C’è voluto il successo straordinario delle tecniche di meditazione orientale, perché in Occidente si tornasse a parlare di “meditazione cristiana”. Decenni di zen, yoga, vipassana buddhista, approdati negli ultimi anni all’americanizzazione della mindfulness.
Oggi più o meno tutti sanno cos’è la meditazione, intesa all’orientale. La tecnica (le tecniche) e il relativo stato di coscienza. La ricerca della quiete interiore, la consapevolezza, l’orizzonte dell’unione col Divino, comunque lo si voglia intendere o chiamare.
Per molti occidentali, di formazione cristiana, l’Oriente era un’alternativa possibile, un altro modo di intendere la ricerca spirituale e il sacro, la possibilità di un’esperienza interiore che andasse oltre riti, precetti, moralismi. Salvo poi riscoprire che anche il Cristianesimo ha percorso quella via, soprattutto nei suoi primissimi secoli.

In tanti hanno sentito parlare della “preghiera del cuore”, grazie soprattutto alla diffusione dei Racconti di un pellegrino russo. Qualcuno magari si è imbattuto anche nei libri che Jean-Yves Leloup ha dedicato all’esicasmo, scoprendo quella realtà formidabile che è il Monte Athos, o risalendo ai testi dei padri del mondo cristiano greco-bizantino, alla “filocalia”.
Ma potremmo citare anche John Main, monaco benedettino che ha riscoperto Giovanni Cassiano, e quindi la tradizione contemplativa cristiana, dopo aver sperimentato la meditazione orientale, dando vita alla World Community for Chistian Meditation, molto diffusa anche in Italia (fondata sulla ripetizione del mantra Marànathà, parola aramaica, preghiera semplice e antica, che significa Vieni, Signore Gesù).
In ogni caso è sempre all’Oriente, al Cristianesimo ortodosso, che dobbiamo la conservazione di quel patrimonio immenso che conosciamo come esicasmo. Un patrimonio poco conosciuto anche da chi è impegnato in una ricerca spirituale e che in questa tradizione potrebbe ricavare suggerimenti preziosi, indicazioni per la pratica, anche con tecniche specifiche di meditazione e contemplazione. I testi di approfondimento, soprattutto accademici, non mancano di certo. Mancano forse libri più divulgativi, che non si fermino alla teoria, al “fatto culturale”, capaci di presentare l’esicasmo come via pratica, concreta, per il cercatore di oggi. O meglio, mancavano.

Un ottimo compromesso tra le necessità della divulgazione e la profondità degli argomenti, è rappresentato dall’Introduzione all’esicasmo scritta da Daniele Capuano per le Edizioni Tlon. Che parte da due concetti fondamentali.
Da una parte la ricerca della massima semplicità come «ciò che ci avvicina a Dio», secondo l’etimologia stessa della parola hesychìa che rimanda a «una percezione di quiete interiore, di facilità», ma che forse è la cosa più difficile da ottenere.
Dall’altra il filo (storico, ma soprattutto interiore, spirituale) che lega i filosofi greci antichi con la spiritualità cristiana bizantina, come sanno i lettori di Pierre Hadot o di padre Lanfranco Rossi. Anche se, per capire questi legami, bisognerebbe tornare a una concezione della filosofia ormai dimenticata – oggi per noi è solo teoria, esercizio razionale, astratto – come «stile di vita praticato insieme al maestro e alla comunità dei condiscepoli» (funzionava così, da Pitagora in giù).

Philokalìa è il nome della raccolta di testi del cristianesimo orientale (IV-XIV secolo) che alla fine del Settecento favorì la diffusione di queste discipline. Una parola che significa “amore per la bellezza”, che non è esattamente ciò che intendiamo oggi (anche qui, in modo un po’ astratto, puramente estetico) ma corrisponde a ciò che è buono, il vivere bene. Il bello di questo libro è che, mentre impari qualcosa sull’esicasmo, ricavi anche indicazioni pratiche sulla “via”, per quei lettori che conoscono la differenza tra sapere (avere nozioni su una cosa) e conoscere davvero (praticare, diventare quella cosa).
Si parte dall’idea che l’origine di tutti i mali sia la distrazione, la dispersione, cioè il male per eccellenza dei nostri tempi, quello di cui tutti soffriamo. L’antidoto si chiama nêpdis, che significa sobrietà, ma anche vigilanza, «un’attenzione aperta, che riconduce la nostra consapevolezza alla sua dimensione innata (o “natura le”), quella di apertura ricettiva e luminosità trasparente». Non sfuggirà ai più attenti quanto sia decisivo questo appello alla “presenza a sé”, che ci arriva anche come messaggio fondamentale del buddhismo e sta al centro di tante discipline d’Oriente e Occidente. Sobrietà, semplicità, padronanza di sé.

Per raccontarci l’antropologia dei Padri esicasti, Capuano ci riporta innanzitutto a Platone, all’anima tripartita, ribadendo anche la distinzione tra corpo, anima e spirito che il nostro tempo sembra aver dimenticato (come ha scritto spesso Marco Vannini). Si parla di una via spirituale triplice – come tre sono le opere alchemiche – che parte dalla purificazione, il cui «modello è la Croce di Gesù» e il cui scopo è liberarci dalle identificazioni e dai condizionamenti, cioè tutto quelle cose che ci separano da Dio, ovvero «dalla nostra origine e natura, dall’essere del nostro essere, dalla Realtà, ciò che è più intimo a noi di noi stessi. Dio è il nome religioso di ciò che, semplicemente, è la (nostra) realtà» (Capuano in questo libro ci offre gli strumenti per conoscere l’esicasmo, ma a volte, con poche semplici parole, rivela un sapere profondo, mai imposto al lettore, spesso solo alluso per chi “ha orecchie per intendere”).
La seconda via è quella della theorìa, la contemplazione, «in cui il noûs, il nostro spirito, la nostra coscienza, inizia a illuminarsi dopo che l’anima è stata lenta mente purificata» e in cui cominciamo a «vedere le cose non come una molteplicità di enti separati, ma come manifestazioni spirituali».
La terza è la théosis, la divinizzazione: «Dio si è fatto uomo affinché l’uomo si faccia Dio». Si parla qui della “via unitiva”, così spesso in odore di eresia, che passa attraverso l’amore. Pochi dubbi sul fatto che il primo passo sia la libertà dal “mi piace/non mi piace”, che oggi suona così familiare, e che potete chiamare apátheia. Ma anche sulla necessità di coltivare l’agápe, l’amore spirituale, perché Dio è amore.

Se vi turba il linguaggio della tradizione cristiana più antica, fondato su angeli e demoni, potete riportarlo alla realtà quotidiana, fatta di pensieri (“esche dell’invisibile”) che ci possono portare in una direzione o nell’altra, e che noi siamo liberi di accettare o rifiutare, utilizzando lo strumento del discernimento.
Da una parte c’è la voce dell’ego illusorio, che ci tiene legati alla terra, dall’altra quello del Sé divino. Spesso nella tradizione cristiana orientale si parla di una vera e propria “guerra interiore”. Bello e giusto l’accostamento tra la Filocalia e l’indagine interiore propria all’Advaita Vedānta indiano.
Con delle differenze formali, più che sostanziali. Nell’Advaita c’è l’idea di un universo illusorio, dietro cui si cela la non-dualità, l’Uno. Dal punto di vista cristiano, invece, si sottolinea l’idea del mondo come teofania, manifestazione di Dio: «È come se il Divino si guardasse in uno specchio: attraverso le nostre menti egli vede se stesso come universo, come tutto».
Giusto e bello l’accostamento con il buddhismo (samatha e vipassanā), partendo da Evagrio Pontico e Massimo il Confessore, per raccontare il complesso lavoro interiore che va fatto riguardo i nostri pensieri, tra assorbimento in sé (cercando la “nuda presenza silenziosa”) e la memoria Dei, che aiuta a stare radicati nel presente.
La seconda parte del libro è dedicata alla pratica e alla “preghiera di Gesù”. Che diventa comprensibile solo se ci riappropriamo del potere del Nome, luogo della manifestazione di un’energia divina. Una potenza. Una presenza. Occasione di incontro tra finito e infinito. Come lo è l’icona, l’immagine. «Per il cristiano bizantino, e per l’orientale in genere, nome e immagine sono la presenza del nominato e dell’immaginato». Ecco perché nominare Gesù o Dio, con consapevolezza, devozione, energia, diventa così importante.
La preghiera di Gesù nasce da quella evangelica del pubblicano: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Una preghiera semplice, da ripetere e interiorizzare, coordinandola con il respiro (il che fa giustamente pensare a certe pratiche yoga, ma anche islamiche). Rimandiamo al libro per la sua versione originale, in greco, con relativa pronuncia.
Non c’è alcun dubbio su ciò che bisogna fare. Lo diceva Paolo ai fedeli di Tessalonica: «Pregare incessantemente». Sarà il maestro (indispensabile) a fornirci i dettagli sulla tecnica e la postura, che a differenza di ciò che accade nella meditazione estremo-orientale (nella quale la schiena deve rimanere eretta) è una sorta di prostrazione da seduti, un ripiegamento su se stessi. «All’inizio è (o sembra) una pratica faticosa e dolorosa (pónos): poi la meditazione-orazione si rivela il nostro stesso essere, la nostra stessa natura. Non è qualcosa che facciamo, ma ciò che siamo».
L’indicazione fondamentale è quella di «far discendere la mente (noûs) nel cuore (kardía)», e non ha nulla di sentimentale, perché il cuore è «in realtà il centro del nostro essere, la fonte della nostra consapevolezza», al di là della mente raziocinante e discorsiva.
Capuano, giustamente, lascia la parola ad alcuni Padri esicasti, citando lunghi brani e invitandoci implicita mente ad andare alla fonte. Ci sono autentiche perle, ricche di immagini folgoranti e suggerimenti pratici. L’attesa accompagna la trasformazione, la cottura nel fuoco alchemico, l’agricoltura celeste. «Alla fine (fine come culmine, non come esaurimento) della storia d’amore fra il praticante e la sua preghiera, si raggiunge appunto il fine dell’asceta, la théosis: corpo e mente si divinizzano, diventano trasparenti alla Luce divina, belli».
Ci sono anche pagine dedicate al metodo raccontato da Leloup in un suo celebre libro, con i vari gradi di penetrazione della verità: medita come una montagna, un fiore, il mare, come una colomba, come Abramo, medita come Gesù. Poi si propone un’escursione dotta sulla “fisiologia del cuore tra medicina e ascesi”.

Si medita sull’immagine sacra dell’Odighitria, Maria madre di Dio, “colei che indica la Via”. Si cita quel capolavoro della mistica che è La nube della non conoscenza e una fondamentale Lettera di direzione spirituale: «L’Anonimo mi suggerisce di offrire il mio nudo essere all’essere di Dio: senza qualificazioni, senza identificazioni – non “io sono questo, io sono quello”, ma (solo) “io sono”. Il mio nudo “io sono” si riassorbe nell’Io Sono che è il Nome di Dio». Quanto è decisivo quell’io sono, l’esperienza dell’essere più radicale, pura consapevolezza, «un’ignoranza al di sopra di ogni conoscenza»!
Un piccolo libro davvero prezioso.


