«La sera era lì: improvvisamente era lì, riempiendo la stanza, un enorme senso di bellezza, di potere e di gentilezza».
Lo facciamo dire a Krishnamurti, senza bisogno di dare un nome a quella presenza, quella pienezza, che a volte arriva, sen za alcun preavviso, a illuminare il nostro stare al mondo. Un’esperienza. L’esperienza. Il contatto imprevisto e imprevedibile con qualcosa che Santi Borgni chiama “intelligenza della totalità”.
Lui l’ha incontrata tanti anni fa, alle quattro in punto del mattino, in una notte in cui si svegliò con il forte desiderio di alzarsi a meditare. Lo racconta così, nel suo libro Il pensiero e il silenzio (Ubaldini Editore): «Poco dopo, seduto da solo in silenzio, un immenso potere pervase la stanza, un’espressione vibrante di assoluto amore e verità che non lasciava spazio a nulla di personale. Quel potere era interiore eppure non aveva nulla di “me”… L’incontro con quell’intelligenza assoluta è l’incontro con un potere assoluto, con l’eterno che è l’infinito presente, con ciò che non può essere in alcun modo contenuto e descritto nelle categorie del pensiero. Non è una sensazione di pace o libertà, è libertà assoluta».
Sembra una cosa mistica. Anzi lo è, senza ombra di dubbio. Ma Santi Borgni ne scrive e ne parla con grande semplicità, senza darsi arie da santo o illuminato. Al contrario, pratica il dubbio, l’esitazione, l’ascolto.
Santi sorride e si racconta con un tono gentile, dicendo cose che risuonano di una saggezza antica. Tutto in lui parla, sottovoce, di umiltà. Anche il piatto di miglio e lenticchie che mi prepara nella sua casa di Rotzo, sull’Altopiano di Asiago. C’è anche un buon contorno di peperoni tagliati fini e cavolo cappuccio.

Santi, per anni, si è occupato di agricoltura biologica ed è diventato anche un esperto di cucina vegetariana e vegana (ha pubblicato un libro sul tema, con trecento ricette). Ma ascoltando il racconto della sua vita, sembra successo tutto “per caso”, anche l’invenzione e la costruzione – con le sua mani, letteralmente – di quella Casa della Pace che è diventata un punto di riferimento, in terra umbra, per chiunque sia impegnato in una ricerca spirituale, per chi pratica yoga o meditazione, per chi sia alla ricerca di uno stile di vita in armonia con gli altri e con la natura.
L’atteggiamento che sta alla base della vita di Santi, e di cui parleremo a lungo, lo “stare con ciò che è”, sembra permeare ogni suo gesto e ogni circostanza affrontata, piccola o grande che sia. Può essere la necessità di accogliere un giornalista curioso, rispondendo alle sue domande (e facendone altrettante), gestire un ritiro in silenzio in mezzo alla natura, o fare i conti con quell’esperienza luminosa, quel dono di cui ti chiedi il perché, cosa significa, cosa devi farne (scrive nel libro: «Evito la parola “Dio”, che vorrei poter usare e unirmi con quel la parola ai tanti che l’hanno adoperata indagando la vita con così profonda esigenza interiore e ricchezza di espressione. Ma a causa dell’inesauribile elaborazione teologica che ha prodotto definizioni e divisioni, la paro la “Dio” è così carica di significati e implicazioni che ha finito per essere fonte di idee e credenze contraddittorie tra loro»).
Parliamo anche di questo, a pranzo, mentre condividiamo idee ed esperienze – per certi versi simili. Trent’anni alla Casa della Pace hanno insegnato a Santi che cosa significa incontrare davvero una persona, al di là delle solite formalità e delle sterili aspettative (se ti fai una certa idea dell’altro, non lo incontri mai davvero).
Santi, nonostante il lungo cammino percorso, continua a presentarsi come un uomo che ha poco da insegnare e molto da imparare, e che se proprio deve appellarsi a un’autorità intellettuale e spirituale al massimo cita Krishnamurti, ovvero il più anti-autoritario dei maestri («Pensa al paradosso – mi dice – non voleva essere il Maestro del Mondo preannunciato dalla Società Teosofica, che ha abbandonato, ma poi in un certo senso lo è diventato davvero»).
Parliamo di silenzio e di “grazia”, di tecniche di meditazione (e dei loro pericoli, un punto fondamentale del nostro dialogo), di quell’esperienza che non sai come chiamare – estasi? illuminazione? – e che devi stare attento a non trasformare in un idolo, un’altra cosa di cui appropriarsi, nutrimento per l’ego. Non è “l’esperienza” che bisogna cercare, non lo stato di pace, gioia, beatitudine che produce, ma il silenzio e il distacco che la rendono possibile.
Il pensiero e il silenzio, libro pubblicato da Ubaldini (che non finiremo mai di ringraziare per il suo catalogo pieno di testi preziosi), è il risultato di una vita intera di esperienze e riflessioni, fatte da una persona che da trent’anni offre ritiri basati sul silenzio, sull’ascolto e sul dialogo, in «una casa isolata tra le montagne del nord dell’Umbria, un ambiente fatto di boschi, di stagioni e giorni che variano, che sono sempre nuovi nella semplicità essenziale della natura».
Il silenzio di cui si parla è soprattutto quello interiore, libero dal rumore rappresentato dai pensieri, e dal conflitto perenne che questi portano nella vita. Anche se poi la trasformazione profonda evocata dal libro in realtà non dipende dal controllo del pensiero (equivoco pernicioso) «ma da una comprensione radicale di sé: si tratta di conoscere se stessi e non di controllare se stessi… Il silenzio è la fine dell’io, cioè del “voler essere” che si oppone a “essere”». Quindi la fine dei condizionamenti, dei pregiudizi, del pensare di essere o volere questo o quello.

Terminato il pranzo, raggiungiamo a piedi un antico lavatoio. Il rumore dell’acqua che scorre ci accompagna lungo tutta la nostra chiacchierata, a quasi mille metri di altezza, in una bella giornata di sole. L’intenzione è quella di raccontare almeno una parte della vita avventurosa di Santi, e la sua scoperta del silenzio. Che passa anche attraverso il dolore, un lutto che impone cambiamenti radicali, una fine che diventa un inizio. Anche una famiglia segnata dalla guerra.
«Mio padre aveva 20 anni nel ’41, quando è stato mandato insieme a tanti altri ragazzi a “conquistare” la Grecia. Questa era l’idea di Mussolini. Invece, insieme ad altri 12 mila giovani, è tornato con le mani e i piedi congelati. Ha fatto due anni di ospedale, ha subito delle mutilazioni: ave va solo le prime falangi delle dita, in entrambe le mani, e gli era stato amputata metà gamba. Questa cosa ha segnato la mia famiglia. Lui già era una persona molto timida, dopo la guerra si è chiuso ulteriormente. Siamo andati avanti con la pensione di guerra. Lui era un operaio con un modesto stipendio, la pensione ha dato un benessere economico alla mia famiglia.
Anche la Casa della Pace esiste grazie a questo evento, il che suscita tante riflessioni… Mia madre arrivava da una famiglia veneta caduta in disgrazia: a 12 anni era stata mandata in un convitto di suore in cui filava la seta, in cambio di vitto e alloggio, e lei era felice, perché almeno così aveva un letto e un comodino tutto suo, e poteva mangiare. Ha pensato an che di farsi suora, visto che loro mangiavano abbondantemente. Poi è arrivata la guerra ed è cambiato tutto».
Santi se ne andò di casa subito dopo la Maturità. Possiamo solo immaginare cosa passasse per la testa di quel ragazzo che si sentiva sempre fuori posto e non riusciva a capire come facessero le persone a chiudersi in un ufficio dalla mattina alla sera. Non era snobismo, era proprio una cosa sostanziale, esistenziale. «C’è sempre stato come un tema di fondo nella mia vita, che si è manifestato nel dire di no a un sacco di cose. Sentivo che ciò che non è vero, buono o completamente sano, non lo volevo. Ad esempio, andare a lavorare in una banca, come invece avrei potuto fare, era impensabile. Anzi mi sembrava impossibile che qualcuno accettasse di chiuder si in una banca in cambio di uno stipendio».

Da lì a diventare un po’ hippy, vivendo di artigianato, sperimentando anche qualche droga, il passo è breve («facevo gioielli e li vendevo ai mercatini, mi piaceva molto e mi dava tutta l’indipendenza di cui avevo bi sogno»). Anche perché si presentavano le prime esperienze interiori, i primi incontri fortuiti con persone impegnate in una loro ricerca spirituale.
La prima tappa decisiva risale al 1984, quando a 28 anni decise di partire per l’India. «Prima sono andato in un ashram, a studiare yoga, a Rishikesh. Poi, non so come, ho incontrato un sadhu, Ram Tilak Das Ji, e sono andato a vivere con lui, in mezzo alle montagne. Mi alzavo alle 5, facevo la mia meditazione, e per il resto della giornata non facevamo niente. Il tempo passava così, senza che ce ne accorgessimo».
Ma attenzione al senso di quel “niente”, alle possibilità comprese in quel “vuoto”. «Nell’ashram c’era questa cosa chiamata meditazione, che io non avevo mai vissuto prima. Una scoperta molto forte, straordinaria. Però avevo anche un impulso a rivedere, per conto mio, tutto ciò che mi veniva detto. Mi sembrava troppo facile seguire le indicazioni, che fossero visualizzare una luce o una figura, e allora ho cominciato a seguire un mio percorso. C’era il Gange, che scorreva non lontano da lì, e ascoltavo il suono delle acque, ascoltavo me stesso, e c’era uno spazio grande che si apriva in me. Mi ricordo un giorno in particolare in cui “è finito il tempo”: ero steso su un tetto, la mattina, e ho visto il sole passare come fosse un aeroplano, veloce, e a un certo punto è arrivata la luna, dentro un’assenza di tempo totale, che era anche uno stato di assenza di sé. Non era un “voglio essere senza sé”, accadeva, semplicemente, dentro l’osservare».

Prima di partire però aveva conosciuto una ragazza, «la donna destinata a diventare la madre dei miei figli». Quell’incontro diventò parte della domanda di quegli anni: come si vive dopo una scoperta del genere? Il dubbio se sia possibile «percorrere un cammino spirituale avendo moglie e figli» compare anche all’interno del libro. Come rispondere alla “chiamata interiore”, senza per questo rinunciare a ciò che ti chiede l’esistenza? Il sadhu Ram Tilak, a cui era stato posto l’interrogativo, lui che aveva lasciato la famiglia per seguire quella vita, come vuole la tradizione indiana, «mi guardò contrariato e, credo, con disappunto. Non rispose nulla, ma il suo sguardo fu eloquente».
La domanda delle domande è: «Che cosa devo fare? Come porto con me questa cosa così grande? In un certo senso è la cosa più preziosa che puoi trovare, un bene che non ha il suo rovescio, che non produce nessun consumo, che non ha un degrado. Non produce identificazione. È un bene che è un nulla, non è qualcosa che produci e di cui puoi dire: è mio. Accade».
Questa fu la sua scoperta, in India. Quella che portò con sé in Italia, dopo sei mesi trascorsi laggiù. Nel libro si trovano tracce di una risposta possibile sulla scelta tra isolamento e vita in famiglia. «Il cuore e la logica mi dicevano, e mi dicono, che la vita religiosa e la vita familiare e lavorativa devono poter camminare insieme. Si può sostenere, a ragione, che la vita spirituale sia essenzialmente nel servizio, nell’accettare senza amarezza gli eventi e in un cuore gentile; e che questo sia possibile in ogni circostanza».

Quel seme generato in India aveva bisogno di «prendere una forma, toccare terra». E la prima terra toccata fu quella di Vens in Val d’Aosta, a 1700 metri di altezza, dove la sua Françoise aveva affittato una casa. «Abbiamo sistemato una stalla bellissima, con una volta a crociera, e abbiamo passato lì quasi tre anni. È nato anche il nostro primo figlio».
È nato anche lo studio appassionato dell’opera di Krishanmurti. «Era una lettura tremendamente intensa. Leggevo una frase e rimaneva con me tutto il giorno, mi lavora va dentro. Finalmente avevo trovato le parole per dire ciò che sentivo». Dieci anni di studio e meditazione appassionata della sua opera, imparata praticamente a memoria, prima di cominciare a frequentare perso ne che organizzavano incontri dedicati ai suoi insegnamenti.
Nel frattempo è maturata un’altra svolta. «Era l’88, vivevamo in questo villaggio in cui erano rimaste diciassette persone, tutti anziani, e nostro figlio passava le giornate andando a bussare a porte dietro cui non c’era nessuno. Lì abbiamo capito che forse dovevamo spostarci. Anche perché vivevamo in una piccola stanza. Era bellissima, fuori dalla finestra c’era il Gran Paradiso, ma ormai non bastava più».
Sorride Santi, mentre lo ricorda, perché c’è anche il lato buffo del la vita. Tipo andare in Umbria in cerca di una casa pronta, magari in un paese in cui puoi fare la spesa uscendo a piedi, per finire invece in una casa enorme, un rudere, isolatissimo, dotato anche di una chiesetta con il tetto sfondato, e quindici centimetri di letame di pecora sui pavimenti. «Françoise entrò e disse qual cosa come: “Bellissimo!”. Lì siamo rimasti “fregati”».
Lì in realtà è cominciata una storia incredibile. «Abbiamo deciso di comprare questo posto anche se era fuori da ogni logica. Per tutta una serie di vicissitudini, ci sono voluti quasi due anni per acquistarlo dalla Curia vescovile di Città di Castello. Era un rudere da ricostruire completamente. Senza luce, senza acqua, senza telefono. Ma era bellissimo. Avevamo un furgone, ci siamo accampati fuori, la sera accendevamo il fuoco, c’era un cielo stellato straordinario. Era febbraio».

Lui non era certo un muratore, ma fu costretto a imparare in fretta. Fecero arrivare l’acqua da una sor gente vicina e decisero di creare un’azienda agricola. «Sono arrivati una mucca e un vitello. Ho imparato a mungere. Poi abbiamo comprato due trattori… Erano gli anni in cui il movimento del biologico stava per sfociare nel regolamento CEE del 1991. Io sono entrato in una nascente organizzazione di agricoltori biologici, tutti un po’ come me, improvvisati, con queste aziende sperse per la montagne. Abbiamo creato BioUmbria, l’Associazione per l’agricoltura biologica dell’Umbria, che si è associata all’Aia ed è diventata una cosa seria. Quando è morto il primo presidente, sono stato eletto al suo posto. Io non volevo, dicevo: “Sono l’ultimo arriva to”. Mi risposero: “Ma tu SEI biologico!”».
Le cose a volte accadono così, imprevedibilmente, provvidenzialmente. Come accade di incontrare i seguaci di un maestro indiano, in Romagna, che aveva dato ai suoi discepoli la pratica di non mangiare. Strane cose che capitano nel mondo della spiritualità e dell’ascesi. Eppure uno di loro, diventato un amico, gli disse la cosa giusta, quando Santi gli parlò della sua difficoltà a trovare il tempo per meditare, con tutto il lavoro che doveva fare: “La tua meditazione è sui campi”, gli suggerì lui.
Ancora più importante l’incontro con Benedetto Simonelli, «che era stato un attore molto promettente, era amico di Bertolucci, e aveva fatto una scelta di povertà totale, con la sua famiglia di cinque figli. Viveva in un alloggio che gli aveva dato un prete a Tivoli, due camerette, una mini cucina in cui lo scarico non funzionava e un minibagno. Eppure quando entravo in quella casa avevo la sensazione che ci fosse un grande spazio, era un luogo confortevole, mi sentivo a mio agio, a differenza di ciò che capita spesso in certe case borghesi. Lui aveva abbandona to tutto per la sua ricerca spirituale, passava il suo tempo sui monti sopra Tivoli, in una capanna: una pratica di immersione nella natura. È venuto anche alla Casa della Pace, abbiamo fatto degli incontri insieme».
C’era anche lui, in quella fatidica notte, l’incontro con la “cosa senza nome”. «In quel momento pensavo proprio a Benedetto, a ciò che ci univa, la volontà assoluta di trascendere se stessi, anche se in modo diverso. Quella ricerca radicale». In quel periodo Santi aveva subito un piccolo intervento chirurgico, che gli aveva imposto due mesi di convalescenza. Lui, per un mese, ogni mattina si svegliò alle quattro in punto (una “sveglia interiore”), immergendosi per un’ora in quella Presenza, quel profondo silenzio. Chi ha avuto esperienze del genere, che mettono in con tatto con l’Assoluto, sa anche quanto pesi poi il ritorno alla “normalità”. «È stato dilaniante, perché si rimane con la sensazione di avere perso la cosa più preziosa. Il giorno in cui sono tornato sul trattore, dopo due mesi di convalescenza, è stata la fine di quell’epoca così straordinaria. Mi chiedevo: perché è venuta, che cosa devo farne, che cosa mi sta chiedendo?». Era rimasta solo una specie di indicazione, un compito: «Le parole erano state: voi qui siete una pausa, nel senso in cui schiacciando il pulsante “pausa” di un registratore si ottiene il silenzio».
Durante quell’esperienza era successo qualcosa di straordinario anche a Françoise: «Lei, che non aveva mai meditato in vita sua, sognò di levitare, in meditazione, su una spiaggia, con un senso di estasi molto forte. Sognò anche Krishnamurti, di cui lei non si è mai interessata, che le diceva: “Questa è la meditazione”… Che cosa ci fai con una cosa del genere? Non è più un crederci o non crederci, la devi prendere così com’è. È evidente che mi ha dato i compiti da fare. Il compito della mia vita: creare uno spazio dove il silenzio esiste e può essere condiviso».

Da lì è cominciato il desiderio di strutturare la ricerca, «anche se io sono sempre un po’ lento a capire le cose, ci ho messo degli anni». Ma quell’epoca, in cui aveva ormai tre figli, fu anche estremamente dolorosa. Françoise scoprì di avere un tumore all’utero. «Un percorso di malattia durato due anni, in cui io ho smesso completa mente di lavorare. Un percorso anche umano, di relazione, di scoperta interiore. La malattia ti mette davanti a qualcosa che riguarda la vita nella sua dimensione più essenziale. Davanti alla malattia metti da parte il lavoro, i soldi non contano più, i progetti per il futuro li dimentichi, le relazioni sociali cambiano totalmente. Resta solo lo stare insieme, ascoltarsi, guardarsi intorno, passare molto tempo ad aspettare, senza scadenze, senza sapere cosa sta succedendo e dove stai andando. A un certo punto, dentro quella dimensione, ti rendi conto che per qualche motivo c’è uno spazio più grande di quello che c’è quando la vita scorre con tutti i suoi progetti. Uno spazio di “non fare”, che diventa uno spazio di comunica zione. Tanto che lei una volta mi disse: “Dovevamo passare attraverso tutto questo per trovare questa cosa, questo ascolto reciproco?”».
A proposito di sacro. Qui si tocca il senso della vita e del la morte. E la generosità, la sincerità con cui Santi con divide questi suoi personalissimi ricordi, è commovente. Fa parte del suo modo di essere, la trasparenza limpida con cui cerca di vivere le cose e di rapportarsi con gli altri, con un “distacco” (da sé, dall’ego e la sua storia) che non significa indifferenza, ma l’esatto contrario, un contatto più vero e profondo con “ciò che è”.
«Il giorno della sua morte, nel giugno del ’96, è stato un altro giorno vissuto in una dimensione senza tempo. Da una parte è stato un dramma, soprattutto per i miei figli. Ma anche un momento di libertà enorme, innanzitutto per Françoise, che ha seguito il suo percorso come sentiva di volerlo fare (ostinatamente decisa a rifiutare cure tradizionali), e poi per tutti noi, un momento di libertà in sé: non c’era più un volere, c’era solo l’esserci. Toccare quella dimensione della vita che è la morte come un momento in cui si alza il velo del mistero. Un po’ come quando nasce un figlio. Tutti quei momenti di passaggio in cui, se hai una certa sensibilità, senti che si sta aprendo una dimensione diversa».
Casa della Pace comincia lì. «Di fare l’agricoltore non se ne parlava più, con tre bambini piccoli. Produrre cibo bio, promuovere l’agricoltura biologica, diventavano una cosa secondaria. La cosa che era diventata veramente centrale, era la vita stessa. Le domande sul mistero dell’esistere. Casa della Pace è nata come esperimento di condivisione di queste domande, come percorso di esplorazione».
Il bello è che ha funzionato, anche qui fuori da ogni logica, visto che Santi non aveva nessuna esperienza di ospitalità e organizzazione di ritiri. «C’erano due settori di lavoro: offrire la casa a insegnanti di yoga o meditazione, che portavano i loro gruppi, e i miei ritiri legati a Krishnamurti, che hanno avuto momenti di grande partecipazione e momenti di minimi storici».
Belli i ricordi di quegli anni tumultuosi, i primi incontri pieni di pianti, le degenerazioni istruttive, ai limiti della rissa (la frase tipica, incredibile, di certe discussioni: «Non lo dico io, lo dice Krishanmurti!»), ma anche i tanti incontri pieni di ascolto, silenzio, verità.

Santi era ed è il “facilitatore”. Unica definizione che forse accetta volentieri, oltre a quella di “fondatore di Casa della Pace”. «Sono sempre stato incapace di definirmi. Ho una responsabilità speciale perché ho creato questi ritiri, ma poi siamo tutti responsabili. Questo di solito è il mio incipit. Con gli anni ho trovato la formula attuale, che unisce al silenzio alcuni momenti di scambio, di confronto, mantenendo una struttura minima, che io chiamo “struttura debole”. Dalle 7 alle 8 del mattino ci si siede in silenzio, ma non ti dico cosa devi fare in quel silenzio, ti invito solo a non fare niente. Ti chiedo di provare a sospendere le tue pratiche e guardare cosa succede. La sensazione di “perdere tempo” secondo me è una delle più interessanti: cosa significa? Perché se sei seduto davanti a te stesso “perdi tempo”, mentre non lo perdi se sei seduto davanti alla televisione?».
Il segreto sta proprio nell’evitare di darsi dei compiti precisi. «La mia scoperta è stata questa: quando hai diversi giorni di ritiro in cui non ti vengono dati degli input – fai questo, fai quello, raggiungi questo, sperimenta quell’altro – e quindi “stai perdendo tempo”, succede qualcosa. Il primo giorno il cervello continua con il ritmo che ha appena lasciato, ma senza avere più stimoli, quindi quello che fa è ripetere le frasi, i pensieri, le occupazioni di prima. Il secondo giorno si crea un ritmo diverso nel pensiero, ma non è una cosa indotta dalla volontà, è un calo di quella funzione cerebrale che ti induce a pensare, e in questo calo c’è l’apertura di un’attenzione spontanea. Poi nel terzo giorno si possono cominciare ad aprire degli spazi dove il pensiero finisce, perché è naturale che finisca, e allora sorge naturalmente l’attenzione.
In quell’attenzione naturale ti può cadere l’occhio sulla farfalla che vola, o su un pezzo di prato, e vederne i dettagli, il movimento, come la luce tocca la superficie, e in modo assolutamente naturale ne cogli la bellezza. Ciò che vedi sempre, un pezzettino di prato, che di solito è scontato, banale, all’improvviso diventa qualcosa di tremendamente interessante, ricco di significato, di bel lezza, di vita. E in questo trovo che ci sia una scoperta fondante di una comprensione nuova.
Se c’è una trasformazione possibile deve passare attraverso questo: attraverso il fatto che a un certo punto scopri la bellezza e l’attenzione, che sono espressione in qualche modo del silenzio, sono il fondamento stesso dell’essere umano. È questo che dà senso e significato al vivere, non devi cercarlo in idee straordinarie o in avventure mirabolanti. Lo puoi trovare in un pezzettino di prato, come lo puoi trovare in tuo figlio, un amico, la tua compagna, un incontro casuale».
Eccoci al dunque. A qualcosa che assomiglia al segreto di una vita autentica, davvero libera, piena di bellezza, di verità. Il silenzio, l’attenzione naturale, la rinuncia all’appropriazione e all’identifica zione, a ciò che pensiamo di essere o che riteniamo sia giusto pensare. Tutte cose che ci imprigionano in una realtà fasulla, che chiamiamo “io”. «A quel punto l’io non c’è, semplicemente, è rimasto coi pensieri. Perché è il pensiero che costruisce l’io, identificandosi, ricordando il passato, aderendo a un’opinione, opponendosi all’altro, svolgendo il suo lavoro, che è quello di controllare il flusso della vita in modo di dirigerlo in un modo conveniente. Una costruzione psicologica. Il pensiero vorrebbe control lare tutto. Ma nel momento in cui si deposita naturalmente, quando non c’è più una volontà che cerca di attuare un controllo, succede qualcosa. Bisogna anche stare attenti alla volontà che cerca di controllare il controllore e gli dice “tu stai buono”. Quando il controllore arriva ad esaurirsi, ad un pacificarsi naturale, lì c’è davvero un momento di fine dell’io possibile e un incontro con la natura stessa della vita, la bellezza, l’essere insieme, non divisi, l’essere con l’erba, con il volo della farfalla, con il suono dell’acqua, come in questo momento, mentre parliamo».
Bisogna stare attenti anche ai tranelli nascosti nelle “tecniche di meditazione”. Altro discorso fondamentale, per lo più sconosciuto a chi intraprende un cammino di ricerca spirituale o a chi magari decide di cimentarsi nella mindfulness, oggi tanto di moda. «C’è chi scopre che stando attento al respiro, sta meglio. Non solo sta meglio, ma è anche più efficiente, più comunicativo. Il fatto paradossale è che quanto più una tecnica funziona, tan to peggio è. Perché la tecnica ti fa dire: “Io sono riuscito a produrre il silenzio, sono riuscito a generare uno stato di pace e di estasi”. Quindi l’io non solo è proprietario del conto in banca, e ha successo in azienda, ma quell’io, quel la volontà, quel controllore, è anche capace di produrre il silenzio, ha acquisito una tecnica molto sofisticata per far lo. Questa diventa una cosa davvero diabolica. La tecnica si sostituisce a qualcosa che è sacro, che accade per grazia non per volontà.
La ricerca del divino, se vogliamo chiamarla così, è la ricerca di ciò che “non è l’io”, ovvero la parte più intima di me, che non è il controllore, non è la superficialità del pensiero, il prodotto di una volontà. Se il mio scopo è stare bene, rilassarmi, senza troppe pretese, se voglio migliorare le mie prestazioni aziendali, la tecnica va benissimo. Il problema c’è se io penso che questa sia un’esperienza spirituale. Non lo è! Il fatto che ci sia questa sovrapposizione nei termini e nelle sensazioni, a me sembra che la renda pericolosa».

Altra domanda capitale. Cos’è “ciò che è”? Sembra facile a dirsi, ma non lo è affatto. E soprattutto, cosa fare se “ciò che è” mi sembra orribile, se sono stressato e in felice, se il mondo mi appare tutto sbagliato, assurdo, invivibile? Santi sorride, riflette a lungo, chiude anche gli occhi mentre cerca le parole. Lascio il suo lungo di scorso così come l’ho ascoltato e registrato, un flusso, una forza gentile, per rendere l’idea.
«“Ciò che è” è la percezione che abbiamo delle cose intorno a noi? Questo in realtà è solo uno dei tanti aspetti possibili. Noi possiamo percepire solo una parte, non la totalità. Incontro te, ma non posso pretendere di conoscerti, di sapere chi sei, quali sono le tue emozioni. Una parte di “ciò che è” riguarda questo tentativo di conoscere, definire, che è funzionale all’esistere. Ma l’uomo attraverso il conoscere genera un controllo sulle cose. La conoscenza ha portato l’uomo come specie a un successo straordinario, ma questa conoscenza è limitata, non è “ciò che è”. La conoscenza, ad esempio, non può descrivere l’incontro tra due esseri umani. Non posso rinchiuderti dentro ciò che penso di sapere di te, questa sarebbe la negazione della relazione, della tua libertà di essere ciò che sei. Il nostro cervello assegna alla conoscenza uno spazio che non è commisurato alla realtà, che non è fatto solo di definizioni e di controllo. Il nostro conoscere il più delle volte è un riconoscere, implica una limitazione arbitraria della realtà. Se ho la convinzione che le perso ne di colore siano “sporche”, farò fatica a relazionarmi a loro come mi relaziono agli europei, perché questa idea si sovrappone alla relazione.
Incontrare “ciò che è” richiede di sospendere la conoscenza in un modo intelligente ma nello stesso tempo radi cale. Intelligente perché non vuol dire buttare via tutto ciò che sappiamo, ma uscire dall’opinione identificativa. L’opinione e il giudizio non devono sovrapporsi all’in contro con l’altro, altrimenti diventa solo la proiezione di me stesso. Incontrare “ciò che è” implica la consapevolezza di non sapere. Non è un’ignoranza che può essere riempita da un successivo sapere, ma è qualcosa di implicito nel vi vere. Il non sapere inteso come non riconoscere, non controllare, non cercare di inserire qualcosa in un sistema. Quel non sapere permette di vedere in “ciò che è” quello che chiamiamo la meraviglia, la bellezza. Una bellezza che non è quella canonica, estetica, ma che scaturisce dalle cose, che nasce inaspettata, come relazione. Sono convinto che i bambini fino a un certo punto vivano immersi in questo stato di bellezza, che è stupore legato a un non sapere.
L’incontro con “ciò che è” a quel punto non è più un luogo in cui le cose accadono secondo una causa e un effetto. È uno spazio senza tempo, dove lo stupore è il non causato. È il presente inteso come eterno presente, quello di cui Krishnamurti dice: “Il presente contiene tutto il passa to e tutto il futuro”. Il pensiero che resiste a “ciò che è” dice (e sto citando ancora Krishnamurti): quello che è, per qualche motivo non va bene, quindi voglio che sia in modo diverso; oggi sono così, domani sarò meglio, tu sei così ma io riuscirò a cambiarti; e avanti di questo passo, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, trascorriamo tutta la vita in un resistere a “ciò che è”. In questo resistere, viene nutrita e amplificata la volontà, che non esiste mai nel presente, è sempre riferita a un futuro (deve succedere che…) oppure a un passato (avrei voluto che…). Eliminata quella volontà, sei dentro un presente che è l’eternità, perché contiene tutto il tempo e lo trascende».
Quindi cosa diciamo al nostro amico stressato? «Di stare anche con lo stress. Puoi vivere completamente quel lo stress, invece di resistergli, provando a capire cosa ti sta raccontando. Forse lo stress ti sta dicendo che dovresti cambiare lavoro…».
Sia chiaro che lo stare con “ciò che è” non ha nulla a che vedere con la passività o l’accettazione supina di ciò che accade. «Anzi, è l’esatto contrario. Se vedi una persona che cade per strada, e sei con “ciò che è”, il tuo primo impulso, l’impulso naturale, è quello di andarla ad aiutare. Non pensi che “cadere è il suo karma”, questa è follia, è una delle possibili deformazioni “spirituali”. Stare con “ciò che è” significa essere pienamente attivi, presenti, è un agire che non è mediato dall’opinione: sei in contatto con la cosa, stai vivendo davvero ciò che succede, quindi agisci in accordo con ciò che è. L’idea di ciò che dovrebbe essere forse mi promette dei grandi guadagni, mi promette il piacere, mi promette soddisfazioni future. E quindi per arrivare là, mi stresso e posso arrivare a negare me stesso, ma questo stress magari mi sta dicendo: lascia perdere, non è per te, non è la tua strada. Vivere “ciò che è” può essere davvero pericoloso rispetto agli obiettivi che ci siamo posti (nel senso che li mette in discussione), anzi deve essere pericoloso, visto che gli obiettivi che si è posto l’essere umano nella storia sono un disastro: l’obiettivo di occupare un altro paese, l’obiettivo di sottomettere la mia compagna, l’obiettivo di dirigere i miei figli verso le mie idee, l’obiettivo di deforestare l’Amazzonia… Se sono in contatto con quella foresta, non vado là in modo superficiale ad abbatterla con le ruspe. Se sono con “ciò che è” non cerco di sfruttare i miei dipendenti o sottomettere mia moglie, perché se sono con “ciò che è” sono insieme a mia moglie, sono insieme alla foresta, sono insieme ai miei dipendenti.
Non siamo separati, siamo una totalità. Nasce veramente un mondo nuovo. È il contrario della passività. È l’unica possibilità di attività vera. Quell’altra non è attività, ma reattività. Paradossalmente diventiamo degli sfruttatori di noi stessi. Perché in vista di un obiettivo, che per qualsiasi motivo noi abbiamo accettato come buono e desiderabile, siamo disposti a sacrificare i nostri sentimenti, le nostre sensazioni, quello che emerge dal profondo, e che sta cercando di dirci qualcosa, ma lo mettiamo da parte. Mettiamo da parte l’onestà, e qualsiasi altra cosa, in vista di un obiettivo che riteniamo superiore. La storia umana è piena di queste cose».

E rieccoci al punto di partenza. Perché la ricerca dell’essenziale e del silenzio, di una verità senza infingimenti, che non possiedo (altrimenti sarebbe un’altra costruzione dell’io) ma mi attraversa e mi riempie, dopo essermi svuotato di tutto, a volte porta all’esperienza di ciò che puoi chiamare solo Assoluto. «È la stessa qualità di amore, gioia, libertà, infinito che appare alla mente che abbia superato le definizioni e le opposizioni dell’identificazione trovando la vastità del silenzio, sebbene l’amore e il potere di quell’intelligenza si ano di una portata incommensurabilmente superiore».
Di fronte a un’esperienza del genere, non resta altro da fare che provare a testimoniarla. Come fa nel suo libro: «Quando accade è evidente che quell’intelligenza suprema e infinita è ciò che esiste di più intimo e di più vero in me; è quel “fondo dell’anima” a cui Eckhart si riferisce». Per dirlo con le parole di Krishnamurti, che ci ha accompagnato in questo percorso-incontro: «Quando c’è silenzio, c’è uno spazio immenso, senza tempo; solo allora c’è la possibilità di arrivare a ciò che è eterno, sacro».
Alla fine il nostro compito, se ce n’è uno, probabilmente è questo (e qui usiamo le parole di Santi): «Conoscere se stessi, svuotare la mente da ogni idea, negare tutto il falso, vivere nella libertà e nella pienezza. Insomma, il compito di una vita intera, un compito mai finito». Continuiamo a parlarne, mentre torniamo verso casa, parlando anche di figli, impegni, lavoro, anche di scelte tremendamente importanti – siamo sempre a un bivio, in ogni istante della vita – perché quel compito non è riservato a chi si chiude in un ashram o in un convento, a chi abbandona il mondo “per cercare Dio” (il rischio è che diventi una fuga, egoismo spirituale).
La “chiamata” esige una risposta anche dentro le fatiche e le complicazioni della vita moderna. Ciò che conta, come sempre, è come fai le cose, è come stai con “ciò che è”, cercando di uscire dalla logica del “me” e del “mio”: «Dove c’è un “mio” punto di vista che guarda il mondo, allora si tratta di uno sguardo che si separa dal tutto, che nasce dalle opinioni, dai ricordi, dall’appartenere a questo o a quello. Solo lo sguardo consapevole di non essere diviso da ciò che è può incontrare davvero ciò che è… Una responsabilità del tutto nuova viene in essere: non più la responsabilità data dal ruolo, ma la responsabilità di es sere intimamente parte del tutto… Se termina la spinta a identificarsi in questo o in quello, la percezione soggettiva è aperta all’infinito, è aperta a molteplici punti di vista, è aperta all’altro. Nel silenzio di questo sguardo, ciò che è viene compreso come la cosa più sacra, espressione finita dell’infinito, aspetto temporale dell’eterno».
È un aspetto temporale dell’eterno anche il saluto semplice che ci scambiamo, promettendoci di risentirci presto. Con la sensazione di aver toccato qualcosa di sacro, come può essere ogni relazione, quando è vissuta nella consapevolezza, la semplicità, l’amore.

