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Venezia 83: un festival per festivalieri

La Mostra del Cinema di Venezia si tuffa nel marasma creativo del cinema contemporaneo, frammentato, contaminato, sorprendente. Pochi grandi (pochissimi americani), ma tanto cinema “fuori formato” e un Venice Open ricchissimo

Look Back

Un festival per festivalieri (cinefili). Di quelli in cui non mancano divi e dive, film attesi, autoroni popolari, Herzog, Wenders, Kore-eda, Nanni Moretti e Danny Boyle, Clooney, Bardem e Penélope Cruz, Pattinson, Malkovich e Casey Affleck, ma sono come confusi, quasi mimetizzati, nella nebbia fitta del cinema contemporaneo. E questo potrebbe essere la sua forza. Mai come oggi il contemporaneo è illeggibile, frammentato, contaminato, attraversato da grandi eventi imprescindibili stile Odissea (enormi iceberg vaganti che vantano profondità inesplorate) e da piccole cose preziose disperse nell’etere, con un rimescolamento fra art e pop, generi e anti-narrazioni, fiction e non-fiction, e una libertà spericolata. La sorpresa è sempre dietro l’angolo. Si intende, per gli spettatori curiosi, critici, creativi.

Shumei di Tsukamoto

Shumei di Tsukamoto

Ecco perché la rassegna che ci ispira di più nell’edizione 83 della Mostra di Venezia è il pantagruelico “fuori concorso”, ribattezzato Venice Open, da cui prevediamo che arriveranno le opere più interessanti e importanti. Anche per l’altissima densità di documentari promettenti: dalle 5 ore e mezza che Mariano Llinàs dedica a Borges (Biografìa de Jorge Luis Borges) alle 7 ore abbondanti con cui Luca Guadagnino onora Bertolucci (Joie de vivre); dalla nuova camminata meditativa con i monaci buddhisti di Tsai Ming-liang (Dust) all’incontro tra Wenders e l’architetto Peter Zumthor; e poi Sergei Loznitsa (Imperium, sull’Urss dei primi anni Settanta), Amos Gitai (The Road to Jericho), Takashi Miike che si confronta con il kabuki (Shumei), Russell Crowe e la sua passione per la musica (What Love Builds), il film investigativo di Alex Gibney su Elon Musk, l’attesissimo film sugli Oasis firmato Southern-Lovelace, l’incontro tra Victor Kossakovsky e il naturalista Stefano Mancuso tra Val di Fassa e Val di Fiemme, per raccontare cosa sentono gli alberi (Holy Wood Dust).

Aggiungiamo, sempre fuori concorso, la presenza di Mario Martone e Gianni Amelio, Paul Schrader e Lav Diaz, ed ecco spiegato perché gli appassionati di cinema-cinema dovrebbero seguire con particolare attenzione questa rassegna.

Succederà questa notte di Nanni Moretti

Succederà questa notte di Nanni Moretti

Poi, certo, c’è il concorso, dominato dal cinema italiano e francese, e per lo più disertato da quello americano, che sta ripensando le modalità di promozione del proprio cinema, soprattutto il pop-art d’autore; nonostante a Venezia, proprio grazie ad Alberto Barbera, si sia preso grandi soddisfazioni, anche tracciando il sentiero che porta all’Oscar.

Aprirà il festival Danny Boyle, regista capace di grandi prove e grandi tonfi (a noi piace assai), che in Ink racconta il rilancio del Sun e quindi un nuovo modo di intendere il giornalismo popolare e il rapporto tra comunicazione e potere. 

Il più atteso tra gli italiani è Nanni Moretti, che torna a ispirarsi Eskhol Nevo (Succederà questa notte), ma fa molto piacere anche il ritorno di Marco Bechis (Ritorno a Buenos Aires).

Tra i più attesi in assoluto c’è poi Martin McDonagh, con l’accoppiata John Malkovich-Sam Rockwell, nei panni di due agenti della Cia sull’Isola di Pasqua nel 1973, alla vigilia del colpo di stato cileno (Wild Horse Nine).

Wild Horse Nine di McDonagh

Wild Horse Nine di McDonagh

Ci sono anche tre registi orientali che non deludono mai: Lee Chang-dong che rilegge Kieslowski (Possible Love, lo vedete nella foto d’apertura), Hirokazu Kore-eda che propone la versione live del manga Look Back, Shin’ya Tsukamoto che chiude la sua quadrilogia antibellica con Mr. Nelson, Did You Kill People?

Altri che attendiamo con curiosità? L’iraniano Ali Asgari, i francesi Stéphane Brizé e Cédric Kahn, il mistery gotico di Casey Affleck (Company), ma soprattutto il grande Werner Herzog e il suo Bucking Fastard, dedicato all’incredibile storia delle gemelle Chaplin, che agivano e parlavano all’unisono, dentro un triangolo amoroso in cui vennero accusate di stalking (in questo caso da Orlando Bloom).

C’è anche l’attualità, il dolore del presente, con Naza di Abraham e Szor (autori di No Other Land), provando a indagare i meccanismi che hanno reso possibile la strage di Gaza. Ed è esplosa la polemica su Ilya Khrzhanovsky, col suo Dau, che ha suscitato le proteste del governo ucraino, anche se in realtà parliamo di un regista che ha rinunciato alla cittadinanza russa e si è dichiarato contrario alla guerra di Putin.

Holy Wood Dust di Kossakovsky

Holy Wood Dust di Kossakovsky

Curiosando qua e là, tra le altre rassegne, in Orizzonti ci piace segnalare il thailandese Phuttiphong Aroonpheng, che ci aveta conquistati nel 2018 con Manta Ray, ma anche La ragazza con la Leica di Alina Marazzi, Robert Greene, Edoardo Gabbriellini che porta al cinema La città dei vivi di Lagioia.

Difficile orientarsi tra le Giornate degli Autori, dove c’è tutto e il suo contrario, da Guédiguian, Archibugi e Lili Horvat all’anticonvenzionale I Plant My Hand in the Garden, di cui si dice un gran bene (opera di Boris Hadzija e Hoda Taheri), dal mélo minimalista nigeriano Dear Ajayi (di Damilola Orimogunje) a coppie di cineasti italiani da seguire con attenzione, come Francesco Clerici e Mattia Colombo (Anatomia di un ritratto) o Federico Francioni con Samuele Sestrieri (che vantano uno dei titoli più curiosi del festival: Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi l’amore).

Quanto alla Settimana della Critica, si può azzardare qualsiasi visione ad occhi chiusi, visto che in questa sezione passano spesso cose intriganti, originali, promettenti.

Bucking Fatsard di Herzog

Bucking Fastard di Herzog

Ah, sì, c’è anche la diatriba sulle donne-registe. Solo due, in concorso. Con l’inevitabile dibattitto tra chi ci vede l’ennesima dimostrazione della nostra cultura sessista e maschilista, e chi sottolinea che selezionare un’opera non all’altezza, solo perché realizzata da una donna, sarebbe ingiusto e controproducente. Il problema esiste e le cause vanno cercate alla fonte, all’ingresso nella professione. Di certo non si può dare la colpa a una Mostra del Cinema che nel 2025 aveva il 30% di opere filmate da registe.

Alla fine ciò che conta è sempre la stessa cosa: i film. Ecco di cosa vi parleremo. Di storie, di sguardi, di visioni del mondo.

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