Terra «solitaria, senza Dio, desolata, mortale, spoglia, priva d’acqua, senza sentieri, impraticabile, infestata, maledetta, dimenticata e tuttavia, allo stesso tempo, luogo di rivelazione, di contemplazione, e santuario. In mezzo a tanti orrori, la pace; una pace esaltata da quegli orrori».
Il deserto. Anzi, i deserti. Di sabbia rosa, gialla, pallida, di “ciottoli simili a uova annerite”, solidi o granulari, scabri o lisci, grigi e pietrosi, oppure fatti di soffici dune, da cavalcare come fossero onde in mare aperto.
William Atkins attraversa sette deserti, che in realtà sono pieni di storie e di esseri umani. Monaci, indigeni, migranti, dissidenti esiliati. Il silenzio, sì, la vastità sconfinata che ci attrae, il “luogo metafisico per eccellenza”. Ma Atkins non si accontenta dei luoghi comuni. Studia i percorsi dei pionieri, che rischiavano la vita per attraversare quelle terre, e si inoltra in aree inospitali che si riempiono di incontri (spesso surreali) e riflessioni.
Un diario, una guida, un romanzo, un saggio di scienze, storia, biologia, politica, sociologia, storia delle religioni, antropologia. Che guarda con orrore a questo nostro mondo fatto di «avventurieri, nuova specie di fanatici: ragazzi slanciati dal sorriso abbagliante che non cercano conoscenza e nemmeno nuove terre ma soltanto la novità, la sofferenza organizzata, l’”esperienza”».
Un mondo senza confini (Adelphi) è un libro bellissimo. Che parte da un’attrazione irresistibile e improvvisa, approdata nell’Oman, il “Quarto Vuoto”, tra beduini e viaggiatori in fuga da qualcosa. In Australia, nel deserto Victoria, incontriamo gli Anangu e il loro culto degli Antenati e della terra, «che è il nesso tra il fisico e lo spirituale, fra il temporale e l’eterno», la cui difesa è un dovere morale perché siamo natura anche noi, non c’è separazione.
La terza tappa è in Cina, tra il Gobi e il Taklamakan, tra grotte sacre buddhiste e ricordi di “criminali” deportati a migliaia laggiù. C’è l’Aralkum in Kazakistan, ma anche il deserto di Sonora negli States, la rotta dei migranti al confine tra Messico e Stati Uniti (Atkins aiuta gli attivisti).
Nel Black Rock vive insieme ai “burners”, accampati per celebrare il “Burning Man” (i principi? «Inclusione radicale, Demercificazione, Autonomia radicale, Espressione di sé radicale, Sforzo comune, Senso civico, Donare, Non lasciare tracce, Spontaneità, Partecipazione») mentre in Egitto vive nella cella di un monastero.
Hippie e padri del deserto, emarginati e illuminati, pazzi e sopravvissuti, tutti attratti dal deserto, spietato, meraviglioso, immenso.
«Oltre che a un caprone, ammetteva di somigliare, da vecchio, all’altra presenza costante nella sua vita, il Don Chisciotte di Cervantes, che chiama il suo «daimon». È da Don Chisciotte che ha imparato quella che chiama «erraticità», un principio-guida della sua vita – «andare oltre i modi stabiliti da una società, vivere secondo le proprie direttive interiori». Quando Corbett non era ancora trentenne, il suo matrimonio di cinque anni finì e la moglie ottenne la custodia dei figli. Lui si ritirò da solo sulle pendici del monte Black Bear, al confine tra Messico e Arizona. «La prima lezione è quella da cui partono tutti: è la disperazione che rende possibile il cambiamento» (…)Aveva anche pensato di diventare un insegnante di filosofia, «ma la cosa principale che ho imparato dallo studio della filosofia è che non ho nulla da insegnare». Fu allora che ebbe un’epifania; era certo che il suo cuore si fosse fermato. «Dall’immobilità che scambiai per la mia morte, l’amore mi fece rinascere – o fu qualcosa di simile all’amore, ma che a differenza dell’amore non si divide in amare e essere amato». Non era la morte, ma qualcosa di più significativo. Diede via tutto ciò di cui non aveva bisogno, e si mise in viaggio (…)
Quando, alla fine, entrò in conflitto con lo Stato fu perché vide che era lo Stato stesso a contravvenire alle leggi o a non farle rispettare; in altre parole, a non mantenere le sue promesse. E fra quelle promesse, imposte non solo dalle leggi internazionali ma anche da quelle federali degli Stati Uniti, c’era l’obbligo di dare asilo ai rifugiati»
(William Atkins)


