«Si può cominciare a praticare per curiosità, magari con una motivazione piuttosto vaga, e scoprire in seguito che si tratta di un dono prezioso, che apprezziamo sempre di più, per il quale l’espressione “amore per la pratica” risulta certamente la più appropriata. È un amore che si sviluppa negli anni e che ci nutre (…) Nei primi tempi questo amore sembra non corrisposto, ma se non ci perdiamo d’animo e andiamo avanti, imparando a non prendere più tanto sul serio la nostra avida aspettativa di risultati immediati, cominceremo a capire la differenza tra amore (per la pratica) e attaccamento (alla pratica), e anche il detto “se fai un passo verso Dio, Lui ne fa dieci verso di te” ci apparirà meno enigmatico. In mezzo ai travagli della pratica incontriamo una “cosa” molto intima e buona, presente dentro di noi, benché nascosta, che neppure immaginavamo di avere e di cui ci rallegriamo. E più siamo solleciti nel praticare, più cresce questo amore che si manifesta come apertura».
Beata semplicità dei maestri, che non hanno bisogno di parole difficili o pensieri contorti per andare in profondità nelle cose. Ma non dite a Corrado Pensa che è un “maestro”, perché lui non ama essere definito tale (come capita spesso ai veri maestri). L’umiltà fa parte del suo – lieve, luminoso, liberatorio – bagaglio, accumulato in decenni di pratica e di insegnamento.
Corrado Pensa è stato psicoterapeuta junghiano e docente di Religioni e filosofie dell’India alla Sapienza. Ma tutti lo conosco come uno dei più autorevoli e amati insegnanti di meditazione in Italia (“meditazione di consapevolezza”, come la definisce lui, strettamente legata alla vipassana buddhista), trasmessa nei suoi corsi all’A.Me.Co., insieme a Neva Papachristou, e in lunghi ritiri, proposti spesso anche a Pomaia.
Il ritorno in libreria del suo Il silenzio tra due onde (grazie alla Ubiliber, benemerita casa editrice dell’Unione Buddhista Italiana) ci permette di ricordare quanto sia importante la sua opera di divulgazione, anche dal punto di vista editoriale. Pochi sanno raccontare la meditazione come lui e dare fonda mentali suggerimenti di pratica, rielaborando le parole dei più importanti pensatori-praticanti buddhisti, accostati spesso alla mistica cristiana. Poco importa, in realtà, la fede professata, perché quando si va in profondità nella ricerca spirituale ci si rende conto dell’unità fondamentale delle varie tradizioni e discipline.

Il libro raccoglie lezioni e “discorsi di Dharma”, rivolti a chi pratica ( o a chi vuole cominciare). Partendo da un’idea di “fiducia” che è molto diversa dalla fede cieca, che si nutre dell’impegno concreto, del retto sforzo, dell’esperienza sul campo, cercando un «progressivo riorientamento della vita», alimentato da percezioni e aperture improvvise, insieme alla sensazione che «la verità delle cose abbia a che fare con una sorta di profonda semplicità». L’umiltà come qualità dell’attenzione. Insieme all’allenamento a percepire i nostri attaccamenti, ciò che indurisce l’io e quindi produce sofferenza.
«In generale, attaccamento è afferrare e stringere da una parte, ma anche essere afferrati, stretti e tenuti. È importante cogliere questo aspetto primordiale, misterioso dell’attaccamento (…) Una risposta sbagliata al nostro naturale desiderio di benessere. Il cogliere molte volte, con crescente chiarezza, questa verità è un vero e proprio initium sapientiae (…) Una mente-cuore bhāvita, maturata, risvegliata alle qualità salutari in essa presenti, non offre appigli all’attaccamento (…) Se l’attaccamento non trova appiglio, vuol dire che in essa c’è una contentezza intrinseca, non dovuta cioè a questa o quella gratificazione, e anche un sereno disincanto (nibbida) nei confronti dell’attaccamento stesso. Ciò si traduce in una capacità di spaziosità, rilassamento, lasciare andare».
Le quattro nobili verità del buddhismo vengono “tradotte” nel quotidiano, perché è qui che bisogna agire, avendo il coraggio di chiederci se per caso stiamo contribuendo alla nostra sofferenza. «Ci si deve porre la domanda con dolcezza e precisione», senza giudicarsi, animati «da un senso di amicizia, verso noi stessi. Questo è cruciale e va imparato e reimparato».
Sì, perché praticare non significa solo sedersi a meditare qualche minuto al giorno, ma esercitare la presenza mentale e la consapevolezza in ogni momento della nostra giornata. Scoprendo di avere dentro di noi risorse inaspettate. «In India, nelle Upaniṣad, si parla della “caverna del cuore”, ovvero quel luogo nel nostro intimo nel quale ritirarci. San Francesco di Sales, nell’Introduzione alla vita devota, dice: “Ricordati, o Filotea, di ritirarti più volte durante il giorno nella solitudine del tuo cuore, mentre fisicamente rimani in mezzo alle conversazioni e alle faccende. Le conversazioni non sono in genere così serie che non si possa di tanto in tanto ritirare da esse il nostro cuore”. Per favorire questi moti di raccoglimento è utile scandire molto lentamente alcune frasi di mettā (benevolenza) o di presa di rifugio; o fare piccole pause durante le quali si pratica l’attenzione al respiro. A volte non occorre alcun supporto, perché si stabilisce una specie di “silenzio tra due onde”, che viene in primo piano non appena ci ricordiamo della pratica».
Leggendo questo libro si impara, tra le altre cose, cosa significa “stare nel presente”, che cos’è la vera comunicazione, esercitata con ascolto e compassione, come utilizzare l’attenzione per non finire vittime delle nostre sensazioni ed emozioni negative.
Attenzione, però: non sono banali istruzioni per l’uso, non è uno di quei manuali che promettono facili conquiste e felicità per tutti. Sono consigli, riflessioni, suggerimenti pratici spesso illuminanti (vi ritroverete a dire: come fa a sapere proprio ciò di cui avevo bisogno?). Ricordandoci che «abituati come siamo ad avere la mente alla deriva, anche poche occasioni al giorno di consapevolezza equanime e benevolente ci aprono il cuore e l’intelligenza».
Leggete e diffondete!


