«Se guardo indietro, tutta la mia vita è stata sotto il segno di questo desiderio di poteri magici; come io a poco a poco abbia mirato a trasformare non più le cose, ma me stesso, come poi abbia imparato a cercare di sostituire la goffa invisibilità del mantello magico con l’invisibilità del saggio che, pur conoscendo, rimane sempre sconosciuto: questo potrebbe essere il vero contenuto della storia della mia vita».
Scriveva così, Hermann Hesse, ai tempi dell’Infanzia del mago. Era solo a metà del suo cammino, ma quell’intuizione valeva tutta una vita (tutta l’opera di una vita). D’altra parte, da ragazzo, uscendo dall’incubo del seminario di Maulbronn, mentre scopriva la libertà e la scrittura, si era convinto (con Novalis) che «diventare un essere umano è un’arte».

Hesse nei suoi romanzi ha sempre fatto dell’autobiografia, ha raccontato la sua ricerca di sé, le umanissime debolezze e le intuizioni profonde, la tirannia degli istinti e il richiamo dell’assoluto, dell’infinito. Ecco forse dove sta la forza e la bellezza dei suoi romanzi, la loro capacità di parlare a chiunque. Sta in quella continua ricerca interiore, così come nella meta vagheggiata, incarnata in un Oriente che «non era soltanto un paese e un’entità geografica, ma era la patria e la giovinezza dell’anima, era il Dappertutto e l’In-Nessun-Luogo, era l’unificazione di tutti i tempi».
Il rischio, ancora oggi, quando si parla di lui, è quello di farne un guru, un santino, un generatore di frasi edificanti. Intorno alla sua figura sono sorti vari equivoci e appropriazioni forzose, oltre a vertiginosi alti e bassi dal punto di vista della fama letteraria, dal Nobel che consacrò la sua opera ai giudizi sprezzanti che la critica ha spesso riservato a questo autore straordinariamente (fastidiosamente?) popolare.
Il saggio che gli dedicò Giorgio Cusatelli nel 1991, ancora oggi è un ottimo antidoto a questi eccessi, una rilettura equilibrata e un’efficace premessa per chiunque voglia ripercorrere la sua opera. La nuova edizione del suo Hermann Hesse (Edizioni Studio Tesi, quindi Edizioni Mediterranee) ha anche il pregio di essere affiancata da un testo del figlio Heiner, il secondogenito, scomparso nel 2003, dopo aver presieduto per anni la fondazione dedicata al padre.
Un breve saggio che racconta l’amore di Hermann Hesse per l’Italia, ricordando i testi biografici dedicati a san Francesco e Boccaccio, le storie ambientate a Como o Firenze, ma anche gli aneddoti famigliari. Sottolineando che lui «non appartenne alla schiera degli entusiasti che venerarono la grandezza di Roma». Amava l’arte e la storia del Paese, ma anche la sua umanità: «Non trascurava mai di familiarizzare con la gente del luogo, di scherzare con i bambini e di scambiare quattro chiacchiere con l’oste o gli avventori di qualche bettola».

Altro merito di questa nuova edizione è l’abbondante repertorio iconografico, che ripercorre la vita dell’autore. Ci sono immagini dei genitori e delle case in cui ha vissuto, gli amici artisti e letterati, le donne che ha ama to e sposato (tre matrimoni), i figli, i luoghi importanti per la sua formazione.
Ci sono soprattutto vari ritratti fotografici, che ci possono dare l’impressione di intuire chi era davvero Hermann Hesse, la sua fame di luce e verità spirituale, le sue ombre dolorose, andando oltre il muro di chiacchiere che circonda la sua opera e la sua biografia (a proposito, è utile e abbondante la cronologia introduttiva che associa la sua vita ai più importanti eventi storici e culturali dell’epoca).
Il testo di Cusatelli non intende indagare la vita di Hermann Hesse. Non troverete dettagli pruriginosi o considerazioni melodrammatiche. L’essenziale è dato per scontato: l’educazione pietista (oppressiva), la salute cagionevole che lo perseguiterà per tutta l’esistenza, il tentato suicidio giovanile (la follia lambita, le cliniche, i problemi psichiatrici), le ricadute nella depressione, la scoperta dell’Oriente (e del vegetarianesimo), l’ingresso nella società letteraria, le fughe e i ritorni, il pacifismo durante la Prima guerra mondiale, la sorte dei suoi libri durante il nazismo (prima stimati, poi censurati), la sua scarsa propensione a prendere una posizione politica.
In compenso c’è l’essenziale, il tentativo di capire il mondo che si agitava dentro e oltre le sue parole. Per chi non lo sapesse, Giorgio Cusatelli (scomparso nel 2007) è stato un grande germanista, oltre che un protagonista della scena editoriale italiana, per il lavoro svolto alla Garzanti (Quirino Principe ha dedicato bellissime pagine alla sua immensa cultura e alla sua instancabile professionalità) e poi come docente di Lingua e Letteratura tedesca in varie università.
Niente di più efficace delle sue stesse parole per riassumere il senso del saggio: «Votato alla sobrietà, esplicito, esso non propone, per Hesse, quel “vivere inimitabile” che l’epoca pretendeva dai suoi eroi, né contribuisce a quel leggendario che ne fa oggi, per molti giovani, una sorta di santo. Restituisce piuttosto un individuo, con tutta la sua impulsività, alle contraddizioni di tempi ovunque terribili, segnati dalla bruta violenza e dall’inganno; profila la solitudine dell’intellettuale, insieme inerme e vittoriosa; ammette, se occorre, le lacune e le incertezze dell’artista».
Ma è anche efficacissimo nel tratteggiare in poche frasi le fondamenta dell’uomo, dalla “madre rassegnata” al “padre esitante”, passando per il “nonno irradiante magia”. Dopo la fuga dal seminario, il suo approdo fu una libreria di Tubingen, dove faceva il commesso. Non era certo un lavoro di prestigio, ma gli permise di mettere via i soldi per il suo primo viaggio in Italia (insieme alla vendita di un librino improvvisato per gli amici, con suoi scritti ad hoc). Hesse conobbe «la libertà inebriante dell’autodidatta», cosa che, in un certo senso, la “società letteraria” non gli ha mai perdonato del tutto.
Come il paradosso del suo carattere, quel suo essere un «un rivoltoso mosso da fini di conservazione». Il viaggio in Asia gli aprì gli occhi su ciò che l’Occidente stava inesorabilmente e drammaticamente perdendo, infilandosi sulla stretta via dell’intellettualismo e del materialismo: «Tutto l’Oriente si alimenta di religione così come l’Occidente si alimenta di tecnica e di razionalità. La vita dell’anima di un occidentale appare primitiva e in balia del caso se la paragoniamo alla religiosità protettiva, coltivata, fiduciosa degli asiatici».
Il suo pacifismo, spiega Cusatelli, è strettamente legato alla spinta universalistica. Il suo amore per l’Oriente non diventò mai vago e apologetico orientalismo, al di là di ciò che ne possono pensare gli hippy o i simpatizzanti new age. In compenso non fece mai mancare le sue «veementi denunce contro la società di massa, l’organizzazione scolastica che emargina il singolo, i valori cristiani sottoposti a burocratizzazione» (il celeberrimo Siddharta fu la sua definitiva “liberazione da ogni dogma”).

Tutto comincia da Peter Camezind e da un sentimento che in molti conoscono ma tendono a sottovalutare: «Sentivo che un giorno o l’altro la vita m’avrebbe dovuto riversare ai piedi una straordinaria felicità ridente, la gloria, forse l’amore, che avrebbe placato i miei confusi desideri, facendo di me una persona migliore». Hesse, per cercarla, è passato dalla psicoanalisi al sorriso di Buddha, dalle fantasie del mago-poeta, la disposizione al mitico e al leggendario, alle fatiche del viandante pellegrino, dall’immersione nella natura all’ascetismo «libero e gioioso» di Francesco, «esempio di perfetta realizzazione dello spirito».
E l’ha cercato scrivendo, naturalmente, e dipingendo, con risultati alterni (Cusatelli non ha nessuna remora nell’osservare i limiti della sua scrittura, quando ci sono). Mentre si manifestava, sempre più chiaramente, la sua disposizione religiosa, molto lontana dal soffocante pietismo a cui era stato educato. Che trovava nell’Oriente non una fuga esotica – ecco l’equivoco del successo di Hesse negli anni Settanta – ma la possibile fondazione di un modo diverso di essere Occidente: «Noi ci rechiamo verso il Sud e l’Oriente, spinti da un oscuro presentimento di patria, e troviamo qui il paradiso, la pienezza e la ricca abbondanza di ogni dono della natura, troviamo gli schietti, semplici e infantili uomini del paradiso. Ma noi qui siamo stranieri e senza cittadinanza, da gran tempo abbiamo perso il paradiso, e quello nuovo che abbiamo e che vogliamo costruire non è da cercare all’equatore o nei mari caldi d’Oriente, ma si trova in noi stessi e nel nostro nordico futuro».

È con Knulp che Hesse entra nella “maggiore età” letteraria, e come scrive Cusatelli c’è «l’acquisizione dell’immagine, inconfondibilmente mistica, del ricongiungimento con la potenza generatrice, dell’attraversa mento delle nubi sino alla luce della verità». Che qui passa dalla commovente bellezza della caducità, più che il rigido splendore accecante dell’eternità. Poi arrivano le sue Fiabe fuori da ogni convenzione (anche se con qualche spiritualismo alla moda), il pittore Klingsor «che vuole capire e possedere il cosmo nella sua totalità», fino all’intuizione di Siddharta, destinato a diventare una sorta di testo spirituale, ad uso devozionale, per intere generazioni. La (ri)scoperta del divino nell’umano, dentro «una cosmologia fondata sull’ordine, sull’armonia, sull’incardinamento dei segmenti individuali ad un logos prestabilito dal divino».
Hesse è lo scrittore dell’interiorizzazione della realtà. Come scriveva già in Demian: «Le cose che vediamo, sono le stesse che abbiamo dentro di noi. Gli uomini vivono per lo più in un mondo così irreale perché prendono per realtà le immagini esterne e non lasciano parlare il loro proprio mondo. In tal maniera si può essere felici, ma quando si viene a sapere l’altra alternativa, non si ha più la scelta di mettersi per la via dei più».
No, non si ha più la scelta dopo aver intuito la realtà superiore riflessa nell’interiorità dell’anima. A quel punto la ricerca diventa una questione di vita o di morte, di felicità beata, divina, o disperazione. Perché intorno c’è solo caos, come sa il Lupo della steppa, c’è quel crollo dei valori umanistici che fa intuire ad Hermann Hesse lo strapotere della società di massa e l’affermazione dei regimi totalitari.
“L’apostolo della totalità” non poteva che essere fermamente anti-fascista (da artista, non da militante), ma nel secondo dopoguerra sarà anche preoccupato dall’americanizzazione del mondo, dalla massificazione del cittadino-consumatore, così come dal blocco sovietico, l’appiattimento dell’individualità nel nome del collettivo, la cancellazione dello spirituale e dell’interiore.
L’artista-cercatore, nel frattempo, prosegue nella usa autoformazione, si sdoppia in Narciso e Boccadoro, nella contemplazione e nell’estroversione, solo per trovare una possibile conciliazione, dentro il Medioevo, tempo mitico dell’unità cristiana. Oppure in Oriente, in un pellegrinaggio «immaginato come itinerario di edificazione, secondo un modulo antico, di antica e perduta religiosità» (scrive Cusatelli).
Hesse dovette assistere «all’umiliazione dei principi, alla distruzione della natura, alla mercificazione dell’arte». E la sua risposta fu un libro straordinario come Giuoco delle perle di vetro. In cui sembrava abbandonare definitivamente l’idea di una ricerca spirituale solitaria, e la comunità già idealizzata ne Il pellegrinaggio d’Oriente «diventa vagheggiamento di un’accademia» che sa di utopia.
Scrive Cusatelli che quel romanzo ha il «fascino dell’incompletezza che lo aiuta a negare alla sua storia un approdo e ad immaginarla, oltre l’ultima pagina, come un movimento perenne, un cammino da proseguire senza sosta verso una meta che, recedendo via via, conferisce ad esso costante necessità».

Ecco cosa ci attrae nell’opera di Hesse. Tutti noi siamo in cammino verso quella meta. Ognuno con la sua “bildung”, il suo processo di formazione, che parte quasi sempre da uno strappo (i valori imposti) e deve scoprire che la soluzione non è un luogo, una parola, un ruolo, ma è un’attitudine, un’apertura, una consapevolezza del presente (l’eterno presente).
Prendendo in prestito le parole di Cusatelli: «Dopo la successione delle prove iniziatiche, la metafora dell’ottenuto ricongiungimento con l’assoluto è, sul volto di Siddharta ormai simile a quello del Buddha, il segnale d’una imperscrutabile onnicomprensione, “il sorriso dell’unità sopra il fluttuar delle forme”».
Quella meta è reale, Hesse l’ha intuita, forse sperimenta ta, per poi perderla e ritrovarla ancora. Quell’unità che sta sotto l’apparenza della moltitudine. «Non vide più il volto dell’amico Siddharta, vedeva invece altri volti, molti, una lunga fila, un fiume di volti, centinaia, migliaia di volti, che tutti venivano e passavano, ma pure appari vano anche tutti insieme, e tutti si mutavano e rinnova vano continuamente, eppure erano tutti Siddharta”».

