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Non basta “amare la natura”. Ci vuole ecosofia

Le riflessioni di Jean-Yves Leloup, che invita a unisce scienza, etica e religione, sensibilità ecologica e sentimento del sacro, ragione e intuizione.

L'ecosofia secondo Leloup

Tutti “amiamo la natura”. In modo istintivo, sentimentale, forse anche ingenuo, oppure in modo intellettuale, a volte un po’ astratto. Perché nella natura stiamo bene, perché è più bello e sano vivere nel verde, perché l’ambiente va preservato, con le sue risorse fondamentali. Tutti (o quasi) ormai siamo d’accordo sulla necessità di “vivere in armonia” con la natura, dopo secoli in cui ci siamo impegnati a depredarla: l’attivista e l’intellettuale, lo scienziato e l’industriale che si è votato al “green”, l’esteta che ama contemplare il panorama e lo sportivo in cerca di benessere.

Ma forse è arrivato il momento di fare un salto di qualità. Un salto di coscienza. Di consapevolezza. Anche perché a forza di dire “ecologia” – e “sostenibilità” ed “emergenza climatica” e “difesa dell’ambiente” – rischiamo di perdere di vista il succo della questione, di farne un problema puramente ideale, o peggio ideologico, di trasformarlo in contesa politica, in dialettica filosofica, in argomento da salotto televisivo.

Ed ecco l’ecosofia, fondata sulla «profonda intuizione che il Reale è Uno, che nulla è realmente separato», che non è più tempo di «separare le visioni filosofiche, le visioni immaginali e religiose, non separare l’economia dalla politica, la politica dall’etica, l’etica dalla spiritualità». Va bene usare l’intelligenza, la conoscenza, la scienza, anzi è indispensabile. Va bene usare il cuore, le emozioni, sottolineare il legame sentimentale con la natura. Ma serve anche qualcosa in più, l’intuizione di una connessione profonda, il superamento del dualismo uomo-natura, la convinzione di vivere tutti (e tutte le cose) nello stesso “spazio-tempio” (attenzione alla “i” che fa la differenza). «Per chi ama la natura, l’ecologia non è una necessità o un dovere, ma un piacere, una felicità; amare il prossimo, la terra, l’animale, l’albero, la pietra, come sé stessi non è un comandamento che esige, ma un’ispirazione che ci eleva e ci fa fiorire».

Jean-Yves Leloup, monaco domenicano, prete ortodosso, filosofo, psicologo, scrittore

Ce lo dice Jean-Yves Leloup, in un libretto denso e indispensabile, uscito in Francia nel 2020 e pubblicato ora in Italia da Lindau: Per un’ecologia integrale (Ecologia ed ecosofia). Leloup, per chi non lo sapesse, è un ricercatore dello spirito di enorme intelligenza e sensibilità. È grazie a lui se oggi conosciamo un po’ meglio segreti e virtù dell’esicasmo e della filocalia, che ha studiato e praticato alla fonte, al Monte Athos.

Monaco domenicano e poi prete ortodosso, dottore in psicologia e filosofia, scrittore e conferenziere, ci ha fatto conoscere le origini del cristianesimo – da leggere i suoi libri sui vangeli apocrifi di Maria, Filippo e Tommaso, – è un sostenitore dell’ecumenismo e del dialogo inter-religioso e ci ha regalato un’autobiografia che è uno dei testi spirituali più affascinanti dell’era contemporanea (L’absurde et la Grace).

La sua visione sulla questione ecologica parte da una constatazione ovvia, ma spesso dimenticata: la realtà che vediamo dipende dalla qualità del nostro sguardo. «Sotto lo sguardo del sapiente, dell’industriale, del prete o dell’amante la natura non è la stessa natura; oggetto di consumo o oggetto di devozione, la “natura del la natura” dipende dall’intento e dalla visione di coloro che la sfruttano, prendendosene cura o sacralizzandola».

(foto Quang Nguyen Vinh)

Vogliamo cambiare il mondo? Allora dobbiamo cambiare il nostro modo di guardare la realtà. Se la natura è un magazzino di cose da prendere per le nostre necessità, più o meno buone e importanti, nell’illusione che le risorse siano infinite, troveremo sempre nuove scuse per continuare a sfruttarla, magari negando l’emergenza ambientale oppure sperando messianicamente nella tecnica per salvarci dall’apocalisse finale. Stesso discorso, all’opposto, vale per chi riduce la natura a un idolo, un’entità astratta, da preservare e salvaguardare come fosse un museo vivente, per il nostro personale diletto.

Ecco allora gli sguardi diversi, che generano vari modi di intendere l’ecologia. Più uno, la sintesi, che Leloup chiama ecosofia, che per lui è «l’occhio del Reale, perché è il Reale che conosce sé stesso, attraverso queste diverse modalità di percezione, riflessione, empatia e intuizione». C’è lo sguardo della ragione, quello che oggi gode di maggior consenso, considerato da molti l’unico davvero reale, «il mondo percepito, analizzato, razionalizza to e oggettivato». C’è quello affettivo, «una presenza viva con la quale possiamo stabilire un rapporto fraterno». Ma c’è anche «l’occhio dell’intuizione», quello contemplativo, che percepisce «l’unità di una Coscienza che si manifesta nella diversità dei mondi percepiti, analizzati, oggettivati, celebrati».

Nan va Halva (Pane e dolci) di Muhammad Baha' al-Din al-'Amili (Met Museum OA)
Nan va Halva (Pane e dolci) di Muhammad Baha’ al-Din al-‘Amili (Met Museum OA)

Leloup non giudica e non condanna, non stabilisce una gerarchia, non lancia anatemi. Il suo approccio, come sempre, è amorevole, comprensivo, votato all’interiorità, ma anche al senso dell’universale, l’unione tra diversi. Ogni forma di ecologia ha una sua utilità, che però va messa in rapporto con le altre, perché non diventino dei dogmi, degli assoluti, verità parziali al servizio di finalità particolari, che rischiano di generare solo divisioni.

È certamente molto utile “l’ecologia sensibile”, quella dei bambini, istintivamente legati alla natura, o degli sciamani, che dialogano con gli elementi e gli “spiriti” che vivono in essi. Chi non conosce le parole «del Grande Capo indiano Seattle al Grande Capo di Washington», ricordate da Leloup? «L’aria è preziosa per l’uomo rosso, perché sa che tutte le cose condividono lo stesso alito di vento. La bestia, l’albero, l’uomo condividono tutti lo stesso alito. L’uomo bianco sembra non accorgersi dell’aria che respira. Come un uomo agonizzante da lunghi giorni, il suo olfatto sembra offuscato dal suo stesso fetore. Ma se ti vendiamo la nostra terra, devi sapere che per noi l’aria è preziosa, e condivide la sua anima con tutte le vite che porta. Se ti vendiamo la nostra terra, dovrai averne cura, considerarla sacra, come un luogo dove anche l’uomo bianco possa assaporare il vento addolcito dai fiori dei prati».

È molto utile “l’ecologia scientifica”, che mette le risorse della conoscenza tecnica al servizio della lotta all’inquinamento. Lo è anche “l’ecologia della presenza”, che ci mette i sensi e il cuore, che fa appello all’energia del reale, e parla del pianeta Terra come Gaia. Appartiene alla stessa categoria la visione di anime grandi come san Francesco o Rumi. «La vocazione dell’essere umano è di unire la sua lode a quella di tutto il creato. Il mondo non è da sfruttare, ma da contemplare e celebrare». Come scriveva Al Halladj: «Tutti gli atomi di questo mondo, li penseresti ubriachi di vino, cantano continuamente questo canto di lode».

(foto Kelsey Erin)

Ed ecco che l’ecologia diventa “sacra”: ferire la natura significa ferire noi stessi, la nostra essenza, così come la sostanza comune di cui siamo fatti. L’ultimo passaggio è quello più impegnativo e decisivo, quello davvero rivoluzionario. Quello in cui si incontrano il discorso scientifico e religioso («Non c’è nulla al di fuori del Tao», «Tutto è Brahman»), la ragione e il cuore, ma anche l’anima e lo spirito, nel nome dell’Unica Realtà. «“Non si può sollevare un filo d’erba senza disturbare una stella”. Non è poesia, non è misticismo, è fisica». La rivoluzione è sia interiore che esteriore. «È in questa coscienza che Yeshua ha voluto condurci quando sulle rive del lago ha detto ai suoi discepoli: metanoiete, che, invece che con “convertitevi”, deve essere tradotto più letteralmente con “passate oltre (meta) il mentale e vedete”».

Spinoza parlava di “Deus sive natura” (Dio, ossia la natura). Ma non era un panteista, non pensava che la natura è Dio. Dio semmai è ciò che rende possibile la natura, manifestazione di Dio: «Tutto esiste attraverso questa Coscienza creatrice. Tutto sussiste in essa e con essa» (quindi Spinoza è panenteista). Pensare la natura come “cosa” che si è fatta da sé, «svuotata del dinamismo (energia) che la abita», significa ridurla a oggetto, un idolo che esiste solo nella mente dell’uomo. Per vederla e comprenderla serve una “conoscenza del terzo tipo”, intuitiva, che Spinoza «chiama amor intellectualis, che dovrebbe essere tradotto come “amore intelligente”». La Sapienza salomonica. La conoscenza che si fa stupore e meraviglia.

Questo significa che per coltivare l’ecosofia dobbiamo diventare credenti? No, se lo si intende come credo specifico, dogmatico, settario, in questo o quel nome di Dio, colpevole nella storia di aver coltivato lo sguardo che trasforma la natura in cosa da usare a nostro piacimento. Non bisogna alimentare i due vicoli ciechi della nostra era, l’idolatria e il disprezzo della natura.

Scrive Leloup: «Esercita la tua ragione, ma non fermarti in tutto ciò che puoi soppesare, misurare, spiegare, “pensa più lontano, più alto, va fino alla meraviglia”. Esercita la tua fede, ma non fermarti in un’immagine, una rappresentazione, un’idea, un idolo di Dio, va fino all’invisibile, all’innominabile, all’irrappresentabile, all’inafferrabile; va alla meraviglia e fa di questa mera viglia la tua dimora, nella luce vedi La Luce».

La predica agli uccelli, quindicesima scena del ciclo di affreschi che Giotto dedicò alle Storie di san Francesco, nella Basilica superiore di Assisi
La predica agli uccelli, quindicesima scena del ciclo di affreschi che Giotto dedicò alle Storie di san Francesco, nella Basilica superiore di Assisi

Leloup dedica pagine molto belle a Francesco e al suo rapporto con il creato. Ricordandoci il cammino che abbiamo fatto per arrivare fino a qui. «Se si crede all’odissea della Coscienza, c’è voluto un tempo così lungo perché quello che chiamiamo il nostro sistema solare emergesse da questa grande nuvola di galassie che sono gli universi e c’è voluto ancora molto tempo perché da questo universo emergesse la vita, il mondo vegetale, il mondo animale, più recentemente l’essere umano, che lentamente si erge, si mette in posizione eretta e diventa capace di guardare il mondo come un altro, faccia a faccia». Alla faccia del post-umanismo, della vita ridotta a sopravvivenza, alimentata dalla chimica e dalla tecnica, dell’uomo trasformato in macchina “irresponsabile”.

«È attraverso la gioia e la grazia che fiorisce la nostra umanità “aumentata”, non con il dominio, l’appropriazione, lo sfruttamento della terra e dei suoi abitanti». Qui il discorso di Leloup si fa quasi mistico, parlando dello «spazio tempio, lo spazio del nostro stesso cuore, cuore coscienza, cuore di luce e di pace, particella di infinito, e se le nostre onde si sono opposte ad altre onde, ora è il momento di riconoscere che sono tutte acqua e appartengono a uno stesso oceano». Se ogni esistenza manifesta l’Esistenza, l’ecologia non è più solo una scelta intellettuale, una decisione politica, o una sensibilità personale. Si tratta di capire e di sentire che siamo tutti legati, e che questa interdipendenza deve generare «un rapporto affettivo con tutte le esistenze manifestate, testimonianze vive e visibili del Reale invisibile». Se trascuriamo un altro essere, di qualsiasi tipo, stiamo trascurando il nostro stesso corpo.

Ci vuole affetto, amore, condivisione. «L’ecosofia è un’arte di vivere e di abitare sulla terra, sotto il cielo e nell’aria». Una specie di conversione.

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