«Mi viene in mente una frase che diceva Olmi a suo tempo: voi dovete sentire un’urgenza in ciò che fate! Ecco, io cerco di fare del cinema necessario».
“Necessario” è l’aggettivo a cui capita di pensare più spesso, guardando i film di Giorgio Diritti. È così fin dal suo esordio che lasciò tutti a bocca aperta, Il vento fa il suo giro, un “piccolo film” che si rivelò davvero grande, e ci fece capire quanto fosse importante per lui (e per noi) il tema del confronto e dell’incontro tra diversi, la convivenza fondata sulle cose che contano, il diritto alla felicità, la dignità, possibilmente anche l’amore, radicato nella terra, l’aria, la libertà nella natura.
Lo abbiamo capito ancora meglio quando ci ha fatto vedere (una rivelazione) la strage di Marzabotto attraverso gli occhi di Martina, una bambina, in L’uomo che verrà. Per poi accompagnarci in Brasile, tra gli indios e nelle favelas, insieme a una donna tormentata, che alla fine sprofonda nel silenzio (Un giorno devi andare).
Volevo nascondermi, arrivato dopo sette anni dall’ultimo film, ci ha fatto conoscere, ancora una volta, “un altro mondo”, quello di Ligabue, il dolore, il tormento, ma anche la grandezza di un artista, dentro una realtà che non poteva capirlo. Un’opera che, grazie anche a Elio Germano, ha conquistato un Orso d’argento a Berlino e sette David di Donatello, tra cui miglior film e miglior regia.

Ora, con Lubo, Giorgio Diritti ha fatto finalmente il suo ingresso nel concorso di Venezia, la giusta vetrina per questo film bello e necessario, in cui convivono la sensibilità per il reale (la consuetudine con gli elementi della natura e le cose della vita), il senso del cinema (il cinema è arte e spettacolo, ha un linguaggio che bisogna saper usare), il bisogno di raccontare storie e vicende esemplari, capaci anche di educare al rispetto dell’uomo (ogni uomo, donna, bambino) e alla consapevolezza della storia.
Si evoca una vicenda poco conosciuta, il dramma degli Jenisch, una minoranza nomade – si dice che sia la terza più numerosa, dopo Rom e Sinti – perseguitata nella democratica e modernissima Svizzera: centinaia di minorenni portati via alle loro famiglie nell’ambi to di un programma di “rieducazione” per i bambini di strada (Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse). Piccoli rinchiusi in istituti, dati in adozione a povere famiglie svizzere, a volte segregati in prigioni e ospedali psichiatrici.
Una persecuzione di Stato cominciata nel 1926 e andata avanti fino al 1973, che abbiamo conosciuto meglio grazie al romanzo Il Seminatore di Mario Cavatore (edito da Einaudi), a cui Diritti si è ispirato, per poi andare oltre, raccontando la storia di Lubo, artista di strada che si ritrova soldato, a difendere i confini svizzeri in epoca nazista, e a cui uccidono la moglie e sottraggono i figli.

La sua rabbia e il suo dolore si trasformano in una ricerca disperata, nei panni di un ricco mercante ebreo, a cui ruba l’identità, con i modi di un raffinato Don Giovanni, che inganna e conquista eleganti donne della borghesia svizzera (alla faccia di chi vuole l’estinzione degli Jenisch), salvo poi riscoprire l’amore.
C’è il dramma insieme all’affresco storico, ma anche il “film d’azione” (interiore) che vira quasi al poliziesco, e il cine ma dei sentimenti, c’è la rude poesia del paesaggio che Diritti maneggia come pochi, insieme alla storia di un uomo che si fa simbolo, metafora, denuncia, interpretato da un Franz Rogowski particolarmente intenso. Grande cinema che, pur senza indulgere nel melò (o forse proprio per quello), riesce ad essere straziante.
Un co-produzione italo-svizzera, che vede insieme Indiana Production, Arancia film con Rai Cinema, Hugofilm Features e Proxima Milano, oltre alla RSI Radiote levisione Svizzera. Distribuito nelle sale da 01 Distribution a partire dal 9 novembre.

Qual è la genesi del film? Perché hai deciso di raccontare questa storia?
Ormai molto tempo fa un’amica mi ha parlato del romanzo di Mario Cavatore, un libro particolare, molto forte. Mi ha colpito scoprire che anche la Svizzera, nell’immaginario comune esempio di democrazia e qualità della vita, avesse i suoi scheletri nell’armadio. Il Seminatore mi ha appassionato per i suoi elementi di grande forza narrativa e cinematografica. È stato l’ispirazione fondamentale e ha mosso l’urgenza di farne un film, che successivamente ho scelto di sviluppare con percorsi narrativi differenti.
Dopo la lettura ho incontrato anche Mario, che avevo in precedenza conosciuto solo superficialmente, sul set di un documentario a Cuneo. Siamo diventati amici, ci siamo frequentati più volte, abbiamo avuto negli anni un dialogo di idee e sensazioni su va rie cose. La storia degli Jenisch, la politica, la vita, il cinema.
Purtroppo, mentre realizzavo Volevo nascondermi, la malattia di cui era affetto l’ha portato via. È stato un dolore, ma anche una motivazione in più per portare il progetto a compimento dopo anni di tentativi. Una bella avventura in tutti i sensi, complicata, delicata, intensa, condivisa con passione da tutti i coproduttori e da chi ci ha lavorato. Un percorso nel tempo e nei luoghi attraverso i sentimenti. Un film di cui sono molto contento.
Per quanto un Paese sia moderno, evoluto, civile, evidentemente non basta mai. Se poi c’è un tema che anche i più aperti e progressisti fanno fatica ad affrontare obiettivamente, è quello dei nomadi, i più diversi tra i diversi.
Sì, i nomadi, i migranti, le persone in cammino, come ricorda anche l’incipit del libro di Cavatore, sono sempre stati un problema. Evidentemente destabilizzano e inquietano la nostra società che è diventata stanziale da tempo. Ma mi piace ricordare che qualche migliaio di anni fa l’umanità non si è estinta grazie alle persone che camminavano per centinaia di chilometri, attraversando i continenti. Si spostavano per cacciare, per raccogliere frutti. È una memoria “genetica” che nell’evoluzione della specie si è un po’ persa. La stanzialità ha acquisito un significato sempre più importante e ha favorito la paura del forestiero.
La presenza vicino a casa di persone che hanno come unico “spazio” il camminare, la strada, il carro, la roulotte, ha creato e crea ancora disagio, paura. Vedere qualcuno senza “una terra”, una casa stabile, ha fatto sorgere anche la domanda: “ma questi come campano?” Da lì le leggende, e in alcuni casi la verità, sugli “zingari” che rubano.
In effetti nomade, per il senso comune, è sinonimo di ladro, o comunque di persona che si arrangia.
Tanti anni fa andai in un campo nomadi vicino a Bologna e mi ricordo una discussione avuta con uno di loro su questo argomento. Fece una battuta: “Dicono che noi non lavoriamo, ma io vedo in giro, in centro a Bologna, tanta gente che cammina. Stanno lavorando? Anche noi andiamo in giro e stiamo lavorando”. Poi mi disse: “Non è vero che tutti rubano. E comunque da altre parti non rubano, forse? Solo che sono più furbi, lo fanno con la cravatta. C’è il buono e il cattivo sia qui che lì”.
Esiste anche la parte più virtuosa nel mondo nomade. Ne fanno parte gli Jenisch svizzeri. Venditori di ceste, scope, tegami, musicisti e artisti di strada. Alcune ricerche sulla musica del centro Europa portano a dire che i famosi valzer della musica da ballo austriaca derivano dalle sonorità Jenisch, dalla loro musica popolare.

Il nomade non si lascia integrare, è questo che disturba, non lo possiamo conformare alla nostra idea di civiltà. Sfugge.
Il nomade vive dentro un evidente senso di libertà. Cosa che noi, nella nostra società evo luta, abbiamo ridotto più o meno consapevolmente. Siamo convinti di essere liberi, ma siamo prigionieri di orari, schemi, formule, abitudini. Condizionati in quel meccanismo complesso dell’evoluzione che regala grandi facilitazioni ed opportunità, ma che allo stesso tempo complica la nostra vita e riduce la libertà.
Uno degli aspetti più affascinanti del film sta proprio nella necessità di identificarsi con un artista nomade, che viene trasformato in un uomo violento dalla violenza del mondo. È un antieroe dalla moralità discutibile, che però ha una sua verità, che ci provoca, e ci apre gli occhi sulla differenza che c’è tra la legge, la regola, e la giustizia.
Come si vede all’inizio, Lubo è un uomo che vive la sua vita con gioia, fa i suoi spettacoli di strada, ha la sua famiglia. È in una condizione di vita “tranquilla”, che tutti noi desideriamo avere, a prescindere da ciò che facciamo. Il fatto che subisca una grande ingiustizia ci fa stare dalla sua parte. Nasce un’empatia perché anche noi ci sentiamo traditi e derubati del senso della vita, insieme a lui, schiacciati da qualcosa che è più grande della nostra immaginazione. Credo che da lì ci si appassioni alla sua storia. Inoltre c’è un richiamo forte anche alle vicende dei nostri giorni. La condizione di quei nomadi, dei loro bambini rapiti, è purtroppo attuale per i bambini dell’Ucraina, rapiti e portati in Russia, e per quanto è successo e sta succedendo in Israele e a Gaza.

Dopo i bambini dell’Ucraina, abbiamo visto i bambini uccisi da Hamas e rapiti dalle loro case in Israele. Ora vediamo i bambini sotto le bombe a Gaza. Nel film, ad un certo punto, si dice: : “Un uomo che sbaglia lo si mette in galera. Ma se c’è uno Stato che fa una legge idiota, chi mettete in galera?”. Quando è uno Stato a sbagliare come si rimedia?
Sono troppi i minori che subiscono violenza, che muoiono per colpa di enti, stati, leggi… adulti incapaci di costruire la pace. Per ogni vita rubata, segnata, non ci può essere giustificazione possibile. Difficile pensare che quel seme di male che nasce dalla guerra non generi poi altro male. La Svizzera, se non altro, anche se dopo molti anni e molte insistenze, ha riconosciuto il sopruso e ha risarcito buona parte delle famiglie che avevano subito quelle violenze. Un segnale positivo. Nel sito della Pro Juventute si parla di questi fatti come di una grande discriminazione e violenza, un grave errore. Ma dobbiamo lottare per non dover arrivare alla necessità di risarcire.
Sapevamo della situazione critica in Palestina da tantissimi anni, ma è una pentola a pressione che abbiamo lasciato sul fuoco, facendo finta di niente per troppo tempo. La comunità internazionale sovente è incapace di prevenire, e gli interessi economici alimentano le conflittualità etniche e religiose. Serve un’educazione al rispetto della diversità, per costruire e difendere la pace e la vita delle giovani generazioni.

In ogni tuo film si entra in mondi alieni, si guardano le cose da un altro punto di vista. Anche qui nella prima inquadratura c’è un ragazzino che si affaccia su una piazza dove si esibiscono gli artisti di strada, e da quel momento siamo nel loro mondo. Che tu racconti con uno sguardo aperto, non giudicante, empatico ma anche distaccato. Non c’è nessuna concessione alle emozioni facili, al melo dramma. Quando Lubo viene a sapere della tragedia che ha colpito la sua fami glia, c’è un stacco sul piano medio, un pudore che rende il dolore ancora più straziante. E questo succede anche in altri casi, come a voler sollecitare lo spettatore alla coscienza, la consapevolezza, senza farsi travolgere dalle emozioni.
Cerco di evitare la dimensione melodrammatica, gli eccessi, preferisco costruire un senso di realismo. È necessario anche un rispetto nei confronti delle persone che realmente hanno vissuto vicende come queste. Da un punto di vista più cinematografico, credo che per certe situazioni sia più efficace uno sguardo distante, perché in quella “misura di distanza” entra lo spazio del nostro sentimento. Certe esperienze forti, più grandi di noi, hanno bisogno di essere viste nella semplicità del male, nello smarrimento, nella solitudine.

Nella prima parte del film ci sono il bosco, la neve, la notte, il rapporto con gli elementi, la vita del soldato e quella del fuggiasco. È un mondo che ci hai già raccontato, con grande efficacia. Dall’altra ci sono ambienti quasi viscontiani, eleganti e tetri, dentro inquadrature fisse, con scene d’amore che sono quasi scene di morte. Dove Lubo mette in atto la sua vendetta.
Era fondamentale esprimere la trasformazione di Lubo, anche con scelte precise di ambienti e inquadrature. Il suo è un percorso complesso, un sovrapporsi di varie sensazioni, la solitudine, il desiderio di dare un senso alla vita, la necessità di ritrovare i suoi figli. C’è anche un senso di vendetta, quando seduce quelle signore altolocate e borghesi, che non sanno di avere a che fare con uno zingaro. Gli hanno portato via i figli, ha perso tutto… C’è un travaglio, una complessità, che si modifica nel tempo, giorno per giorno, evento dopo evento.
Una complessità in cui trova spazio anche l’amore, e momenti di gioia.
A un certo punto, nell’evoluzione del personaggio, la dimensione del dolore e della rabbia è superata in un incontro che rende possibile ricostruire la normalità. Poi il destino lo porta su altre strade. Ma era importante raccontare questa complessità, questa sua confusione. Quando si subisce qualcosa di così forte e drammatico, è importante anche il ritrovarsi.
Parlando in generale del tuo cinema. Qual è l’idea, l’intenzione, che sta alla base del tuo lavoro? Se ce n’è una in particolare.
Mi piace raccontare l’umanità nella sua bellezza e nelle sue contraddizioni, negli orrori, e in particolare la marginalità, la diversità, il senso di comunità. Cerco di fare film che abbiano una grande forza spettacolare e narrativa, offrendo degli spunti di riflessione. La scommessa è quella di credere nella diversità come arricchimento. Non è certo facile. Purtroppo, ahimè, la cronaca ci racconta che anche i figli dello stesso sangue, i figli di Abramo, sono lì che si sbranano.
Per me è importante l’attenzione al mondo dell’infanzia perché sarà la società del futuro. Che siano i bimbi Jenisch o Martina dell’Uomo che verrà, richiamano la nostra dimensione d’infanzia, quando il mondo ci sembra una cosa bella da vivere e scoprire. Oggi questo senso di felicità viene schiacciato spesso dall’affettività fittizia, il consumismo, l’attaccamento agli oggetti.
Mi preoccupa anche la delega di molti genitori al telefono come strumento di intrattenimento dei figli. Vedo bambini sul passeggino in pizzeria con un cellulare in mano. Non dobbiamo dimenticare quanto sia importante l’affettività, il rapporto fisico, la positività, cose che vanno seminate negli anni della crescita, per poi riverberarsi nella vita, per se stessi e per gli altri.

Tu non sei certo uno di quei registi che fanno film in serie, tanto per farli. Passano almeno 3-4 anni da una tua produzione all’altra. Ma sei anche il regista di Il vento fa il suo giro, auto-prodotto, che in un certo senso ha fatto scuola. E oggi arrivi a questa produzione importante, che ha anche un respiro internazionale. In un momento in cui si discute sui tagli al finanziamento del cinema italiano. Cosa consiglieresti al giovane che oggi vuole entrare in questo mondo, che ha delle cose da dire, quindi ha una necessità espressiva, più che la volontà di entrare nell’industria del cinema?
La prima cosa da fare è sentire il desiderio e la voglia di “raccontarsi”, con un proprio sguardo sul mondo. Avere un’identità. Nasce da qui il punto di vista originale. Oggi la tecnologia permette di fare un film veramente con poco e quindi se c’è qualcosa di importante da raccontare viene fuori. Poi, se vogliamo che il cinema non sia solo intrattenimento, ma abbia anche uno spessore culturale, e sia in grado di smuovere un pensiero creativo, sociale, affettivo, è importante che lo Stato faccia la sua parte. I tagli non sono mai una buona regola. Gli autori italiani vanno aiutati a realizzare cose che abbiano un respiro internazionale, per favorire i meccanismi di diffusione all’estero. Se il cinema vuole sopravvivere oggi deve avere un alto livello qualitativo.
Hai spesso sottolineato anche l’importanza della formazione scolastica.
Sarebbe importantissimo riuscire a far sì che in Italia il cinema diventasse materia reale di insegnamento a livello scolastico. Il calo di pubblico in Francia non c’è perché il cinema in Francia viene insegnato. I film sono importanti per capire la storia contemporanea e passata, hanno un impatto sulla coscienza e la sensibilità dell’uomo, penso che sarebbe prezioso portarli alle giovani generazioni, dentro il loro percorso didattico.
Stai già lavorando a qualcosa di nuovo?
No, non sono certo uno velocissimo. Ma ho già due o tre idee. Vediamo quale vince.


