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Venezia 2022: persa l’innocenza, cosa rimane?

Il meglio e il peggio visto alla Mostra dell’Arte Cinematografica: tanto ego, un po’ d’impegno e il fantasma del Covid.
Sei film che abbiamo amato, da Blonde a Trenque Lauquen.

La passerella di Timothée Chalamet (credit La Biennale - Foto ASAC - Giorgio Zucchiatti).

La perdita dell’innocenza. Anzi, peggio, la sua umiliazione. Il prezzo (umano) altissimo che paghiamo alle ragioni dell’arte e della civiltà, al progresso tecnologico e alla crescita economica, ma anche al bisogno di essere accettati, apprezzati, possibilmente amati.

Forse è questo il “tema” di Venezia 2022, o meglio, lo sfondo esistenziale e sociale (e politico, e culturale) dei film migliori visti quest’anno. La vetrina di un festival ha sempre tante forme, generi, atmosfere di verse, ma viviamo tutti sullo stesso pianeta ed è difficile sfuggire allo spirito del tempo. Il nostro tempo parla di solitudine e sopravvivenza (dal Covid alla catastrofe ecologica annunciata), di identità in discussione e meccanismi di potere logori che perpetuano se stessi stancamente.

Bones and All
Bones and All di Luca Guadagnino

Lo si può dire romanticamente, con i giovani cannibali di Bones and All, nomadi e innamorati, in fuga dal decrepito sogno americano, in un film tetro e affascinante di Luca Guadagnino (sempre più consapevole dei suoi mezzi).

Lo si può ritrovare negli anni Sessanta di Emanuele Crialese, L’immensità, in quell’idea di famiglia che è una prigione dell’anima, in cui la moglie è un oggetto, un ruolo, un meccanismo sociale, e una ragazza che sente di essere un ragazzo rischia di impazzire.

Lo si può ambientare dentro una casa-bara, quella in cui vive il professore obeso di The Whale (Darren Arofnosky), che vorrebbe meritarsi l’amore della figlia, anche se la vita e la società lo hanno espulso dalla realtà. Qui, ad esempio, c’è un finale luminoso, un’idea di salvezza possibile, di trasfigurazione (che ha irritato molti e appassionato qualcuno), perché non tutto è perduto quando c’è un essere umano che vive per l’amore e la poesia, un ideale assoluto, per cui vale la pena anche morire.

L’innocenza di Norma Jeane (Blonde), il suo bisogno di essere amata e ammirata, si scontra con gli appetiti suscitati da Marilyn Monroe, con i meccanismi di un’industria che la stritola, una fama che si nutre di morte e alienazione (qui la redenzione è postuma, rinviata a una dimensione esclusivamente cinematografi ca, un cinema quasi medianico).

In The Banshees of Inisherin, l’innocente Pádraic, “l’amico noioso”, l’uomo troppo buono e semplice per essere vero, finisce per autodistruggersi, nell’impossibilità di capire le ragioni di Colm, il suo mutismo assurdo e spietato (verrebbe da dire “ideologico”), la sua improvvisa vocazione all’immortalità musicale (si può anche ridere delle tragedie del mondo e dell’uomo).

C’era tanta famiglia – ovviamente in crisi – in questo festival, padri e figli che non si capiscono e non si riconoscono, convivenze (lockdown) forzate, metafore “covidiane”. Si può guardare il mondo, e provare a capirlo o cambiarlo, osservandolo dal basso del quotidiano, che sia il buco della serratura (nei casi peggiori, quelli del voyeurismo sentimentale melò alla The Son) o l’intimità più vera e segreta (in quelli migliori, tipo Love Life).

Ma non è un caso che il Leone d’Oro sia finito a All the Beauty and the Bloodshed, che non era certo il film più bello, ma racconta un’artista-attivista come Nan Goldin, sopravvis suta a disastri famigliari, dipendenze chimiche e battaglie legali, fotografa dell’avanguardia newyorchese e nemica giurata della ricchissima famiglia Sackler, accusata di aver causato scientemente la dipendenza da oppioidi (e la morte) di migliaia di persone. Laura Poitras accumula frammenti, foto, ricordi, immagini, in un tentativo bulimico di cinema poetico ed esemplare.

All the Beauty and the Bloodshed
All the Beauty and the Bloodshed

Non è un caso neppure che tra i film migliori ci fossero il classicissimo Argentina, 1985 di Santiago Mitre, un legal thriller con suspense che fa i conti con la giunta militare di Videla, e No Bears (Gli orsi non esistono) di Jafar Panahi, ora in carcere in Iran, che torna a mettere in scena il rapporto tra realtà e rappresentazione, e lo fa con una sensibilità e una lucidità che non lascia scampo, che ci interroga sul nostro dovere di cittadini ed esseri umani, di creatori consapevoli di immagini (vere/finte) e spettatori critici (che si fanno delle domande su ciò che vedono).

Difficile capire cosa ci ha detto Venezia 79 sul presente e il futuro del cinema. Soprattutto sulla forma-cinema. Di sicuro c’è sempre più ego, nel bene e nel male (lo stile egotista, il virtuosismo narrativo e stilistico fine a se stesso, è cosa ben diversa dal “cinema personale”, che una volta si chiamava autorialità).

Bardo esonda oltre il talento indiscutibile di Iñárritu. Baumbach (White Noise) non fa un passo oltre Don De Lillo. The Eternal Daughter è un esercizio intellettuale estenuante di Joanna Hogg. E si fatica a capire il perché di film come Chiara (della pur brava Susanna Nicchiarelli) o Dead for a Dollar (ma come si fa a non voler bene a Walter Hill?).

Ma Blonde, film esagerato, anche “sbagliato”, è travolgente, il suo falso iper-cinema finisce per somi gliare a una qualche verità. Amelio continua a fare grande cinema. E di fronte al formidabile esordio fiction di Alice Diop, Saint Omer (film per cinefili duri e puri e anime vive), abbiamo la certezza che il cinema sia uno strumento ideale per pro vare a sfondare il muro di parole, pregiudizi, immagini prefabbricate che qualcuno chiama realtà, mentre è solo rappresentazione. Siamo sempre alla ricerca di una nuova narrazione delle cose.

Sei film amati

THE BANSHEES OF INISHERIN (Gli spiriti dell’isola) di Martin McDonagh

Pádraic e Colm sono grandi amici. O almeno così pensano tutti, e lo pensa soprattutto Pádraic, che rimane prima sorpreso, poi esterrefatto e letteralmente sconvolto, quando Colm decide che l’amicizia è finita.

Sembrerebbe l’esile trama di una commedia surreale. Ma nella remota isola irlandese di Inisherin, tutto è destinato ad essere amplificato. Pádraic (Colin Farrell), uomo buono e semplice, non riesce ad accettare la scelta di Colm (Brendan Gleeson), che preferisce dedicarsi alla musica, piuttosto che perdere tempo con l’ex-amico noioso. Presto comincia a scorrere il sangue e la farsa diventa tragedia.

Un film che è tutto scrittura (eccelsa), messinscena (misurata), grandi interpreta zioni, con un’intelligenza rara e un umorismo che ti lascia interdetto e perfino felice, dentro la sua malinconia disperata. La metafora della guerra civile è fin troppo evidente, ma c’è molto di più.

Blonde

BLONDE di Andrew Dominik

Una bambina maltrattata, una donna abusata, un’attrice destinata a trasformarsi in icona leggendaria. Questa è la storia di Marilyn Monroe, o meglio, la versione di Norma Jeane, alle prese col suo doppio ingombrante e luminoso, la stella del cinema, la donna oggetto per eccellenza.

Dal romanzo (bello ) di Joyce Carol Oates, Andrew Dominik ha ricavato un film ipertrofico, lirico, visionario, esagerato, che sbanda dal sublime al kitsch senza alcuna vergogna. Cinema che esalta il cinema e lo fa a brandelli, che quasi ci fa vergognare della nostra infantile idolatria, che si sporge sull’abisso nascosto dietro il mito di Marilyn, e ne esce con frammenti di orrore puro, di sesso liberatorio (un ménage à trois con Chaplin junior) e/o ferale (un porno-Kennedy da incubo), di melodramma allucinato, tra immagini distorte, esaltanti, e feti parlanti.

Pura visione da sentire addosso, in un tentativo improbabile di colmare lo spazio che separa il soggetto e l’oggetto dello sguardo, e provare a capire cosa vuol dire essere “cosa”. Ana de Armas mimetica, quasi in trance.

Il signore delle formiche

IL SIGNORE DELLE FORMICHE di Gianni Amelio

Il cinema come si faceva quando credevamo nel cinema. La vera storia romanzata di Aldo Braibanti, intellettuale libero, scomodo, anche arrogante, e del ragazzo che “plagiò”, secondo la Legge italiana (era il 1968): lui, il poeta, l’autore di teatro d’avanguardia, il mirmecologo (studioso di formiche), venne condannato al carcere; il suo allievo (innamorato) venne invece sottoposto a devastanti elettroshock.

Gianni Amelio entra letteralmente in quella storia attraverso la rabbia e le domande di un giornalista (Elio Germano) che prova a scuotere Braibanti (Luigi Lo Cascio) durante il processo. C’è il “cinema di impegno civile”, che passa attraverso le incredibili parole pronunciate in quell’aula giudiziaria, e c’è la storia d’amore. Con una lucidità del gesto (cinematografico) e una verità che arrivano dritte al punto.

Trenque Lauquen

TRENQUE LAUQUEN di Laura Citarella

Tutti a inseguire divi, autori, opere di grido, e poi nella sezione Orizzonti arriva questo oggetto bizzarro, alieno, che è tra le cose più belle viste in tutto il festival. Un film di quattro ore e mezzo che potrebbe durare anche sei, dieci, trenta ore, e noi staremmo lì a guardarlo, felici e straniati.

Una biologa laureanda, in cerca di fiori, scopre una torrida storia d’amore segreta, insieme all’autista che la scorrazza nel territorio di Trenque Lauquen, mentre emerge l’enigma di un essere trovato vicino a un lago… Storie che si intrecciano ad altre storie, vissute, raccontate, magari solo immaginate, costruite in torno a spazi e tempi vuoti, dialoghi surreali e uno stile anti-narrativo che dilata l’azione, nutrendola di ciò che non si può dire o spiegare.

Donne che amano fuori dalle regole, donne in fuga e donne incinta (di qualcosa, forse, più che qualcuno), donne che vagano nella pampa argentina, dentro una trama piena di misteri che evaporano misteriosamente.

Love Life

LOVE LIFE di Kôji Fukada

Lui e lei, alle prese con un dra ma devastante. Ma anche loro, i genitori di lui, che non accettano il passato della ragazza. E poi l’altro, l’ex marito, che rispunta da un passato difficile e lontano. Minima lista e delicato, ecco un cinema che non si preoccupa di “fare cinema”, come tanti, troppi, ormai, che non si esibisce e non si specchia, e con profonda semplicità racconta l’amore, il dolore e il fatto che non ci capiamo niente, ma non ne possiamo fare a meno.

Il mistero non sta nella trama – in cui comunque non mancano le sorprese, le tragedie, le rivelazioni – ma nelle mente e nel cuore dei personaggi, nel mistero irrisolvibile dell’interiorità, della condizione umana, alle prese con gioie e dolori che si riproducono da sempre in mille sfumature simili e diverse.

Saint Omer

SAINT OMER di Alice Diop

Il film rivelazione del festival è l’esordio nella fiction di una regista francese di origine senegalee (in realtà già conosciuta e apprezzata per i suoi documentari). Cinema per cinefili, visto che richiede una grande attenzione e consapevolezza del mezzo, con i suoi lunghissimi piani fissi, i fiumi di parole, la messinscena costruita per sottrazione – e improvvise, suggestive, sterzate nel visionario.

Va in scena il processo a una donna accusata di aver ucciso la figlia piccola. Perché lo ha fatto? E perché è così sconvolta la scrittrice che ha deciso di assistere al processo per ricavarne un libro? Si parla dell’incontro/scontro tra cultura africana e occidentale senza bisogno di dirlo, e si esplora il senso più profondo dell’essere figlie e madri, in bilico tra cultura magica e “cartesiana”, evocando Medea, tra piani fissi di parola che ambiscono a spiegare tutto razionalmente e sospensioni misteriose, rivelazioni interiori, istinti primordiali. Cine ma femminile nel senso più esatto e profondo del termine.

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