Paz, Socrate, Chesterton, lo yoga e l’Advaita Vedanta, Dante, Umberto Eco e Michael Jordan, o meglio la sua aura sacra e sovrannaturale, Massimo Palma e Zerocalcare, “Pico della Mirandola e la spiritualità”, “Come andare al di là del Tempo, da Eraclito a Stranger Things”, Pinocchio, Cristina Campo, il Kali Yuga, il rapporto tra fantascienza ed esoterismo, ma anche cinema, cucina e fumetti in quantità, senza mai dimenticare l’amata Lazio e l’amatissima carbonara.
Ecco un breve elenco, un riassunto, dei temi affrontati negli ultimi mesi da Adriano Ercolani, tra articoli, in contri e conferenze. A chi non lo conosce potrebbero sembrare tanti, troppi, tutti diversi. “Alto” e “basso” mischiati senza pudore, in modo apparentemente schizofrenico.
In realtà i suoi temi, vari e innumerevoli, sono come gli eccentrici ingredienti gettati dentro il calderone delle streghe, nel tentativo di ottenere pozioni magiche da bere tutte d’un fiato, confidando nell’efficacia dell’incantesimo. Anche se forse, in questo caso, sarebbe meglio citare il calderone dell’alchimista, che vuole fabbricare l’Oro del risveglio (suona impegnativo, e lo è), la conoscenza che illumina e trasforma. Non prima però di aver bruciato le scorie del piccolo ego e dei suoi attaccamenti, attraverso un’opportuna ascesi, con l’aiuto del Mercurio (lo citeremo più di una volta in questa intervista), principio primo dell’Opera, che può trasformare ma anche dissolvere.
Tutti concetti che a uno come Adriano Ercolani sono familiari quanto gli ingredienti della carbonara (con guanciale e pecorino romano, mi raccomando) o le gesta sportive di Giorgio Chinaglia (eroe dello scudetto laziale del ’74, con 24 gol all’attivo). Nulla è più lontano da lui della posa seriosa assunta di solito da chi affronta argomenti che hanno a che vedere con la ricerca interiore, le tradizioni spirituali, il misticismo, l’esoterismo.
Anche se poi, leggendo la sua Introduzione alla meditazione, scritta per Tlon insieme all’amico Francesco D’Isa, trovi scritto chiaramente che la meta è «l’esperienza dell’unità, al di là dei limiti illusori del proprio Io». Ed ecco il grande paradosso con cui gioca quotidianamente, il caos della curiosità culturale, tipicamente occidentale, ludica, (post)modernissima, proiettato però verso il traguardo vertiginoso dell’Uno, così lontano dalla sensibilità dell’uomo contemporaneo (a cora peggio se si tratta di un intellettuale).

Adriano Ercolani, che guarda all’Oriente per ritrovare l’anima dell’Occidente, non si limita a “parlare di”, ma pratica e sperimenta con devoto furore. Tutto questo si riflette nello stile barocco di un autore, studioso, giornalista (scrive tra gli altri per Repubblica XL e Il Fatto Quotidiano online) che si autodefinisce «logorroico delirante», con un’autoironia che potrebbe anche essere una forma di depistaggio creativo (viene in mente l’umorismo sulfureo adottato da certi ermetisti moderni, da Kremmerz in giù). Ma essendo un comunicatore, Ercolani sa perfettamente quando la scrittura deve diventare semplice, e i ragionamenti alla portata di tutti. Come accade in questo libro, scritto a quattro mani su un tema che conosce benissimo (pratica la meditazione da vent’anni), in un momento storico in cui c’è un gran bisogno di divulgatori consapevoli.
«La diffusione di una pratica è inversamente proporzionale al suo approfondimento, mentre è commisurata al propagarsi di equivoci e luoghi comuni che ne snatura no l’esperienza e ne deformano il significato». L’Introduzione alla meditazione scritta insieme a D’Isa è fedele al titolo, didascalico e senza fronzoli (ricordando che il didáskalos in greco era il maestro), in cui si dice chiaramente che quando «qualcosa di avvicinabile all’idea di “eterno” e “assoluto” diventa improvvisamente di moda, quando una via iniziatica per l’elevazione spirituale viene utilizzata come strumento di benessere e rilassamento, è forse giunto il momento di fare chiarezza».
Ecco allora alcuni concetti fondamentali per capi re i contesti culturali, la terminologia, l’humus spirituale da cui sono scaturite le varie tecniche di meditazione. Un’esperienza che «se vissuta profondamente conduce a stati di coscienza diversi da quello, comune, di veglia. Come ciascun autore mistico ricorda nelle proprie testimonianze, qualsiasi tentativo di descrizione razionale di questo stato rappresenta una sfida all’ineffabile».
Nel libro si parla di yoga e vedanta, buddhismo, sufismo e qabballah, ma anche di discipline cristiane (l’esicasmo), di Pitagora, Plotino e stoicismo, ovvero la pratica della filosofia prima che diventasse puro esercizio di pensiero astratto. Ma al centro c’è l’esperienza personale dei due autori. Perché, come dice Adriano Ercolani, per parlarne con cognizione di causa, bisogna aver sperimentato quello «stato di quiete interiore, di consapevolezza senza pensieri, in cui la mente è immersa in un silenzio colmo di grazia». Non una fuga dal mondo, ma una “roccaforte silenziosa” che permette di vedere e vivere meglio la realtà.
Un libro utile e serio, quindi. Di cui però Adriano ama parlare nel suo modo giocoso, irriverente, poco ortodosso, tra citazioni colte in quantità e incisi platealmente romaneschi, non facendo mai mancare la sua risata fragorosa.

Ti piace l’aggettivo “eclettico”?
Certo che sì! Se non puoi dare a me dell’eclettico, puoi pure cancellare l’aggettivo dal dizionario. Mi piace eclettico e mi piace molto anche “mercuriale”. So che l’astrologia in ambito intellettuale viene considerata poco più che un passatempo superstizioso, ma la trovo molto interessante come studio simbolico degli archetipi. Io sono Gemelli. Anzi sono la pubblicità ambulante dell’essere Gemelli.
Ma questa curiosità insaziabile è qualcosa che hai scoperto lungo la via o sei sempre stato così?
Diciamo che ho un’estroversione abbastanza pronunciata, quindi più che altro se ne sono accorti gli altri.
Però vedendo i tuoi interessi mistici e spirituali, verrebbe da pensare, in origine, a un ragazzo introverso, tutto preso dal suo mondo interiore.
Lo so che sembra un paradosso, ma il mio temperamento tende a nutrirsi di caos. Probabilmente sono cosi attratto dall’Uno proprio perché, altrimenti, vivrei un dualismo prossimo alla schizofrenia. Tra le varie cose che ho scritto, e di cui vado assolutamente fiero, c’è anche un saggio sul sentimento del tragico in Lino Banfi per una fanzine online significativamente chiamata DROGA. Per me Vieni avanti cretino è il più compiuto esercizio applicativo del Viaggio dell’Eroe individuato nella teoria del monomito di Joseph Campbell, con tutte le sue tappe iniziatiche. A me piace moltissimo mischiare il sacro e il profano. Diciamo che “la mia religione” si fonda su questa mescolanza.
Assorbi il caos per poi trasformarlo in unità.
Forse il più bel complimento che abbia mai ricevuto, grazie. Come dice la mia stella polare, Bob Dylan, artista “gemellino” per definizione: “Io accetto il caos, ma non sono sicuro che il caos accetti me”. Una frase che riecheggia la ricerca junghiana.

Immagino che da ragazzo passassi tante ore tra le bancarelle di libri.
Ho trascorso l’adolescenza squattrinatissimo ma compulsivamente vorace di libri. Avevo anche la fortuna di avere due amici fraterni, con la stessa passione – coi quali, tra parentesi, mi vedo ancora quotidianamente: uno i libri me li prestava, l’altro più rocambolescamente me li rubava. Tra l’altro tutti libri dal potente significato. Mi ricordo che una volta mi aveva rubato Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, il che mi sembrava un omaggio corretto al protagonista. Quando fui riformato, per sfregio, con i soldi della diaria mi comprai il Trattato del Ribelle di Jünger.
Le prime cose che ti hanno aperto la mente? Quelle che ti hanno fatto venire il sospetto che il mondo fosse più complesso e misterioso di come te lo raccontavano a scuola?
Stavo alle medie, me lo ricordo ancora, avevo da poco 11 anni, ero all’ospedale per un’operazione. L’inconsapevole veicolo della mia follia mistica fu mio zio, per me un secondo padre, persona assolutamente antitetica allo stereotipo dell’intellettuale di sinistra. Andò a comprarmi qualcosa da leggere, chiedendo consigli all’edicolante, dicendogli che suo nipote leggeva cose da grandi. Era il luglio 1989,18 anni dalla morte di Jim Morrison. Mio zio comprò Ciao2001, con Jim Morrison in copertina, e un albo di Dylan Dog, La clessidra di pietra. Per coincidenza, in entrambe le testate si parlava di poeti mistici e visionari: Blake, Baudelaire e Dylan.
Hai presente Elevazione di Baudelaire? Le ultime due strofe agirono come un comandamento: “Fuggi lontano da questi miasmi ammorbanti, e nell’aria superiore vola a purificarti e bevi come un liquido divino e puro il fuoco che colma, chiaro, le regioni limpide…”. Mi ricordo che a 11 anni leggevo I fiori del male chiuso nello sgabuzzino. So che può sembrare megalomane, ma sentivo una pro fonda risonanza con il modo in cui percepivo la realtà. Se ti sembra eccessivo, ti basti sapere che ho avuto un’infanzia molto particolare, potremmo definirla magica, immersa in una dimensione quasi paranormale, dunque avevo una percezione già di per sé alterata della realtà quotidiana. Prima Baudelaire e Rimbaud, poi l’incontro con Dylan, mi hanno schiuso le porte della ricerca.

Però la tua formazione è stata soprattutto di tipo letterario.
Al liceo sono cresciuto con questi due amici straordinari: uno è Daniele Capuano che ha appena pubblicato con Edizioni Tlon Introduzione all’esicasmo, mente dalla cultura sterminata (è come essere amico di Marsilio Ficino), l’altro è Lorenzo Ceccotti, conosciuto come LRNZ, artista visuale poliedrico, autore di una complessa allegoria come Golem (Bao Publishing). Principalmente all’inizio la folgorazione fu la poesia, poi c’è stato l’incontro con i filosofi.
Da ragazzo, accanto al poster di Siniša Mihajlović, avevo Hölderlin, Nietzsche, Schopenhauer e Kierkegaard. Ero violentemente anti-hegeliano, anche se poi ho dovuto fare i conti con lui. È un po’ come con Nadal: io tifavo Federer, incarnazione tennistica del dio Apollo, però alla fine devi riconoscere la grandezza dell’avversario. Hegel per me è un genio che ha capito tutto all’incontrario. Del ritmo ternario dell’esistenza è come se lui descrivesse il percorso di ritorno, la discesa cabalistico-dantesca. Questo, mutuato dal materialismo storico, ha accentuato la concezione del tempo progressiva, opposta a quella ciclica della sapienza greca-orientale. Una svolta che arri a già dal cristianesimo e che, tramite un’interpretazione di Hegel che capovolge il suo idealismo e ne rimuove il fondo esoterico, giunge alla dialettica marxiana, alle “magnifiche sorti progressive”, come direbbe Leopardi.
Quando è nata la vocazione per la spiritualità orientale, la letteratura mistica, l’esoterismo?
Come ho detto, vengo da una famiglia, in questo senso, straordinaria, e da un’infanzia carica di elementi soprannaturali. Mia nonna, cresciuta davanti alla montagna sacra della Maiella, rifiutò l’iniziazione per di ventare una strega. Mio padre – che sembrava Vittorio Gassman ma sapeva tramutarsi in Mario Brega, una persona di grande fascino, uno che sapeva cinque lingue negli anni Sessanta, quando la gente si guardava le trasmissioni in tv per imparare l’italiano, una persona vulcanica, dai tratti geniali ma anche violenti – si ammalò di una malattia inspiegabile. Era sano come un pesce, ma quella enigmatica patologia lo condannava a una specie di paralisi apparente. Ad un certo punto, disperato, si è rivolto al mondo del paranormale, ai maghi, agli stregoni, ai guru. Quindi io ho vissuto l’infanzia assistendo a questa quotidiana parata in casa di talismani, amuleti, grimori, sapienti e cialtroni. Ho visto anche con i miei occhi delle scene alla Gustavo Rol, fenomeni inspiegabili.
Ma ho sempre avuto un forte sentimento mistico dell’esistenza, non confessionale, pur nel dolore, per questo amavo molto Baudelaire, le sue “corrispondenze”, cercavo quel “codice segreto”, intuivo quel tessuto di sincronicità, che per carità può anche diventare una banalità new age, ma con consapevolezza e discernimento può essere il fondamento filosofico di una Weltanshauung.
Impari a riconoscere i “segni” che ti manda l’universo.
Esatto. Un testo che per me è stato filosoficamente un’agnizione è la Lettera a un religioso di Simone Weil. Poi, sempre grazie a Daniele Capuano, ho scoperto Elémire Zolla, Giorgio Colli e tanti altri. Ma l’incontro decisivo è stato più tardi, quando avevo 22 anni. Da adolescente ero una specie di stilnovista, mi ero de dicato alla casta e distante venerazione esclusiva per una ragazza. te sei scemo, ma che stai a dì?” Il tipo era un classico ricercatore degli anni Sessanta, sconvolto da esperienze psichedeliche, che però stava riprovando a memoria delle posizioni meditative conosciute in un corso gratuito di yoga. Sta di fatto che l’amico, folgorato dall’incontro, inizia a frequentare questi corsi e per mesi mi rompe le scatole, “devi venire, devi venire”. Nel frattempo io frequento un corso di Storia delle religioni e mi capita proprio lo yoga. Pensavo: “Ma di tutte le cose che poteva no capitarmi, proprio questa, che non mi interessa per niente!”. Avevo 20 anni, a me interessavano il cristianesimo ortodosso, la qabbalah, il sufismo, il taoismo, tutto tranne lo yoga! Per me era solo un percorso fisico. Ma sai quando un amico ti rompe così tanto le scatole che alla fine dici: vengo solo perché così la smetti.
Ed ecco la “rivelazione”.
Poi, una volta assaggiato il frutto proibito, mi sono smarrito completamente nel più dionisiaco libertinaggio. Un giorno dovevamo andare con degli amici in un pub in Trastevere, dove ogni giovedì facevano festa le ragazze della John Cabot University, studentesse americane in visita a Roma.
Diciamo che non ero uscito per cercare il “ritorno all’Uno”, al massimo cercavo altri tipi di unione (anche se è quella la radice dello smarrimento nell’illusione della maya, nel XVI canto del Purgatorio Dante lo spiega meravigliosamente: “L’anima semplicetta che sa nulla…”). Esco con due amici, due fratelli: uno, come me, assolutamente scettico, orientato a portare a casa il risultato più materialistico. L’altro, animato da una ricerca inquieta e nobile, aperto alla meraviglia. La gag è che fummo noi due, non quest’ultimo, a convertirci in seguito a ciò che sto per raccontare. Abbiamo incontrato un signore scalzo, con una rosa in bocca e una copia del Kamasutra in mano, che faceva strane posizioni di yoga. L’altro amico ha detto: “Fermiamoci, con questa persona ci dobbiamo parlare, per ché ci dirà la verità!” La nostra reazione è stata: “Ma Corso gratuito di Sahaja Yoga, sala elegantissima in zona Colosseo. Io, un ritardatario per natura, arrivai dopo la spiegazione introduttiva, direttamente all’esperienza. Meno male, perché avrei contestato tutto, col mio ego spocchioso da post-adolescente, permanentemente ebbro.
Quando viene proposta l’esperienza, c’è un ragazzo, molto semplice, palesemente illetterato, che sembra l’Idiota di Dostoevskij, e dice, con una voce infantile: “Vuoi provare questa cosa?”. Io penso: “Ma ‘ndo c… so’ capitato, questo sembra aver subito una lesione cerebrale importante”. Invece poi quel ragazzo ha guidato la meditazione ed è stato il momento più bello della mia vita. Un’esperienza estatica. Una liberazione totale. Mentre ero immerso in quell’epifania, riconoscevo la sintomatologia di cui avevo letto nella letteratura mistica. Perché io, in quel periodo, nella mia follia, mi ero messo a fare da solo anche gli eser cizi di Ignazio di Loyola e santa Teresa d’Avila.
Poi ho incontrato Shri Mataji, e io che sono irriverente, sospettoso, mega-scettico, ho avuto delle prove talmente evidenti che non ho più avuto alcun dubbio. Nonostante una scepsi sistematica e rigorosissima, mi sono dovuto arrendere. Anche perché gli effetti non agivano solo su di me, il che poteva anche essere frutto dell’autosuggestione. Gli stessi effetti li ho empiricamente riscontrati sugli altri. Sono stato tra i fautori di un progetto internazionale di divulgazione della meditazione, con cui ho girato il mondo, che mi ha portato nelle scuole, nelle carceri, nei centri profughi, nelle case famiglia, nelle aziende, nelle università. Ho incontrato persone di tutti i tipi, dai ragazzi di Scampia ai bambini indiani a diplomatici dell’Onu, e tutti, dopo aver sperimentato la tecnica di meditazione insegnata da Shri Mataji, descrivevano le stesse esperienze.

Eri consapevole del fatto che si trattava di temi, discipline e personaggi malvisti dal mondo culturale istituzionale?
Ero io il primo a pensarla così. Prima di entrarci, ero convinto che in quel mondo fossero tutti scemi manipolati da una setta. L’incontro con Shri Mataji mi ha cambiato la vita, quindi puoi immaginare il rispetto, e la fiera devozione, che nutro nei Suoi confronti. L’esperienza di meditazione era vera, profonda, autentica, “tornava tutto”. Però c’era anche la reazione umana, un certo sarcasmo goliardico che mi aiutava a sdrammatizzare il peso della “conversione”. Quando incontri un percorso spirituale così forte, avviene la cosiddetta periagogè, il percorso di trasformazione descritto da Platone ma anche nelle Upanishad, dopo l’affrancamento dalle illusioni materiali. Io nel giro di tre giorni ho smesso di bere, di fumare, ho vissuto per alcuni anni in modo quasi monacale. Felicissimo! Perché non era una rinuncia. Ho vissuto anche dei periodi di gioiosa castità. Perché la meditazione era uno stato così profondo che non avevo bisogno di soddisfare i sensi. Poi gran parte della mia ricerca successiva è stata quella di dare una dignità anche intellettuale a un’esperienza che io so essere autentica, ma che per molti è difficile da prendere sul serio. Come fa dire Pasolini a Totò in Che cosa sono le nuvole?: “…la verità quando la dici…non c’è più”. Quando provi a spiegare razionalmente una dimensione ineffabile sembra tutta una grandissima s… ciocchezza.
Non per niente, nel corso dei secoli, si è sviluppata la teologia negativa. Di certe cose forse puoi parlarne solo in quel modo. Penso alla Nube della non conoscenza.
Quello infatti era il mio approccio di riferimento, ero cultore di Meister Eckhart, di Silesius, ancora prima di Plotino e Porfirio. Poi però, nella divulgazione, devi scontrarti con una comunicazione che talvolta suona quasi parrocchiale, che deve essere necessariamente “buona”: qualcosa che a me personalmente crea delle reazioni cutanee vistose. Per me è una dialettica quotidiana, pro vare a esprimere in maniera degna un’esperienza sublime e abissale senza sembrare l’hippie di Carlo Verdone.

Qualche mese fa, a proposito di Meister Eckhart, abbiamo intervistato Marco Vannini.
Che Dio lo benedica! Mi è capitato di citarlo proprio ieri. Vannini ha scritto cose sublimi anche su Simone Weil. Lei diceva che tutte le mistiche si assomigliano quasi fino all’identità. Ma, come dice Vannini, in quel “quasi” c’è tutto. Anch’io credo nell’esistenza di una filosofia perenne, il rischio però è di arrivare alla confusione fatta dalla new age. Che dalla cosa più sacra e ineffabile si ricavino i concetti più banali e sciocchi. Non c’è peccato più grande per me.
Guénon, pensatore tradizionalista che sicuramente conosci, scriveva che il sincretismo è un errore diabolico, perché ci porta a confondere tradizioni, dottrine, discipline, rendendole inefficaci.
Ma certo. Dire che Pitagora e san Giovanni della Croce si assomigliano, non vuol dire che devi mischiare tutto. Spero che con questo libro siamo riusciti a dire qualcosa sul tema: c’è un’esperienza comune, c’è una convergenza dei sapienti, ma le tradizioni vanno distinte. Il sistema sottile di cui parla il sufismo non è uguale a quello della tradizione indiana.
Guénon diceva anche che la curiosità culturale, la conoscenza razionale, non portano nessuna autentica realizzazione spirituale.
Anzi, spesso le due cose sono in contraddizione. Una certa attitudine razionalista potrebbe essere un ostacolo.
Lo scrivi nel libro: la cosa più difficile, quando si parla di meditazione e di esperienze spirituali, è trovare le parole, dare una forma razionale a ciò che va oltre la ragione, per provare a spiegare che si tratta di esperienze reali, concrete, che agiscono in modo misterioso sul corpo e la mente.
Stai descrivendo il mio dramma quotidiano. Dall’altra parte, in quel mondo, capita di incontrare persone in buonissima fede, che però non si rendono conto di sembrare esaltati e respingenti, una sorta di versione indiana di una setta apocalittica. Gli dico: “Che volete sembrare, i Testimoni dei Chakra?”.
Poi c’è la questione politica e ideale. Quello è un mondo solitamente associato al pensiero tradizionalista, alla destra politica, a un’idea del mondo che ha poco a che vedere con quella che tu condividi. L’idea di un ordine spirituale che deve avere una corrispondenza nell’ordine temporale. Julius Evola, che pure ha scritto libri notevoli (sull’alchimia e il buddhismo delle origini, ad esempio), ha generato schiere di devoti pericolosissimi.
Io dico sempre che Evola è il più simpatico dei falsi maestri. Ha scritto cose importanti, ma ideologicamente è inaccettabile. C’è perfino una lettera di Himmler (!) in cui parlando di lui consiglia “di moderarlo, per quanto tale cosa sia possibile”! Evola ha una responsabilità karmica enorme nei confronti della storia, ha contribuito alla deformazione dei simboli sacri indù da parte dei nazisti. E questo criterio di valutazione, in maniera diversa, vale per tanti altri autori di quell’ambito.
Alain Daniélou ha scritto cose affascinanti su Shiva e Dioniso, Coomaraswamy cose sublimi sulla concezione dell’arte indiana, poi però se si arriva a giustificare i sacrifici umani o a proporre rapporti violenti per risvegliare la Kundalini, credo debba intervenire nel lettore il rasoio del discernimento. Succede anche con Eliade, Tucci, Filippani-Ronconi, Schuon, studiosi straordinari di cui non condivido le idee politiche.
Per fortuna c’è una nuova ondata, in cui forse umilmente mi posso inserire anch’io, Daniele Capuano, Alessandro Mazzi, Giorgiomaria Cornelio, Andrea Cafarella, figure diverse ma che studiano questi autori senza essere necessariamente nostalgici del nazisfascismo. Il problema è che continuiamo a vivere dentro una contrapposizione muro contro muro. Umberto Eco, che tutti stimiamo, metteva Zolla e Guénon nello scaffale dei cretini. Il mio amato Pasolini e la mia amata Elsa Morante avevano isolato Cristina Campo, la cui penna era intinta nel nettare degli dei.
Ne usciremo mai da questa contrapposizione ideologica?
Non per essere ottimista – io essendo della Lazio sono sempre scaramantico – ma ci sono dei segnali. Penso ad esempio al mio editore, Tlon, che pubblica Gurdjieff e il libro sull’esicasmo di Daniele Capuano… Scherzando un po’, in confronto a quelle di Daniele, le pagine più criptiche di Ceronetti sembrano scritte da Fabio Volo. Citazioni in sanscrito, etimologie vertiginose in lingue antiche, una panoramica mostruosa, nell’etimo, della cultura mondiale. Tra l’altro Capuano mandò una lettera a Ceronetti per chiedergli conto della traduzione di una passo di Isaia (e lui gli rispose con garbo e apprezzamento). Daniele, infatti, conosce anche l’ebraico, il latino e il greco, l’arabo coranico e, in parte, il sanscrito (per limitarci alle lingue “morte”). Può praticamente leggersi i testi sacri delle religioni principali in originale.
La meditazione ha effetti evidenti sul benessere mentale, fisico, emotivo, da qui nasce l’equivoco di una pratica utilizzata come fosse l’ora di fitness in palestra. Noi occidentali pensiamo di essere più furbi ed evoluti degli altri e quindi separiamo la tecnica da un contesto religioso che non ci appartiene, per usarla a modo nostro. Di recente si è parlato ironicamente di McMindfulness, per dire come la meditazione sia diventata un business consumista.
Io ho un caro amico, un persona splendida, che con la sua agenzia fa consulenza filosofica per le aziende, e propone anche la mindfulness. Lui mi dice sempre che per le persone completamente a digiuno è comunque un modo per avvicinarsi alla meditazione. Però la tecnica della mindfulness, a chiunque abbia una minima esperienza con la meditazione, sembra inevitabilmente una presa in giro. È un po’ come gli americani che fanno la carbonara con la panna. Sono stati dei geni del marketing. Però posso dire, per onestà, che ho incontrato manager di aziende che dopo aver sperimentato la mindfulness dicevano: grazie perché mi avete cambiato la vita! Il livello della coscienza collettiva è talmente basso che anche un surrogato della meditazione ti fa sentire meglio. Potremmo dire che è una sorta di alfabetizzazione meditativa.
Che però, nella stragrande maggioranza dei casi, non viene messa al servizio di una ricerca interiore, di una liberazione dai condizionamenti, dall’egoismo, ma al servizio del “sistema”, l’efficienza del lavoratore, la schiavitù dei desideri.
Certo. Se hai una capacità di attenzione migliore, se sei una persona più centrata, diventi un migliore padre, madre, figlio, e lavori anche meglio. Però la meditazione non può limitarsi a quello. Posso capirlo come “cavallo di Troia”, ma quando rimane solo quello, e il cavallo è vuoto, a cosa serve? Mettiamo perfino l’esperienza più sacra al servizio del neoliberismo?
Un altro equivoco è quello del nicciano “al di là del bene e del male”, l’illusione di poter vivere in una dimensione esistenziale che in realtà, tradizionalmente, è un approdo finale, il risultato di una liberazione. C’è chi pensa di poter fare a meno dell’etica. Lo yama e il niyama dello yoga, il retto comportamento del buddhismo, i comandamenti evangelici.
In India si dice che bisogna essere dharmatit, andare al di là del Dharma. Ma per arrivare di là, ci devi passare attraverso, non è che puoi startene… nell’al di qua. Lo devi attraversare il Dharma. Nella sua somma sapienza, Dante – come per Florenskij lo è la Trinità di Andrej Rublëv, per me la Divina Commedia è prova dell’esistenza di Dio, non è possibile che un essere umano abbia potuto scrivere un’opera di quel livello spirituale senza “connessione” – lo sapeva benissimo. Perché si giunga a Beatrice, alla Shakti se vuoi dirlo in termini orientali, la Grazia che sola può schiudere le porte del Paradiso, bisogna seguire fedelmente Virgilio, che è l’uso corretto della ragione e il giusto comportamento, Ragion Pura e Ragion Pratica.
La zattera necessaria a raggiungere l’altra riva, nel buddhismo.
La barca poi l’abbandoni, ma ti serve per attraversare la vita. Se ti butti in mezzo al mare, affoghi. Se utilizzi lo strumento della meditazione senza riflessione, rischi di diventare un deficiente. Il de-pensare è un’altra cosa. Come diceva Carmelo Bene a Macao: se voi foste ancora più stupidi sareste divini, invece siete stupidi e basta.

La questione della “filosofia perenne” è centrale nel vostro libro. Va bene l’idea che esista un nucleo comune a dottrine e religioni, ma bisogna sta re attenti a non confondere le cose, separando le tecniche dal loro contesto culturale.
Io sono d’accordo con il concetto di filosofia perenne, non solo perché Huxley era un genio. Più che altro sono fondamentalmente d’accordo con Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. I sufi consideravano san Francesco uno di loro. È chiaro che l’imperatore Marco Aurelio era un illuminato. Che yogin e sufi, almeno nel periodo dell’imperatore Akbar, erano praticamente sinonimi. Il fatto è che prima di riuscire a dissolversi nell’Uno, prima di commuoversi dell’abbraccio che supera la di visione, bisogna essere consapevoli dell’alterità. I saggi indiani lo hanno riassunto meravigliosamente: l’Ātman, lo spirito, è Sat-Chit-Ananda. Sat è l’essere, la verità dell’essere, ciò che è, la realtà; Chit è la consapevolezza della realtà; solo dopo c’è Ananda, la beatitudine. Non è il contrario. Realizzi il reale, ne prendi coscienza e poi ti abbandoni al divino. È il percorso di Dante. Non puoi saltare le tappe dell’iniziazione. Questo è il problema di tanta spiritualità prêt-à-porter che promette di bruciare le tappe.
Come distinguere tra maestri e cialtroni, fra tra dizioni vive e fossili spirituali?
Non è semplice. Innanzitutto si può comprare il libro che ho scritto insieme a Francesco d’Isa! Ma al di là della pessima battuta di marketing, penso che un sintomo di serietà possa essere la gratuità dell’insegnamento. Chi si fa pagare i livelli per “sbloccare i chakra”, non credo proponga un percorso autentico. E poi, banalmente, c’è il discorso empirico: tu, quando provi questa esperienza, come ti senti? Il motivo per cui ho seguito Shri Mataji, la cosa secondo me più convincente in quell’approccio, è che la priorità è data all’esperienza. Devi diventare il maestro di te stesso. Shri Mataji dice: prima conosci te stesso. Altrimenti è l’ennesima rivelazione apodittica, l’ennesima deriva dogmatica.
Non ti viene voglia, a volte, di ritirarti dal mondo, di portare la tua ricerca interiore ancora più in profondità, uscire dall’iper-stimolazione e l’iper-attività della vita occidentale?
L’ho fatto. Sono andato in India, più volte, ho fatto dei lunghi ritiri. Però io penso che ognuno abbia il suo daimon. Sono convinto che per trascendere la tua identità la devi vivere fino in fondo. Non identificandoti con l’ego, ma portando alla massima potenza quella che in sanscrito si dice vritti, la tua inclinazione. I Gemelli come temperamento sono mercuriali, comunicatori, teoricamente molto distanti dalla meditazione, immersi nel mondo esterno, sempre a duemila, ma paradossalmente, proprio perché visitati dalla mercurialità, hanno una sorta di distacco sapiente, nel loro pacchetto di base, che li porta più vicini, non dico alla verità, ma alla natura cangiante del divenire, alla consapevolezza di non sapere socratica. Quella che ti consente di rimetterti sempre in discussione e di aprirti alla meraviglia, alle possibili epifanie.
Krishna dice ad Arjuna che quella battaglia la deve combattere. Evitando l’attaccamento ai frutti delle sue azioni.
Hai colto perfettamente la divinità di riferimento. Il Dio giocoso, che si manifesta come totalità. Se mi chiedessi qual è secondo me il testo sacro definitivo, ti citerei proprio la Bhagavad Gita.
Qual è la tua redness, la cosa che ti dà la forza di alzarti la mattina?
Io, quando mi sveglio la mattina, ho l’abitudine più anti-meditativa della storia. L’idea di rompere l’incantesimo del sonno è terribile per me. Se tu mi dicessi – consentimi una battuta volgare, materialistica – che alzandomi, e andando nella stanza accanto, troverei 100 mila euro, tre fotomodelle e Bottura che mi prepara la colazione, io comunque mi rimetterei a dormire. Per me l’incontro con la necessità materiale, il pendolo schopenhaueriano tra dolore e noia, è traumatico. Anzi, è talmente traumatico che a quel punto, per redimermi, affrancarmi da questo “affanno continuo” leopardiano, necessariamente infelice, dalla volontà di vita shopenhaueriana, lo scopo, la passione, diventa scoprire, al di là della maya, dell’illusione dolorosa, le trame meravigliose di sincronicità dietro le quali si cela la coscienza suprema del puro spirito perennemente sorridente che si fa beffe di noi.
Wow!
Il finale è una citazione da una poesia di Shri Mataji, quando la lessi la prima volta mi ci riconobbi perfettamente.


