La catastrofe annunciata in realtà è già avvenuta. Non è una possibilità da scongiurare. Un pericolo su cui fare la morale. L’abbiamo già consumata. Trasformata in uno spettacolo grottesco.
Ecco di cosa parla Digger, un film-dispositivo che sta tutto nella sua forma eccessiva, strabordante, fondata sull’esibizione (estetica e attoriale). Un’opera al quadrato in cui un titanico Tom Cruise incontra il cinema esagerato di Alejandro González Iñárritu, uno di quei registi-autori che amano specchiarsi nella propria opera.
Ma qui lo specchio è lo strumento, lo spettacolo è il senso, lo stile pirotecnico riflette la nostra insensata noncuranza, il cinismo edonista, il disincanto in maschera, l’arzigogolo post-umano della post-verità.
Digger per González Iñárritu è un po’ come Poor Things per Lanthimos, il film che eleva i tic e i limiti dell’autore a significato, adattandosi perfettamente all’idea. Per questo è un film straordinario.
Tom Cruise è Digger Rockwell, un mostruoso magnate del petrolio che ama solo il suo vecchio gatto-zombie, e di fronte al disastro ecologico, all’orrore, alla fine di un mondo, arringa il popolo e la politica, appellandosi al benessere, alla libertà, all’ipocrisia di chi vuole vivere al massimo ma non accetta i costi dell’impresa.
L’iceberg gigantesco generato dalla trivellazione selvaggia, che si stacca dalla Groenlandia e viaggia spedito verso l’Europa, è quasi una metafora geopolitica. L’elefante nella stanza. La riunione clownesca tra il magnate e i vertici della Casa Bianca è un virtuosistico esercizio di sadismo e stupidità, che assomiglia terribilmente alla realtà.
Il tempo è scaduto da un po’. Non c’è più spazio per l’epica nichilista, arcaica e feroce, la fascinosa epopea nera del Petroliere di P.T.A. Ormai ci è rimasta solo la caricatura, il cartoon, come si lamenta Curtis, l’attore (sempre Tom Cruise), che vorrebbe dare dignità alla storia e al discorso che porta con sé.
Il secondo strato del film, il teatro dell’assurdo, si apre sul baratro del terzo, sotterraneo, che esplode nei colori finti di una natura inventata (una veduta, per lo più), che emerge nei suoni inquietanti, l’elettrica imitazione della vita, e poi si realizza nel finale “a sorpresa”.
C’è poco da ridere, che sia satira o farsa. C’è poco da fare i sofisticati, e stare a discettare se è nato prima l’uovo o la gallina, i nostri desideri insaziabili o le risorse di cui abbiamo scoperto i limiti. Perdere tempo a discutere se è meglio denunciare la verità, rappresentare la realtà così com’è, oppure trasformarla in commedia, rendendola accessibile al pubblico, alla massa. Tanto la catastrofe è già accaduta.
Nessuna caricatura potrà mai essere all’altezza di Trump e la sua corte, di una realtà che è già andata oltre il grottesco. Nessuna iperbole potrà arrivare alle vette di cinismo raggiunte da certi campioni del Capitalismo selvaggio.
E allora ci sta bene anche lo Stranamore (post)contemporaneo, il massimalismo metanarrativo, le simbologie elementari e le paturnie intellettuali, la messinscena formidabile (cornici di cornici che si affacciano su fuori campi veri o presunti), la mirabile fotografia di Lubezki, le idee scenografiche che riempiono gli occhi e negano la possibilità di una qualsiasi verità.
Basterebbe il trucco pesantissimo di Tom Cruise, per rendere l’idea. Ma qui il regista messicano dà il meglio di sé, dentro un diorama in grandangolo che aspira al grande cinema in purezza, sollecitando e provocando continuamente lo spettatore, con un “troppo pieno” che suscita straniamento e lascia storditi, come le chiacchiere di un Potere muscolare a cui non riusciamo a dire di no.
Ecco, alla fine, cosa rimane. Anche il “cattivo” è funzionale al racconto di un’ideologia che si nutre della propria arroganza. Si offre a noi consumatori, spettatori plaudenti o ululanti, complici o nemici giurati, sopravvissuti a un disastro che è già accaduto.

