatta di bellezza, bontà, giustizia, verità, ma senza il carico di moralismo e conformismo che spesso accompagna queste parole.
Verrebbe quasi da evocare l’Essere, come faceva Maharishi Mahesh Yogi, visto che c’è anche lui tra i protagonisti di questo numero: realtà ultima, trascendentale, sorgente di ogni pensiero, ma anche molteplicità e diversità delle cose, assoluto e relativo insieme, da ritrovare e reintegrare nella vita, perché «è possibile per l’uomo vivere nel campo dell’azione e, simultaneamente, vivere anche una vita di eterna libertà nella coscienza di beati tudine dell’Essere».
A proposito di cose fuori moda, in questi tempi cinici, caotici, violenti: «Il fine della vita è l’espansione della felicità», per tutti, nessuno escluso. D’altra parte siamo il frutto di milioni di anni di evoluzione (energia, coscienza, che si fa materia) da cui è emersa la consapevolezza di sé (…)
In questo attimo
Servono occhi limpidi, per riuscire a vedere che siamo legati uno all’altro, esseri umani e alberi, animali e pietre, campagne e città. Non per un qualche vago sentimentalismo, per una decisione “politica” o un’intenzione “filosofica” astratta. Legati dall’aria e la terra, dall’essere capitati su questo pianeta straordinariamente ricco di risorse, bellezza, possibilità. Una questione biologica e culturale. Anche spirituale.
Scrive Annamaria Gyoetsu Epifanìa: «Noi, voi, ogni creatura, siamo l’uno la voce dell’altro; la narrazione di un’unica esistenza. Tra visibile e invisibile la magia di spazi inesplorati gioca a palla tra fili d’erba e filo spinato. Esistiamo se sfiorati, toccati, colpiti. Nell’altro il nostro esserci, l’interconnessione a definirci».
Lei, che un tempo ha danzato accanto a Nureyev e Carla Fracci, e che oggi è una monaca zen, aiuta gli altri a meditare e a conoscersi meglio (ad essere, a liberarsi) attraverso il movimento, e scrive libri bellissimi come La Via degli Occhi Limpidi (Lindau).
La sua storia ci ricorda che la realtà è sempre più interessante di qualsiasi romanzo, più istruttiva di un saggio sull’arte di vivere, più venerabile di un testo sacro. L’idea che il compito più grande della vita sia imparare a stare con ciò che c’è – con tutto il nostro amore, la forza, l’attenzione, la curiosità, la creatività, l’abbandono – è di quelle che possono trasformare le persone e il mondo.
(…) A proposito di libri capaci di cambiare la vita delle persone, questo mese omaggiamo anche l’Autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda, maestro dei nuovi tempi, quelli in cui siamo chiamati non a credere ciecamente, ma a sperimentare, magari attraverso la meditazione, che ci porta alla fonte, il centro di ogni vera religione, tradizione, disciplina spirituale: l’esperienza del Divino. Che significa anche andare oltre il piccolo sé, ritrovare l’Uno. (…)
Scrive ancora Gyoetsu: «La forza del cuore può dissolvere i pensieri. Nessuna via di scampo quando il corpo-mente ha un unico intento. Ciò che vede il cuore è ciò che la vita promuove. Molecole si aggrappano alle onde. Il fuoco, centro della terra, offre sé stesso. Ogni lampo, nuvola, pesca matura offrono sé stessi lasciandosi guardare e raccogliere. Le rughe, narrazioni sul nostro volto, pun gono il cuore. Nella sua morbidezza, l’appuntamento con l’eternità è qui, in questo attimo».
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