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“La vita consapevole”

di Massimo Tomassini
(Castelvecchi)

Massimo Tomassini

«Cercare ciò che è piacevole e sottrarsi a ciò che è spiacevole». Non è questo a cui tutti miriamo, soprattutto in tempi come i nostri, ossessionati dallo “star bene”? Il rischio è che questa ricerca frenetica finisca per produrre l’effetto contrario (o sollievi illusori, transitori), anche quando si tratta di quella pratica che, in teoria, dovrebbe aiutarci a costruire uno spazio di quiete, autenticità, consapevolezza.

«Molti si costruiscono un’isoletta felice di benessere privato, intitolata “meditazione”, nella quale trovare riparo dalle angosce». Ma lo scopo non dovrebbe essere anche quello di andare oltre l’ego?

Questo è uno degli argomenti più interessanti, tra quelli affrontati da Massimo Tomassini nel suo La vita consapevole (Castelvecchi Editore), che già nel sottotitolo – La mindfulness dopo la mindfulness – rivela la sua natura di riflessione cardine, dedicata
a una “moda” che attende di essere trasformata in uno strumento sostanziale, radicato, di crescita individuale e collettiva.

Una riflessione che affronta tanti temi, anche decisivi, mettendo a confronto la tradizione con la sua rielaborazione moderna, il nucleo spirituale orientale con il pensiero filosofico occidentale. È tempo di andare oltre la manualistica self-help, approfondendo l’argomento e la pratica, a seconda delle esigenze di ognuno, laica o spirituale, sulle tracce del “buddhismo impegnato” (secolare) o della “neurofenomenologia” (un salto di paradigma?), o anche semplicemente alla ricerca di un’esistenza più autentica e
meno schiava dei condizionamenti, interiori ed esteriori.

Qui trovate i concetti fondamentali del buddhismo, dal non sé («inteso come contributo a un regime per lo sviluppo dell’“io sano”») alla liberazione («aperta al raggiungimento di ciò che si può definire l’“al-dilà-del-sé”»). I fondamenti della MBSR ideata da Kabat-Zinn, ma anche la critica a quel fenomeno commerciale che qualcuno ha ironicamente chiamato “McMindfulness”. Trovate tanti nomi importanti e il loro pensiero, da Sumedho a Bacthelor, da Kornfield a Thanissaro, da Analayo a Varela.

«Ci alleniamo a vedere la realtà esattamente com’è e designiamo come consapevolezza questo particolare modo di percezione. Solitamente infatti non guardiamo dentro ciò che ci sta effettivamente di fronte. Vediamo la vita attraverso uno schermo di pensieri e concetti e confondiamo questi oggetti mentali con la realtà».

Lo scopo è quello di essere più liberi, ma anche più solidali e compassionevoli.

«Esiste tuttavia un tratto fondamentale che accomuna tutti coloro che in diversi modi si ingaggiano nell’esperienza del meditare, e che può essere definito in termini di “desiderio
di liberazione”, per molti versi il desiderio più profondo e autentico dell’umano, situato al di là della sfera dei bisogni (…)
Il desiderio di liberazione può essere infatti considerato come ciò che supporta la meditazione e che contiene l’energia necessaria per il riconoscimento e il depotenziamento dei veleni che inquinano la vita e generano sofferenza. Il desiderio in
questo senso si caratterizza come una aspirazione a un “bene” ulteriore, perseguito con una “cura” (appamada) che ha un carattere allo stesso tempo etico ed energetico (…)

Il desiderio di risveglio è, in questo senso, antagonista diretto del desiderio comunemente inteso. Sul desiderio di risveglio può imperniarsi una cura di sé, o meglio “del sé”, basata sulla necessità di lasciare andare l’illusione del sé autonomo: una costruzione immaginaria intorno alla quale si solidificano i fattori della sofferenza (…)
Si avvia così un “prendersi cura” che assume la liberazione come una meta non a portata di mano ma da conseguire attraverso il cammino nella pratica meditativa e nella vita consapevole»

(Massimo Tomassini)

La vita consapevole

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