«Distogliere lo sguardo, girarsi con fastidio dall’altra parte, assumere un atteggiamento di indifferenza incattivita: è la tentazione che sta prendendo il sopravvento in tanti di noi di fronte a quel fiume di povertà, come lo chiama il Papa, che sta allagando le nostre città e rischia di straripare.
“Ma basta frate! Sono sporchi, chiedono soldi, fanno i loro bisogni dappertutto, lasciano bottiglie in giro, quando non sono anche ubriachi… Ma prendeteveli tutti nei vostri conventi, basta che non debba trovarmeli tra i piedi quando porto giù il cane o rientro alla sera e li vedo dormire per terra sotto casa mia… così spaventano anche i miei figli!”.
Con una sfacciataggine che fa quasi tenerezza il Papa risponde a queste lamentele con la proposta “oscena” di invitare a pranzo una persona povera incontrata per strada, la domenica della Giornata mondiale dei Poveri (che ricorrerà il 19 novembre), magari offrendo anche la possibilità di andare un attimo in bagno prima di sedersi a tavola. Ma siamo matti? Ma perché mai dovrei lasciare sporcare il mio bagno da un poveraccio, magari anche immigrato?».
Le parole di fra Marcello Longhi risuonano forte, mentre ci facciamo strada tra le persone in fila alla mensa. Una fila ordinata, formata da uomini e donne, giovani e anziani di ogni provenienza. Alcuni camminano a testa bassa, con lo sguardo nel vuoto, persi nel loro mondo fatto di dolore, forse anche di vergogna. Altri hanno l’espressione fiera, orgogliosa, di chi sa il fatto suo, e intende prendersi ciò che gli spetta. Qualcuno saluta, sorridendo, quando passa fra Marcello, che sembra conoscerli tutti.

Siamo all’Opera San Francesco per i Poveri a Milano, all’ora di cena. Sono solo le 18.30, ma la grande sala è praticamente piena. Una persona si avvicina, mostrando al frate una bistecca, che secondo lui è troppo cotta. Un’altra ci regala un bel sorriso sdentato, sincero, mentre si appresta a scegliere cosa mangiare.
L’offerta è varia e sembra appetitosa: non si tratta di offrire ciò che capita, gli avanzi, le briciole che cadono dalla nostra tavola, ma pasti veri, buoni, in modo che chi li riceve si senta rinfrancato, accolto, rispettato nella propria dignità.
Tornando alle parole che fra Marcello ha scritto nella sua lettera mensile, sul sito dell’Opera ( www.operasanfrancesco.it): «Ma chi è questo poveraccio, italiano o immigrato? Rivedo i volti delle persone che con umile dignità accettano con un sorriso grato il cambio dei vestiti offerto nel nostro servizio guardaroba, rivedo gli occhi gentili e quasi commossi di una mamma col suo bimbo che esce dalla mensa con la mano al cuore e ti dice “Grazie… thank you… shukran!”.
Perché non posso invece credere che quel fiume di povertà sia composto di persone che chiedono solo aiuto, chiedono cioè di essere guardati con un po’ di simpatia, con un po’ di rispetto per quella identità di don ne, uomini, bambini che troppe volte hanno visto calpestata… Chiedono solo un po’ di umanità, una possibilità di futuro, un po’ di amore! Per chi è credente, chiedono di essere accolti come figlie e figli dello stesso Padre! Hanno gli stessi lineamenti di Gesù Cristo e sapranno ringraziare un giorno».
L’Opera San Francesco per i Poveri è stata fondata dai frati cappuccini nel 1959 e «si impegna ad assicurare assistenza gratuita e accoglienza. Soddisfa i bisogni primari, come quello di avere un pasto caldo, di potersi fare una doccia e indossare abiti puliti, ma garantisce anche il diritto alla salute con visite mediche e medicinali gratuiti. Senza distinzione di etnia, cultura, religione e lingua. Offre inoltre supporto a coloro che si trovano in difficoltà per la ricerca di una casa, di un’occupazione e per la gestione delle relazioni interpersonali». L’anno scorso, tanto per rendersi conto dell’enormità del lavoro, sono state accolte 22.599 persone, con 657.865 pasti erogati, 43.409 farmaci distribuiti, 27.855 visite mediche, 24,499 docce, 5965 cambi d’abito.

Tutto funziona grazie alle donazioni, ai volontari e a un’organizzazione impeccabile, che da qualche anno è guidata da fra Marcello. È toccato a lui, nel 2019, raccogliere la pesantissima eredità lasciata da padre Maurizio Annoni, che l’aveva ricevuta a sua volta nel 2000. Perché questa è una missione che si trasmette da una generazione all’altra, nel nome di san Francesco e di un’idea di accoglienza che va alla radice dell’essere umano, oltre le apparenze e le circostanze che plasmano la vita di un uomo o di una donna.
Una fratellanza che nasce da una comune “figliolanza”, perché è difficile vedere nell’altro un fratello o una sorella se dalla vita si espelle Dio (comunque lo si voglia intendere o chiamare), se Gesù Cristo diventa una semplice opzione sul mercato del consumismo ideale, o peggio, un’astrazione religiosa, una professione di fede slegata da una pratica e uno stile di vita, come se tutta questa storia, in cui siamo immersi, non fosse (ri)partita da un’incarnazione.
Parliamo anche e soprattutto di questo con fra Marcello, nel suo ufficio, dove campeggia un enorme Crocifisso di San Damiano, quello che san Francesco stava pregando quando il Signore gli chiese di riparare la sua casa. Un “Christus triumphans”, ferito, ma forte e fiero, abbandonato alla volontà di Dio, ma con gli occhi aperti, glorificato. Francesco lo pregava così: «Dammi una fede retta, speranza certa, carità perfetta e umiltà profonda. Dammi, Signore, senno e discernimento per compiere la tua vera e santa volontà».
Il tema è questo. L’ideale che sta al centro dell’Opera. Non l’astrazione dei numeri – straordinari quelli accumulati da questa istituzione, terribili quelli sulla povertà crescente diffusi dalle istituzioni che se ne occupano – ma la concretezza della vita quotidiana, le persone con le loro storie.
Anche la storia di un uomo come fra Marcello, che si è innamorato di Dio e di Francesco quando era un ragazzo, e che continua ad amarlo attraverso i poveri, gli emarginati, gli esclusi, gli immigrati, che incontra ogni giorno.
Fra Marcello (63 anni) comunica vigore ed energia, è schietto, diretto – in un certo senso è un “uomo di una volta”, politicamente scorretto – ma ogni suo gesto, ogni sua parola, anche la più ruvida, ha un’aura di luminosa dolcezza. Non ci ha messo molto a conquistare tutti quelli che frequentano l’Opera. Un uomo concreto, che sa quello che dice, ma anche un sognatore, che ama guardare le stelle («il mio telescopio è di sopra, un po’ impolverato, prima o poi torno ad usarlo»).
Facile immaginare che non sarà felice di leggere queste righe agiografiche, visto che pratica da sempre l’umiltà dei veri francescani. Ma è anche così che si fa “missione” e “comunicazione” (verrebbe da dire anche “evangelizzazione”): raccontando storie, persone, scelte di vita.
Tipo quella di un ragazzo delle valli bergamasche che un giorno scopre di voler vivere coi frati, che sperimenta la vita di parrocchia, indirizza i giovani “chiamati da Dio”, accompagna i frati anziani nel loro ultimo tratto di vita sulla Terra (ha fatto anche questo, per alcuni anni) e che, alla fine, approda in quella città nella città che è l’Opera San Francesco.

Da quanti anni sei frate?
I voti temporanei li ho presi nell’80, ma conosco i frati dalla “prima cotta” del ’77. Ho lasciato casa a 16 anni. Era il periodo delle cotte. Poco tempo fa ho ritrovato il mio grande amore di quell’anno, Laura, che vive ancora al mio paesello. È stato un incontro simpatico. Lei venne in bicicletta per convincermi di non andare coi frati, ma non voleva mollare il suo ragazzo per me, quindi io scelto “un’altra”.
Fu una vocazione folgorante o qualcosa che hai scoperto a poco a poco?
Avevo 15-16 anni, l’età dei sogni, i grandi fuochi, le grandi passioni. Ero attivo nell’oratorio del mio paese, amavo molto le esperienze di vita e lavoro insieme. Poi ho incontrato, più o meno casualmente, un frate minore che veniva a Oro al Serio da Assisi: fra Gualtiero. Una sera del mese di maggio mi sgamò mentre facevo il cretino in chiesa: cercavo una ragazzina, non la trovavo, e mi spostavo di qua e di là facendo casino; lui mi notò e all’uscita mi diede una cordata sul sedere. Un male! Però siamo diventati amici. Mi ha regalato un libretto con gli scritti di Francesco, marroncino, le pagine in carta ocra, che avevo pasticciato. Quegli scritti hanno dato fuoco alle polveri. Ho cominciato a scrivergli, lui mi rispondeva e il Signore ci ha sicuramente messo del suo. La cosa è cresciuta tanto che dopo un anno gli ho chiesto di poter andare a vivere con loro.
I tuoi genitori come la presero?
Ne parlarono tra loro, poi mio padre disse che Assisi era troppo lontana, che non avevano i soldi per venirmi a trovare, quindi dovevo cercare qualcosa di più vicino. Un confratello di Gualtiero mi suggerì di andare dai frati a Bergamo. Ma i frati a Bergamo sono i cappuccini, non i minori. Papà mi portò ad Albino, dove i cappuccini avevano una casa di accoglienza, e lì è partito tutto. Frequentavo il secondo anno di liceo classico. I frati cercarono di fermarmi, mi dicevano di finire il liceo, di andarli a trovare d’estate, una volta ogni tanto. Io dicevo: ma perché non posso venire adesso? Là c’era un piccolo seminario, con pochi ragazzi, una bella atmosfera. E sono partito. Ho finito la quinta ginnasio, e nel cambio tra ginnasio e liceo sono andato a Varese.
Quella è un’età in cui non fai troppe distinzioni tra cappuccini o minori.
No, sei in grado solo di capire che hai incontrato una forma di vita che ti è piaciuta, uno spirito, forse anche una favola vera. Un ambiente che risponde a ciò che sogni.
Al centro c’era Francesco.
E i frati. Ho dei ricordi belli, appassionati, di quegli anni, era tutto brillante. Mi bastava guardare le vetrate con le immagini di Francesco e diventava tutto luminoso. Ho trovato anche delle persone che mi hanno voluto bene. Poi ho fatto tre anni di liceo, la maturità nella scuola parificata, il noviziato. Durante il noviziato la cosa si è approfondita, ci sono entrato molto di più, anche con la testa, e ho preso i voti temporanei, che si rinnovano per quattro anni, fino a quelli definitivi, che equivalgono al matrimonio. L’anno successivo ho finito gli studi di Teologia, per poter chiedere di essere ordinato sacerdote. Seguono dodici anni di parrocchia e dodici da “arruolatore” (nella Pastorale giovanile vocazionale), anni molto belli anche quelli.
Anche lì vedi sbocciare tanti amori.
Ci sono anche le litigate con le madri, i padri, qualche morosa.
Ci hai mai pensato a cosa avresti fatto se non fossi diventato frate?
Mio papà faceva il tappezziere, sognava che io facessi l’architetto. Ma non so.
Francesco è forse il santo più amato in assoluto, anche da chi non crede, o crede in altro, qualcosa vorrà pur dire. Però allo stesso tempo sembra che ognuno abbia il suo modo di vederlo, che lo limita in qualche modo. C’è chi vede il santo un po’ hippy, che parla con gli animali, amante della natura. C’è chi vede solo la povertà esteriore e non quella interiore, che è molto più difficile (i “poveri nello spirito”). Quasi sempre si per de la sua profondità mistica. Ma non esiste Francesco senza l’amore per Dio, l’unione con il Cristo. Oggi c’è un bisogno diffuso di senso e spiritualità a cui non sappiamo più dare un nome.
A proposito del bisogno, già Agostino diceva: “Tu ci hai fatto per Te, il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Il bisogno è tanto vero quanto quello di fare la pipì, è naturale. Il problema è che qualcuno vorrebbe spogliare Francesco del suo essere innamorato di Cristo, di Dio. Ma Francesco, spogliato di questo, si riduce a un fuori di testa, uno psicotico. Lo si può capire e incontrare solo lasciandolo essere quello che è davvero. Prima era un assatanato di armi, un guerrafondaio, girava armato, era convinto che solo la forza potesse cambiare il mondo; una forza buona, usata per scopi nobili, perché comunque il suo ideale era quello del cavaliere. Però a un certo punto ha capito che non era quella la forza che poteva cambiare il mondo, ma un’altra, diversa, e ha scoperto Dio. Lo ha scoperto incontrando un lebbroso. Ha scoperto che un essere umano è più di ciò che si vede da fuori.
Da qui comincia la crisi del modello militarista, fino alla visione di un palazzo pieno di armi e la domanda: “Ma tu chi vuoi servire, il padrone o il servo?”. Dentro lo scafandro puzzolente, inguardabile, del lebbroso, Francesco vide qualcosa che meritava di essere baciato. Poi c’è l’episodio del Crocefisso di San Damiano e l’identificazione di quel qualcosa, che è dentro la carne di ogni essere umano, ogni creatura, come il Dio di Gesù Cristo… Se tu spogli Francesco di tutto questo, il Cantico delle creature diventa sentimentalismo adolescenziale, ingenuo, fuori dalla realtà.

Oggi si parla molto di “connessione fra le cose”, armonia con la natura, l’idea dell’U no e del Tutto che ci unisce. Ma poi ci si dimentica il povero, l’emarginato, quello che soffre e dà fastidio. Difficile accettarlo, se non vedi Dio in lui.
Difficilissimo. Io ho vissuto diverse fasi nella mia esistenza, anche negli studi teologici. Ho vissuto una fase furente iniziale in cui ero convintissimo che il Cristianesimo aggiungesse all’Umanesimo solo la punta. Pensavo che il Cristianesimo, tutto sommato, fosse solo un buon Umanesimo, il cui acme, il culmine, era Dio. Ero un po’ pelagiano. Pensavo di cavarmela con le mie energie e le mie risorse intellettuali. Poi lungo la vita mi sono accorto che il corpo dell’Umanesimo europeo occidentale è saturo di Cristianesimo.
Il Medioevo cristiano ha forgiato i contenuti del Rinascimento successivo. Per cui sostanzialmente è un portato cristiano il fatto che una persona non sia semplicemente un mucchio di muscoli che io posso sfregiare, squartare, ammazzare, visto che è figlio di Dio. Adesso che il Cristianesimo non è più, tra virgolette, il pensiero dominante, emergono diverse visioni dell’essere umano, per cui devo accettare che ci siano persone, nostri vicini di casa, secondo cui i poveri, quelli che frequentano l’Opera, siano come dei ratti, e come tali vadano trattati.
Magari sono anche cristiani.
Anche, forse. Diciamo che è tutta gente che non sta male, economicamente parlando.
In questo caso come ti comporti? Preghi per loro?
Non farmi troppo santo.
Non lo farò (anche se…). Chi si professa cristiano dovrebbe sapere che gli ultimi, gli emarginati, i disprezzati erano le persone che Gesù amava di più.
Per certe persone essere cristiani non vuol dire più niente. È come dire: tifavo il Milan vent’anni fa. Non incide, non ha una rilevanza intellettuale, men che meno morale. Per cui ti dicono: “a me questo dà fastidio deve sparire, portalo via, fai in modo che qui non ci venga”. La teoria per cui dovremmo riportarli a casa loro è quella dei “ratti che devono stare nelle loro tane”. Mi sono dovuto arrendere alla constatazione che quando la fede non è più accesa, gioiosa, convinta, praticata, voluta, si isterilisce e finisce per essere morta. A quel punto governano altri diritti, quello del più forte, quello di chi dice “non davanti a casa mia”, oppure “io voglio pensare a me e del resto del mondo non me ne frega nulla”. Questa cosa la tocco con mano. Non sono tanti, ma si fanno sentire.
L’umanesimo, oggi, si è ridotto al diritto individuale al benessere. Una volta si ragionava anche secondo il “noi”. Ormai è rimasto quasi solo “l’io” che soddisfa i propri desideri.
Io che inizialmente ero convintissimo che l’uomo arrivasse al 98%, e che Dio ci mettesse il 2%, adesso mi accorgo che non aveva torto Benedetto XVI quando scriveva cose che facevano incavo lare il mondo: se tu togli Dio dall’orizzonte intellettuale e morale, alla fine togli l’uomo, perché l’uomo diventa una variante fastidiosa di un sistema di profitto per pochi, a cui non deve avere la pretesa di partecipare, perché non ne ha il diritto. Se tu togli all’uomo l’identità che gli dà Dio, l’uomo viene ridotto a una variante insignificante, nelle mani di chi ha più potere. E chi ha il potere può anche decidere di cancellare tutti coloro che ritiene superflui. Il Papa parla di un sistema che produce “scarti umani”.
Quando togli a una essere umano, anzi a qualsiasi creatura, lo status di espressione della bellezza di Dio, gli togli il diritto di esistere, perché Dio l’ha voluta. Quando a Dio togliamo la D, lasciando solo l’io, non c’è più un noi, una città, un quartiere, un Paese, una comunità, non c’è più spazio per dire “ci salviamo insieme” o “siamo tutti sulla stessa braca”, come si diceva durante il Covid.
C’è anche un’altra versione: “io non ho la forza per aiutare i poveri, per risolvere questo problema, dovrebbe pensarci lo Stato”. Spetta alle istituzioni redistribuire la ricchezza.
Questa è la posizione ingenua del sogno marxista comunista . Ho letto pochi mesi fa un libro di Brodskij sulle Isole Solovki. Ho fatto una fatica… L’illusione del comunismo che risolve tutti i problemi, lo Stato che deve renderci felici, è finito con i gulag, le persecuzioni, il Kgb. Ma quando il sogno comunista è crollato su se stesso, non è che le cose siano cambiate molto nel mondo capitalista. Certo, ci vorrebbero leggi più giuste. Ma allora dobbiamo ritrovare la passione per la politica, intesa come cura della casa comune. Dobbiamo tornare a partecipare, perché il cancro dell’astensionismo è terribile.

L’Opera da una parte è il frutto di un ideale, l’insegnamento di Gesù, l’esempio di Francesco, ma dall’altra ha anche una funzione sociale, un rapporto con le istituzioni, ha bisogno di finanziamenti.
Grazie a Dio l’Opera vive delle libere donazioni della gente. Che sono tante. E ci danno una grande responsabilità, che io mi sento addosso come un macigno. Un peso buono, ma comunque un peso. Noi non chiediamo nulla al Comune, non chiediamo niente a nessuno, possiamo rifiutare i corteggiamenti politici, perché la gente ci sostiene.
C’è un signore del sud che tutte le settimane ci manda 5 euro in una busta affrancata con un francobollo da 1 euro e 30. Gli ho suggerito di farci un versamento al mese, per risparmiare sui francobolli. Ma lui non ha voluto. Mi ha detto: “Potrei essere morto. Se sono vivo, lo faccio una volta la settimana, così sono sicuro che arrivi, se lo faccio una volta al mese potrei perdere qualche settimana”.
Arrivano tante piccole donazioni. Ma anche cifre davvero importanti. Da qui la scelta di elaborare una griglia di criteri etici per i nostri investimenti. All’inizio mi hanno dato del pazzo, ma io non voglio che neanche un euro dei nostri “faccia sangue”. Non ha senso tenerli sotto il materasso, ma non vogliamo fare soldi sul sangue.
Ti tocca fare anche il manager.
In realtà devo dire grazie a Maurizio, che ha scelto persone molto brave di cui mi fido. A volte io non capisco. O meglio, capisco e mi affido. Io, che facevo l’arruolatore, mi sono ritrovato a servire una struttura con 68 dipendenti. Quindi vivo una condizione per cui mi fido degli altri, mi sento come “portato” dall’Opera, dalla dedizione onesta di tante persone. Ho dovuto anche fare la parte di chi ha mandato via qualcuno, mi è costata tanto, ma avevo capito che andava fatto. Certamente non sono diventato frate per fare il manager, ma lo faccio perché bisogna che qualcuno lo faccia, e mi faccio aiutare da alcuni buoni consiglieri.
Ci sono anche 1300 volontari attivi: una cosa straordinaria.
Ce ne sono altrettanti che aspettano. Un dolore bellissimo. Cosa gli diciamo a quelli che aspettano? Frate Agostino, parroco dei volontari, ha deciso di incontrare tutti quelli attivi, a gruppi, per verificare chi vuole continuare, e consentire un po’ di ricambio. Poi capitano le emergenze, come questa estate, nell’inferno del caldo, e molte persone hanno risposto, venendo ad aiutarci in luglio e agosto.
Se ci sono tanti volontari, vuol dire che è bello offrire il proprio aiuto in una struttura del genere. Aiuti gli altri e stai meglio con te stesso.
Lo stile che Maurizio ha imposto all’Opera è molto professionale. Le cose si fanno bene. La formazione dei volontari si fa bene, si chiamano agenzie di formazione che costano ma fanno le cose come si deve. Così come si fanno bene le pulizie, perché l’ambiente deve essere profumato, bello, luminoso. Metà dei vestiti che ci donano li buttiamo, perché devono essere presentabili, bellini, non diamo delle cose lise, brutte. Una scelta anche di stile, di dignità e rispetto. Poveri sì, ma straccioni no.

Le cose sono cambiate molto dalla famosa “minestra di Cecilio” di un tempo.
C’è stata una specie di scala mobile della dignità. Un’evoluzione inevitabile, a partire dalla minestra di Cecilio, che era comunque buona, perché ci metteva i pezzi di carne.
C’è un aneddoto molto bello nella sua biografia. Un giovanotto salta la fila, qualcuno gli fa un’osservazione e lui tira giù quattro bestemmioni. Cecilio, che era piccoletto, lo nota, va da lui e gli pianta quattro ceffoni, cacciandolo in fondo alla fila. Lui rifa la fila e viene cacciato un’altra volta. L’ha servito per ultimo. Gli ha fatto un predicone della malora, ma poi gli ha dato il fondo della minestra, dove c’erano i pezzi di carne. Cecilio fece finta di non ricordare più quell’episodio, e il giovanotto diventò un buon avventore. Siamo evoluti dalla minestra, sperando però di aver conservato quello sguardo, franco, sincero, anche amorevole, uno sguardo di dignità. Quell’uomo, pur bestemmiatore, meritava una minestra, un atto di umanità. Io mi intristisco con chi non riconosce più a una persona, pure ubriaca, arrogante, lo status di essere umano. Oggi quello che togliamo agli umani lo diamo ai cani.
Tema delicato, i cinofili si offendono di fronte a questo argomento.
Il cane in realtà è un santo. Gli animali sono tutti santi. Il problema sono gli umani che rinunciano a tessere rapporti d’amore tra umani.
Quando l’altro non è più nulla per te, è senza cuore, senza volto, perde la sua dignità. Per non cedere alla tentazione di dire “quello è solo un ostacolo, non me ne frega niente, non merita pietà”, ci vorrebbe uno scatto di intelligenza oppure un sentire profondo che può venire solo dalla fede, che ti fa dire: “Dio è morto anche per lui, quindi io non posso e non voglio fare diversamente da ciò che ha fatto lui”. Basterebbe anche molto meno, in realtà. Negli spiriti eletti sopravvive l’istanza intellettuale: ci sono dei non credenti immensi, che sono dei santi, che riconoscono la dignità, il diritto, la natura dell’essere umano.
Tu i “poveri” li conosci per nome, conosci le loro storie. Così come i volontari. Credo sia questo a far la differenza. Non sono numeri, non sono un problema astratto.
Quando superi la paura di guardare negli occhi queste persone, il mondo cambia faccia. Non sono più ratti sporchi, sono esseri umani. Ma devi guardarli. Per questo l’esercizio più semplice è venire ogni tanto a mangiare in mensa qui da noi. Sedersi in mezzo alla gente, guardare, ascoltare i discorsi, cogliere gli sguardi.

A molti dà fastidio che tra i poveri ci siano tanti immigrati. Anzi forse il rifiuto deriva proprio dal fatto che sono stranieri.
Quando parlo con i ragazzi dico: se vivessi in un paese tipo il Niger, tu ci rimarresti? Con internet che ti fa vedere tutto, il modo in cui viviamo in Italia. Staresti lì tutte le sere a guardare i film o i programmi italiani, senza provare a venire da noi? Sognano una vita migliore. Poi deve essere terribile per loro arrivare in un posto in cui l’acqua c’è, il mangiare c’è, le case ci sono, ma tu sei fuori da tutto questo. Nel luogo da cui vengono certe cose non ci sono. Invece qui è tutto bello, vedi i negozi, vedi i ristoranti, e tu sei fuori. Per questo è importante che la nostra mensa sia bella, che il cibo sia buono.
Anche per questo è importante continuare a donare.
Più ancora che donare, è importante aprire la testa e non lasciare che questo pensiero terribilmente corrotto dall’egoismo deturpi tutto. Chiedere alla gente di rimanere umana, di pensare umanamente. Ecco la cosa più urgente. Come dice Papa Francesco, bisogna avere il coraggio di provare a parlare a queste persone. Perché sanno parlare. Ciò che ci salva è sempre il sentirci, l’ascoltarci, il frequentarci, l’accarezzarci. Senza contare che, come ha detto il Presidente della Repubblica, se noi li prendiamo a calci nei denti adesso, fra vent’anni poi cosa faranno quando governeranno? Si ricorderanno di noi. È stato molto brutale, ma ha ragione. Così come ha ragione, purtroppo, anche Elon Musk quando dice che “stiamo morendo”, che fra qualche decennio noi italiani non ci saremo più. E dove vuoi che vada un immigrato, se può scegliere? La speranza è che il contatto con la cultura europea umanizzi la visione di chi ha un pensiero troppo integralista e autoritario, che impari ad accettare la libertà religiosa, o il rispetto della donna.
Fondamentale in questo senso è la scuola, dove bambini diversi crescono insieme e formano le loro convinzioni.
Tra l’altro noi, in Italia, gli insegnanti li trattiamo malissimo. Sono loro che forgiano il futuro, ma non vengono stimati e pagati abbastanza. Io ho una venerazione per gli insegnanti.
Bisognerebbe insegnare anche che l’io non basta. Che se non c’è anche un noi, la vita diventa arida, logorante, una battaglia continua.
Ci vuole gente che ami la sua condizione di uomo e di donna, che include l’essere uomo e donna dell’altro. E gente consapevole che io e l’altro siamo entrambi figli di Dio. La mia paura è che la ragione spogliata dalla fede diventi ragion di Stato. Che tutto diventi un calcolo. Se la mia è una ragione di potere, tu sei un ostacolo e quindi io ti trituro se posso. Per cui il tema è: o umanamente intelligenti, e ci sono, o sinceramente credenti. Quando non si è né l’uno né l’altro, c’è il degrado, la difesa arrogante dei propri spazi e privilegi. Quando gli umanamente intelligenti e i sinceramente credenti si mettono insieme, succedono meraviglie.

