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A Pomaia, per ritrovare la pace, sulle tracce del Buddha

Corsi, meditazioni e ospitalità all’Istituto Lama Tzong Khapa, un pezzo di Tibet in Toscana. La storia e lo spirito di un luogo magico.
Intervista al giovane direttore Vincenzo Tallarico (30 anni).

La grande statua del Buddha a Pomaia

Fuori dal tempo. Dentro uno spazio che è soprattutto mentale, interiore, prima ancora di essere fisico o geografico.

C’è la Toscana, certamente, la linea morbida delle colline in lontananza e il mare a vista, gli ulivi, il boschetto di querce e lecci.

C’è l’Oriente, gli stupa, le ruote di preghiera, le statue del Buddha, le bandierine di stoffa colorata che ci ricordano il Tibet.

Ma ciò che colpisce è la pace che si percepisce chiara mente appena varcata la soglia dell’Istituto Lama Tzong Khapa. Il silenzio, l’atmosfera sospesa, l’armonia di quei sentieri ordinati e del parco-giardino. Una serenità luminosa, che invita a respirare a fondo, con un sorriso (in città, nello stress della vita quotidiana, il respiro è spesso corto, affannoso, abbiamo fame d’ ria), e che permette di allargare la percezione e la consapevolezza (di solito sovrastata dal rumore dei pensieri e delle cose da fare).

L’effetto è fisico e spirituale insieme. D’altra parte qui a Pomaia (in provincia di Pisa) si viene soprattutto per meditare e studiare, per dedicarsi alla conoscenza di sé, alla ricerca interiore, o per goder si un po’ di solitudine e autentica libertà. C’è una comunità residente, un sangha, diviso tra monaci e laici. E ci sono le tante persone che vengono a frequentare i corsi, a partecipare ai ritiri, a immergersi nel silenzio, utilizzando gli alloggi messi a disposizione, in pensione completa, con pasti rigorosamente vegetariani.

L'Istituto Lama Tzong Khapa è un luogo reale e immaginario insieme
L’Istituto Lama Tzong Khapa è un luogo reale e immaginario insieme

La prima volta si rimane sorpresi dalla spettacolare casa-castello, con la sua torre, l’edificio principale dentro cui si svolge la vita quotidiana dell’Istituto. Ma ci sono anche le casette in legno, in mezzo alla natura, per gli ospiti di passaggio, che si ritrovano immersi in un’atmosfera d’altri tempi e latitudini. C’è il Giardino del tè, vicino a un piccolo stagno, dove sostare in compagnia, scambiando qualche parola gentile con monaci o laici, sentendosi accolti ma senza troppe formalità, perché qui si ha un grande rispetto per chi vuole rimanere da solo. Nelle aule e lungo i sentieri, invece, è richiesto un rispettoso silenzio, così come nella sala di meditazione principale (gompa), dove si percepisce una straordinaria energia.

L’Istituto Lama Tzong Khapa è un luogo reale e immaginario insieme. Lo si percepisce soprattutto in luoghi sacri come il Gompa di Cenresig, situato al centro del boschetto, affrescato da due pittori tibetani (immagini di Tara e Buddha Shakyamuni) o la Casetta degli Tsa Tsa, con i suoi centomila bassorilievi.

La statua del Buddha della compassione, fatta costruire in origine da Dante Ferretti per il film "Kundun"
La statua del Buddha della compassione, fatta costruire in origine da Dante Ferretti per il film “Kundun”

Non è la scenografia di un film, anche se qui è conservata l’enorme statua del Buddha della compassione, alta 7 metri, che Dante Ferretti fece costruire per Kundun di Martin Scorsese, davanti a cui c’è sempre qualcuno in contemplazione o preghiera (se volete conoscere la storia del Dalai Lama e avvicinarvi alla cultura tibetana, quel film è un buon inizio, è cinema che incarna, anche stilisticamente, la filosofia dell’impermanenza e dell’interconnessione).

Non è la rappresentazione di un’utopia, anche se per stare qui bisogna essere consapevoli di far parte di una comunità e quindi bisogna osservare i “5 precetti”, semplici regole legate alla tradizione buddhista, che invitano ad astenersi da una serie di comportamenti: «far male agli esseri viventi», «prendere il non dato», «far danni con una condotta sessuale irresponsabile», «mentire, offendere», «abusare di sostanze inebrianti». Si richiedono gentilezza, uso parsimonioso del cellulare (una buona occasione per disintossicarsi), rispetto del silenzio (anche durante i pasti, per allenarsi a mangiare in presenza e consapevolezza).

Ciò che potrebbe sembrare pittoresco, in realtà si rivela ben presto autentico, vissuto. È il segreto di questo luogo, che non si è trasformato in una comunità improvvisata o informale, vagamente new age, ma in un centro di studi tra i più importanti in Europa.

La sua storia è partita nel 1977, anno in cui è stata acqui stata l’area grazie alla famiglia Corona di Milano. La villa padronale è stata ristrutturata, i terreni bonificati e nel novembre del 1982 il Dalai Lama in persona consacrò il luogo, trasformato in scuola internazionale per lo studio e la pratica del buddhismo tibetano, grazie soprattutto all’instancabile lavoro del direttore spirituale Lama Zopa Rinpoche nei 160 centri sparsi in tutto il mondo.

Quello di Pomaia è uno dei centri buddhisti più importanti d'Europa, consacrato nel 1982 dal Dalai Lama
È uno dei centri buddhisti più importanti d’Europa, consacrato nel 1982 dal Dalai Lama, aperto a studenti e pellegrini di ogni credo

«In un’epoca sempre più gravata da tensioni e crisi di natura politica, economica e cultura le e quando appare che persino le religioni siano quasi un ostacolo alla pace, l’Istituto svolge un ruolo prezioso, testimoniando la possibilità di coltivare compassione e saggezza quali antidoti alle afflizioni mentali che sono all’origine di ogni genere di conflitto. In questo percorso siamo ispirati dalle attività di Sua Santità il Dalai Lama così attento nel presentare il buddhismo sotto il profilo religioso ma anche sotto quello filosofico e scienti fico e promuovendo in questo senso lo sviluppo di un’etica secolare. Da qui il primato della difesa e della promozione dei valori fondamentali dell’uomo come nucleo irrinunciabile di qualsiasi tradizione religiosa e come principi ispiratori della convivenza tra popoli e culture. All’insegna della pace».

Da una parte c’è l’attività istituzionale. Dall’altra lo spazio concesso alla ricerca personale, secondo le finalità riassunte da Lama Thubten Yesce, ideatore della FPMT (Fondazione per la preservazione della tradizione Mahayana), che organizza “master program” di studi buddhisti, i quali richiedono anche sei anni di scuola, più uno di ritiro, nella tradizione Ghelug, ispirati alle tradizionali comunità monastiche: «Lo scopo del Centro è prodigarsi per gli altri. Questo è un Centro internazionale, aperto a tutti, a ogni persona di qualunque etnia, nazionalità e retroterra socio-culturale. È un luogo dove imparare come liberare la mente dalle concezioni dannose profondamente radicate e come vive re in armonia con gli altri, mettendo la meditazione in pratica nella vita quotidiana».

Numerosi i corsi e i ritiri residenziali organizzati a Pomaia
Sempre più numerosi e interessanti i corsi e i ritiri residenziali organizzati a Pomaia

I corsi, gli incontri e i ritiri proposti dal Centro, o quelli semplicemente ospitati, sono vari e numerosi e riguardano anche l’etica, il benessere e forme di meditazioni diverse da quella tradizionale tibetana. Scorrendo il calendario di luglio, tanto per fare qualche esempio, trovate la Dharma Art Academy, dedicata alla pittura tibetana, e il ritiro di Palden Lhamo. Ci sono corsi che avviano alla pratica, come “ABC della meditazione” o “Alla scoperta del buddhismo”. L’esperienza affascinante e impegnativa del Nyung-ne (tre giorni di ritiro, con digiuno, in cui si prendono gli otto precetti Mahayana), ma anche riflessioni sul lavoro (“Produttività e pace interiore”), sulla funzione del respiro, l’equanimità, l’igiene emotiva, i 5 riti tibetani. Vincenzo Tallarico parla di meditazione dal punto di vista di uno psicologo junghiana, mentre Paolo Francesco Testa offre un ritiro dedicato a “Saggezza e compassione nella meditazione vipassana”. Poi ci sono gli eventi online: ce ne sarà uno l’8 luglio dedicato al rapporto tra buddhismo e neuroscienze, “Come la meditazione cambia il cervello”, una delle tante collaborazioni del centro toscano con istituzioni scientifiche, accademiche, religiose, in Italia e in Europa.

Non è difficile immaginare quanto sia complesso amministrare un luogo del genere. Per questo impressiona (positivamente) il fatto che questa responsabilità, dall’anno scorso, sia stata affidata a un giovane trentenne, Valerio Tallarico.

La sua storia è molto particolare, visto che è praticamente nato e cresciuto a Pomaia. Segni particolari? Una laurea in Ingegneria Gestionale (ideale, visto il ruolo che ricopre), un grande amore per i cavalli (si parla di “equitazione etica”), una semplicità e una sincerità senza fronzoli, frutto della cultura in cui è cresciuto. Lo abbiamo intervistato, per conoscere meglio lui e l’Istituto.

Vincenzo Tallarico, direttore dell'Istituto di Pomaia
Vincenzo Tallarico, direttore dell’Istituto di Pomaia

Partiamo da una parola: Dharma. Un concetto fondamentale per il buddhismo. Ci puoi spiegare cosa significa praticare il Dharma?

Dharma per noi è l’insieme degli insegnamenti buddhisti. Una macro-categoria dentro cui trovi concetti fondamentali come quello del karma, la necessità dello studio e l’applicazione della logica, del dibattito. Praticare il Dharma significa studiare il buddhismo, ma anche applicarlo nella quotidianità, perché se rimane sul piano astratto, teorico, non serve.

Il karma è un concetto fondamentale. È quella legge per cui ogni azione comporta una reazione. Molto diversa dal concetto cristiano della punizione e della gratificazione. L’idea è che ognuno raccoglie quello che semina in questa vita o in quelle successive. La reazione si produce quando si creano le condizioni giuste, quando c’è la maturazione del karma. Si tratta di una presa di responsabilità verso le proprie azioni. Bisogna mettere in pratica la teoria del karma per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Alla base di questa concezione c’è l’idea che esista un ordine superiore in cui tutti i fatti di tutte le vite si intrecciano nel formare un disegno complessivo. La vita di ognuno segue una logica misteriosa (per chi non la sa vedere) e le innumerevoli vite individuali formano questo affresco universale. Nell’Occidente moderno, invece, prevale l’idea del caso e del caos.

Una delle prime azioni compiute da chi decide di essere buddhista è “prendere rifugio” nel Buddha, nel Dharma, nel Sangha. Il Dharma è l’insieme degli insegnamenti a cui ci si affida per uscire dal Samsara (il ciclo di vita, morte e rinascita, ndr); il Buddha è colui che ha messo a disposizione il Dharma, gli insegnamenti e l’esempio da seguire per uscire dalla sofferenza; il Sangha è la comunità degli studenti, dei praticanti con cui condividi un percorso. Poi a volte si dice che il guru, in un certo senso, è più importante del Buddha, perché è la persona con cui ti interfacci in maniera diretta, il maestro che ti insegna il Dharma – come può esserlo il Dalai Lama, che per noi è l’incarnazione umana del Buddha della compassione – una forma con cui possiamo interagire.

Nel centro buddista di Pomaia
“Il buddhismo tibetano si basa tantissimo sullo studio. Ed è fondamentale anche la logica, il metodo del dibattito“

Immagino sia una questione di “fede” oltre che di esperienza, nel senso della capacità di vedere le tracce, i segni, di un percorso di vita, cercando il suo significato.

Il buddhismo tibetano si basa tantissimo sullo studio. Un titolo di studio, quando sei monaco, richiede più di vent’anni di impegno quotidiano. C’è una mole enorme di informazioni da studiare e praticare. Ed è fondamentale anche la logica, il metodo del dibattito, strumento utilizzato molto in Oriente. Il Dalai Lama e lo stesso Buddha dicono: non prendete le mie parole come oro colato, ma fatele vostre, cercate di metterle in dubbio e scopritene il significato vivendole.

Poi, certo, ci sono delle basi di fede: se uno non crede nella reincarnazione e nel karma, i ragionamenti successivi non hanno fondamenta stabili. Per capire il karma serve anche l’analisi logica, fondata sui principi base del buddhismo: perché se faccio del male accumulo karma negativo? Perché creo sofferenza agli altri. E allo stesso tempo, fare del bene senza una motivazione pura, cioè per scopi egoistici, per ottenere qualcosa in cambio, non funziona. È una cosa che riguarda la quotidianità di tutti. Chiaro, non è semplice essere sempre coerenti. Chi ha una vita particolarmente incasinata e stressante può pensare con meno attenzione alle proprie azioni, e qui entra in gioco la presa di consapevolezza, la centratura.

Questa forse è una delle differenze maggiori rispetto alla religione cristiana, che ha il concetto di peccato e il sacramento della riconciliazione.

Anche nel buddhismo esistono pratiche di “purificazione del karma” molto potenti. Così come c’è la logica del pentimento, inteso come presa di coscienza e di consapevolezza. Poi ci sono pratiche più mistiche, rituali, per purificarsi, ma di base c’è una responsabilità personale. Con risvolti anche difficili da metabolizzare. Pensa ai bambini che muoiono di fame in Africa. Se prendo come vera la legge del karma, quella in teoria è una sofferenza che stanno sperimentando per condizioni che a loro volta hanno creato nelle vite precedenti. Una cosa non facile da accettare. Al contempo, quando qualcuno compie azioni estremamente negative, l’idea del karma creato, di ciò che potrebbe capitare nel suo futuro, potrebbe suscitare un’emozione di compassione verso di lui, che va oltre la rabbia e il disprezzo del presente. Il karma allarga l’orizzonte.

Non è un invito a subire ciò che ti capita, ma a capirne le motivazioni e ad agire. Il rischio è il fatalismo, mentre il Dalai Lama invita spesso a impegnarsi per migliorare le cose, la propria vita e quella degli altri. La legge del karma però ti porta ad accettare di essere nato in un certo luogo e di fare certe esperienze, che in teoria ti servono per procedere nella tua evoluzione.

Ti fa capire perché nasci in una famiglia agiata o povera – magari povera ma con persone che ti possono dare una cultura o un insegnamento importantissimo – bello o brutto, sano o non sano. Ti dici: ok, questo accade grazie a ciò che ho seminato. Ma poi continuo a seminare in questa vita, quindi devo fare le mie scelte, agire in un certo modo.

Nel centro buddista di Pomaia
“Il Dalai Lama e lo stesso Buddha dicono: non prendete le mie parole come oro colato, ma fatele vostre, cercate di metterle in dubbio e scopritene il significato vivendole“

Tu sei nato in un contesto molto particolare.

I miei genitori si sono conosciuti come volontari nell’Istituto negli anni Ottanta. Poi hanno completato il loro percorso di studi e sono andati a vivere a Pomaia, dove è nata mia sorella. Quando hanno cambiato casa e si sono trasferiti in campagna, sono nato io. I miei genitori sono nati cristiani e si sono convertiti al buddhismo, prima che nascessi. Quindi io ho vissuto una vicinanza naturale al buddhismo. A 5 anni aiutavo mio zio a costruire gli stupa, per quanto può farlo un bambino così piccolo. Ho vissuto da sempre nell’Istituto.

Cosa significa nascere in un angolo d’Oriente in pieno Occidente? Hai sofferto questa contraddizione in qualche modo?

No. L’unica cosa che faceva un po’ strano, quando andavo a scuola, era dire: sono buddhista. Non c’erano altri casi oltre al mio. I compagni di classe facevano le comunioni e le cresime e io no, ovviamente. Però a livello di ambiente, di paese, non ho percepito nessuna particolarità. In Istituto vai, pratichi, entri in un contesto buddhista, ma nella quotidianità non hai “quell’odore orientale” che puoi avere in India o in Nepal in contesti spirituali di un certo tipo. Rimane comunque un mondo occidentale.

Com’è stato crescere a Pomaia?

In realtà Pomaia, in sé, l’ho frequentata poco, anche se la casa in cui ho sempre vissuto è a un chilometro e mezzo dall’Istituto. Ho fatto l’asilo a Castellina, lì vicino, le elementari a Rosignano, le superiori a Cecina. Pomaia è un paesino molto piccolo, non c’erano coetanei. L’ho vissuta come un qualsiasi ragazzo della zona. Come uno che al pomeriggio va all’oratorio.

Da fuori sembra una realtà esotica, invece è molto radicata nel territorio.

Assolutamente radicata. È molto ben inserita nel suo contesto. Io sono cresciuto da occidentale dentro una cultura buddhista. Anzi, essendo nato buddhista, ho studiato meno di quelli che decidono di diventare buddhisti.

corsi e ritiri a Pomaia
A Pomaia arrivano praticanti laici e appartenenti a varie religioni

Non hai vissuto la frenesia del convertito, che legge tutto e vuole sapere tutto.

Chi ha studiato per diventare buddhista, può darsi che abbia più competenze di me. Io non ho seguito corsi per anni, non ho fatto ritiri intensivi. So tante cose, ma tante ancora non le so.

Però hai avuto genitori che pensavano e parlavano in un certo modo. Ci sei cresciuto dentro in quel modo di essere e di vivere.

Sì, decisamente.

Poi hai scelto di studiare ingegneria.

L’ho scelto per esclusione… (ride). Certo, ero bravo in matematica, ma alle superiori studiavo molto poco, galleggiavo sul 6-6,5. Arrivavo ad aprile rischiando tanti debiti, poi in quei tre mesi studiavo e recuperavo per andare al mare tranquillo. Facevo il liceo scientifico. Alle Olimpiadi di matematica però ero sempre al primo o al secondo posto. Volevo fare l’università per due motivi: il primo è che solo con il diploma del liceo non fai granché, dal punto di vista lavorativo; l’altro è che nella mia famiglia erano tutti laureati e sentivo questa pressione. Ho cominciato con Ingegneria Energetica, poi sono passato a Gestionale e mi sono laureato.

Mentre studiavi hai anche lavorato e hai portato avanti la tua passione per i cavalli.

Ho sempre lavorato, sì. Quanto ai cavalli, fino a 18 anni ho fatto agonismo, salto a ostacoli. Poi ho conosciuto una persona che mi ha fatto cambiare approccio al cavallo. Insegno ad andare a cavallo senza imboccatura, senza sella, con i cavalli che vivono in branco.

Hai vissuto anche dalle parti di Milano.

La mia ragazza abitava a Legnano, vicino a Milano, e ho deciso di trasferirmi là, sia per dare stabilità alla relazione, sia per un discorso lavorativo. Ho iniziato a fare l’ingegnere per alcune aziende a Milano. Ma era un ambiente che non mi apparteneva per niente. Anzi, a dir la verità ero già partito con un pregiudizio, con l’idea di rimanere non più di quattro anni. Un pregiudizio che mi ha messo dei limiti, visto che ho vissuto lì con una certa sofferenza. Per fortuna mi ero portato il cavallo, che era la mia salvezza.

L’anno scorso, nell’aprile del 2022, mi hanno chiesto se volevo candidarmi nel Consiglio direttivo dell’Istituto e sono stato votato, assumendo anche il ruolo di vicepresidente. Era un lavoro impegnativo, ma di volontariato, ci si incontrava su Zoom per discutere, e quindi sono rimasto a lavorare a Milano. Ma durante l’estate il direttore in carica ha dato le dimissioni e mi hanno chiesto di prendere il suo posto. Questo per me voleva dire poter tornare a casa e avere un ruolo dirigenziale, che era proprio ciò che avevo studiato all’università. Era lo sbocco di un percorso che avevo fatto. Si sono incastrate diverse cose. A casa ho un po’ di campagna, ho costruito anche un recinto per i cavalli.

Quando si dice il karma… Immagino sia un lavoro complesso.

Estremamente complesso. E faticoso.

Di quali numeri si parla dal punto di vista del personale?

I dipendenti sono 38. E questa è la parte più difficile dal punto di vista della gestione. C’è l’amministrazione, la segreteria, il bar e lo shop, la parte alberghiera, con una cucina, i cuochi, il personale delle pulizie, c’è il giardiniere, il manutentore, la comunicazione… Poi c’è il reparto della didattica che è molto ampio. Insegnanti, interpreti, traduttori. Tutto questo ha un costo pazzesco rispetto alle entrate che un posto del genere può avere. E quindi si fa fatica a far tornare i conti.

nel centro buddista di Pomaia
“In questo centro hanno insegnato alcuni dei più grandi maestri di buddhismo del mondo“

Il rischio di realtà del genere è che l’azienda prenda il sopravvento sulla “missione”. Il turismo religioso, il business dello spirituale. Qui invece si respira qualcosa di autentico. Forse grazie anche alla comunità residente.

Credo che siamo bravi nel non trasmettere la fatica del lavoro e permettere a chi viene da noi di vivere un ambiente sano, in cui si può star bene. A livello lavorativo c’è lo stress di una qualsiasi azienda, anzi forse di più, il lavoro è tantissimo. Ciò che “produciamo” noi è molto complesso, porta via tanta energia. Ci aiutano i volontari, che sono tra i cinque e i dieci. Poi abbiamo un ricircolo che va dalle 80 alle 100 persone a weekend che ospitiamo. Oltre a tutte quelle che frequentano quotidianamente il centro.

Immagino che sentiate la responsabilità della tradizione millenaria che portate avanti. Questo è uno dei centri più importanti d’Europa.

Vero. Ci sono diverse tradizioni nel buddhismo. La nostra è quella del buddhismo tibetano ghelug. Sono tantissimi anni che esiste questo centro, dall’inizio degli anni ’80. Ha la sua particolarità geografica, un ambiente suggestivo, il parco, il castello. Ma la cosa più importante è che negli anni si sono susseguiti tanti maestri eccezionali, da Sua Santità il Dalai Lama e Lama Yeshe e Lama Zopa Rinpoche, i suoi fondatori, tra i più importanti lama in Occidente. In questo centro hanno insegnato alcuni dei più grandi maestri di buddhismo del mondo. Anche adesso i più importanti vengono da noi. Questo ci permette di mantenere viva la tradizione. Poi c’è sempre da bilanciare l’aspetto religioso con quello economico, cercando di non snaturarci. Vengono fatti anche corsi più specifici, dal counseling al vipassana, a pagamento. Ma negli anni è stato deciso di lasciare l’insegnamento del buddhismo puro a offerta libera.

Nel 2018 l’Unione Buddhista Italiana ha iniziato a ricevere l’8 per mille e ci supporta nelle spese di gestione, come tutti i centri iscritti all’Unione. Per noi i contributi dell’Ubi sono essenziali. Il processo di regolarizzazione che abbiamo portato avanti nel corso degli anni ha aumentato i costi di gestione. In Istituto risiedono i volontari, alcuni religiosi che vivono nel monastero, gestito in maniera indipendente, poi ci sono alcuni studenti a cui diamo una disponibilità di alloggio fissa e diversi lavoratori che vivono all’interno. Altre persone vivono nei paraggi.

Valerio Tallarico insieme al Dalai Lama
Valerio Tallarico insieme al Dalai Lama

Hai conosciuto il Dalai Lama?

L’ho incontrato già due volte come direttore, a dicembre e a giugno.

Il Dalai Lama è diventato un punto di riferimento per tante persone, molto al di là del buddhismo, un leader spirituale globale. Ma questa sovraesposizione mediatica, a volte, genera anche fraintendimenti culturali e veleni… Qual è stata la tua esperienza personale incontrandolo?

I miei sono stati incontri veloci più che conversazioni. Ci siamo detti qualche parola e ci siamo stretti la mano. Una “connessione”. La prima volta è stata un’emozione incredibile. Per me era un sogno incontrarlo. Gli ho toccato la mano e ho sentito un calore che non sai da dove arriva, una potenza, ma anche una tranquillità assoluta. Una presenza potente, ferma, una grande energia.

La seconda volta è stata un mese fa. Gli avevo chiesto di incontrarmi insieme ad altre persone del direttivo. Avevo un po’ di cose da dirgli, ma quando sono andato lì le parole non mi uscivano. Lui mi guardava, io lo guardavo, senza dire nulla, e ci siamo fissati negli occhi per dieci-quindici secondi, che è un’eternità. Lì mi sono reso conto che non avevo niente da dire. Che tutto quello che avrei potuto dire sarebbe stato inutile. Non c’era alcun bisogno che uscissero delle parole.

Il buddhismo tibetano ha anche una forte componente rituale, cerimoniale, molto diversa dal buddhismo laico, minimalista, che ha generato anche tecniche come la mindfulness. Come vivete la diffusione di queste forme di pratica?

È importante che ci siano più livelli di pratica per le necessità di persone diverse. Se una persona non è abituata, non può stare 3 o 4 ore seduta a meditare. Ognuno deve agire in base alle proprie potenzialità e al proprio allenamento. Non ci vedo nulla di male. Non c’è bisogno di arroccarsi, anzi, bisogna trasmettere certi valori anche a chi non è buddhista. Fondamentalmente l’obiettivo non è convertire le persone al buddhismo, ma offrire certi mezzi e strumenti anche a chi non lo è, se questi lo fanno star bene. Ora, ad esempio, stiamo puntando sulla formazione nelle aziende, senza bisogno di presentarci come buddhisti. Se poi qualcuno vuole approfondire, ha a disposizione lo studio, le iniziazioni, le pratiche tradizionali, la recita delle preghiere, le Puja.

Perché l’occidentale oggi è così attratto dalla meditazione di origine buddhista, da questa partico lare esperienza dello spirito?

In Occidente abbiamo una predisposizione particolare per l’investigazione. Il buddhismo dà l’opportunità di investigare la realtà, la mente, di ottenere delle risposte partendo anche dal ragionamento, la discussione. Poi c’è la parte legata alla meditazione, che ormai non è più una cosa strana, tutti conoscono l’impatto positivo che ha sul nostro benessere. Gli effetti della meditazione sono studiati e dimostrati dalla scienza. Migliora la salute e l’efficienza della mente. Noi cerchiamo di portarla al maggior numero di persone possibili.

L'ingresso dell'Istituto di Pomaia
L’ingresso dell’Istituto di Pomaia

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