Il romanzo di Yogananda, maestro dei nuovi tempi

“L’Autobiografia di uno Yogi” è una delle opere spirituali più affascinanti e amate di sempre, tradotta in più di 50 lingue. Ispirata, avventurosa, anche ironica, non è scritta con la seriosità dell’asceta che rifiuta il mondo, ma con un amore totale per la vita e l’umanità. È il testo di riferimento per chi segue il sentiero del Kriya Yoga, destinato a unire Oriente e Occidente. Una missione portata avanti dalla Self-Realization Fellowship.

«Dio è amore; il suo progetto creativo può essere fondato solo sull’amore. Questo semplice pensiero non offre forse al cuore umano una consolazione maggiore di ogni ragionamento erudito? Tutti i santi che sono penetrati nel cuore della Realtà, hanno dato testimonianza dell’esistenza di un divino di segno universale che è meraviglioso e pieno di gioia».

Partiamo da qui, dalla fine, che in realtà è un inizio. L’ultimo capitolo dell’Autobiografia di uno Yogi (libro edito in Italia da Astrolabio su licenza della Self-Realization Fellowship), quello in cui Paramahansa Yogananda spiega che «la sacra missione del Kriya Yoga in Oriente e in Occidente è soltanto ai suoi inizi. Possano tutti gli esserei umani giungere a sapere che esiste una precisa tecnica scientifica per la realizzazione del Sé, grazie alla quale si può sconfiggere ogni infelicità umana!».

In queste pagine cita il Vangelo di Giovanni e il profeta Isaia, evoca Frate Lorenzo, mistico cristiano, che come sottolinea Yogananda «racconta di aver percepito il primo barlume di realizzazione divina mentre guardava un albero», e ricorda le parole della Bhagavad Gita, per evocare il senso più alto, e insieme concreto, della sua missione: «Sapendo che la conoscenza di tipo pura mente filosofico ed etico non basta a risvegliare l’uomo dal suo doloroso sogno di vivere un’esistenza separata da Dio, il Signore Krishna indicò la sacra scienza che permette allo yogi di dominare il corpo e scegliere a suo piacimento di trasformarlo in pura energia».

Partiamo da qui, perché quel “disegno pieno di gioia” può suonare quasi paradossale, nel tempo difficile in cui viviamo. Ma lo era anche di più nel 1945, quando Yogananda finì di scrivere questo libro, destinato a diventare un classico della letteratura spirituale, amato e letto in tutto il mondo da milioni di persone, tradotto in più di cinquanta lingue diverse, foriero di intuizioni, illuminazioni, conversioni. Il fatto è che le verità dello spirito vanno oltre l’apparenza della realtà esteriore. Ciò che a uno sguardo superficiale può sembrare ovvio – il caos del mondo, il dolore, la fatica di vivere – si rivela un’illusione, un insieme di circostanze impermanenti, una volta che viene guardato con occhi nuovi, quelli del Sé (che è cosa ben diversa dall’io-ego, prodotto dai condizionamenti, i desideri, le impressioni dei sensi).

Paramahansa Yogananda fotografato il 20 agosto del 1950
Paramahansa Yogananda, fotografato il 20 agosto del 1950, giorno della consacrazione del Self Realization Fellowship Lake Shrine (@Self-Realization Fellowship)

Daya Mata, una delle prime e più strette discepole americane di Yogananda, diventata poi presidente della Self-Realization Fellowship – che prosegue la sua missione nel mondo – ricorda che il maestro, nell’eremitaggio di Encinitas, sulla costa meridionale della California, dedicava tutto il suo tempo al libro, «e tutto il tempo significava dall’alba di ogni giorno fino all’alba del giorno dopo!».

Daya Mata e molti altri discepoli stretti si alternavano per trascrivere i suoi pensieri e i suoi ricordi. «Mentre scriveva, Paramahansaji riviveva interiormente le sacre esperienze che narrava. Il divino intento che si prefiggeva era condividere la gioia e le rivelazioni ricevute in presenza dei santi e dei grandi maestri, e la sua personale realizzazione del Divino. Spesso si interrompeva per qualche tempo, con lo sguardo rivolto verso l’alto e il corpo immobile, assorto nel samadhi, lo stato di profonda comunione con Dio. L’intera stanza era pervasa da un’atmosfera straordinariamente potente d’amore divino. Per noi discepole, il solo essere presenti in tali occasioni significava sentirsi elevate a uno stato di coscienza superiore». Lui lo sapeva e lo disse, il giorno in cui sentì di aver concluso l’opera: «Questo libro cambierà la vita di milioni di persone».

Ci sono libri che hanno un valore incommensurabile, che va molto al di là del significato delle parole, dei temi affrontati, delle storie raccontate. Sono libri che hanno un’aura speciale, un’energia potente, percepita chiaramente da chi li legge con animo aperto. Li riconosci perché danno l’impressione di essere ispirati da qualcosa che supera la nostra comprensione più superficiale.

L’Autobiografia di uno Yogi è uno di quei libri. Sembra provenire da un tempo e uno spazio mitici, quello dei “testi sacri”, ma racconta una storia che comincia in un tempo e in luogo ben precisi: il 5 gennaio del 1893, nella città di Gorakhpur, nell’India nord-orientale, dove nacque Mukunda Lal Ghosh, i cui genitori erano bengali della casta Kshatriya, molto devoti.

Un bambino che aveva desideri e aspirazioni diverse dagli altri bambini. E che all’età di otto anni, dopo una guarigione miracolosa, ebbe una «profonda visione spirituale», un lampo luminoso in cui apparvero «divine figure di santi», gli yogi dell’Himalaya, e poi la Luce in persona, che disse: «Io sono Ishwara» (nome che in sanscrito indica Dio nel suo aspetto di sovrano nel cosmo), con una voce «simile a un mormorio di nubi». Mukunda disse: «“Voglio essere una cosa sola con Te!”. La mia estasi divina si dissolse lentamente, ma io ne ritenni un dono perenne: l’ispirazione di cercare Dio. “Egli è Gioia eterna e sempre nuova!” Questo ricordo rimase vivo nella mia memoria a lungo dopo il giorno di quella estatica visione».

Un meditante al Self-Realization Fellowship Meditation Gardens a Encinitas, California
Un meditante al Self-Realization Fellowship Meditation Gardens a Encinitas, California, parte dell’eremitaggio e dell’ashram sulla scogliera, in cui Yogananda scrisse gran parte della sua autobiografia (@Self-Realization Fellowship)

L’Autobiografia, per certi versi, appare come una raccolta di visioni e rivelazioni, di piccoli e grandi miracoli, di guru con poteri misteriosi, che sembrano violare le leggi della fisica, di eventi che danno l’impressione di procedere verso un destino ineluttabile, luminoso. D’altra parte gli esseri umani, per lo più, hanno bisogno di prove del genere per credere nel sacro e nel Divino. Yogananda ne era perfettamente consapevole, come dimostra la citazione del Vangelo di Giovanni messa in esergo: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».

Ma la sostanza del racconto, il nucleo di questa testimonianza preziosa, è lo svelamento di ciò che è davvero lo yoga, al di là delle semplificazioni, le banalizzazioni, le definizioni astratte a cui siamo abituati. Una scienza-disciplina incarnata nella vita di Yogananda e dei santi e maestri incontrati lungo la via, percorrendo i vari sentieri possibili, basati su diverse qualità divine, «l’amore, la saggezza, il discernimento, la devozione, il servizio».

Lo yoga può essere praticato da chiunque, a prescindere dalla fede, dall’età, la provenienza, la classe sociale, il ruolo svolto nella società (con la raccomandazione di partire dalla base, l’etica, yama e niyama). Dice Yogananda: «Un vero yogi può rimanere nel mondo e adempiervi i propri doveri… L’ottemperanza ai doveri terreni non comporta necessariamente la separazione da Dio, purché si resti mentalmente distaccati dai desideri egoistici e si svolga nella vita il ruolo di volenterosi strumenti del Divino». Sta qui l’essenza del messaggio della Bhagavad Gita. Ma anche dei Vangeli, quando Gesù dice: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta».

Il messaggio di Yogananda unisce pensiero orientale e occidentale, l’insegnamento di Krishna e quello del Cristo, che infatti compaiono ancora oggi al centro dell’altare Self-Realization Fellowship. «I grandi maestri dell’India modellano la propria vita secondo gli stessi ideali divini che hanno ispirato Gesù». Non si tratta di un banale sincretismo, ma della necessità di andare oltre la superficie teologica delle diverse dottrine, oltre i dogmi, i riti, le tradizioni prodotte dagli urti della storia. Si tratta di cercare un’autentica “esperienza di Dio”, attraverso la meditazione, le tecniche del Kriya Yoga, unite a uno spirito di devozione autentica.

Se c’è una caratteristica della missione di Yogananda e della Self-Realization Fellowship che è particolarmente urgente in questi tempi bellicosi, è la necessità di andare oltre «ogni pregiudizio di casta, fede, classe, colore, sesso e razza», seguendo i precetti della «fratellanza umana».

Lo scopo dello yoga è «l’unione assoluta con lo Spirito. Compenetrando la propria coscienza, sia nel sonno che nella veglia, del pensiero: “Io sono Lui”». C’è chi dice che il sentiero dello yoga sia adatto solo agli orientali, ma Yogananda sottolinea che si tratta di un’opinione infondata, come d’altra parte dimostra l’esperienza di migliaia e migliaia di persone che anche in Occidente hanno percorso il sentiero del Kriya Yoga. Yogananda scrive: «Lo yoga è un metodo volto a calmare la turbolenza naturale dei pensieri che impedisce indifferentemente a qualsiasi individuo, di qualsiasi paese, di percepire la propria vera natura di spirito. Come la luce risanatrice del sole, lo yoga è ugualmente benefico per gli orientali e per gli occidentali. I pensieri della grande maggioranza delle persone sono irrequieti e mutevoli; esiste dunque un palese bisogno di yoga: la scienza del controllo della mente».

Non pensate a un libro noioso, dottrinario, un insieme di storie edificanti e riflessioni filosofi che e religiose. L’Autobiografia di uno Yogi, in realtà, è scritto con grande (profonda) semplicità e vivacità, ed è anche pieno di ironia, un tratto del carattere di Yogananda che i discepoli hanno sempre sottolineato, la sua attitudine al gioco, la risata, l’allegria, come è giusto che sia per chi vive nella gioia della comunione divina.

È un libro pieno di incontri affascinanti e aneddoti curiosi, un caleidoscopio di personaggi diversi, a volte anche bizzarri, e di esperienze avventurose. Non c’è la seriosità dell’asceta che rifiuta il mondo, sdegnosamente, ma un amore totale per la vita, la natura, l’umanità. Il “distacco” dell’uomo illuminato non porta all’insensibilità, ma alla capacità di gustare la vita in tutte le sue sfumature, ben sapendo che si tratta solo della superficie delle cose, che la vera gioia, la pace, la verità, l’amore infinito, si trovano solo quando realizziamo il nostro Sé, la nostra natura spirituale, in comunione con gli altri e con Dio, quando riusciamo finalmente a vedere l’Uno al di là dei molti. La metafora utilizzata spesso è quella delle onde e del mare: ci siamo noi, diversi uno dall’altro, ognuno alle prese con quell’ammasso di co se-impressioni-eredità genetiche-karma che chiamiamo “io”, e poi c’è l’oceano profondissimo e imperturbabile, di cui facciamo parte.

Il dramma della morte della madre – che Mukunda, undicenne, “vede” prima che accada – è la premessa dolorosa a una ricerca ostinata, fatta di amuleti misteriosi, di fughe comiche verso l’Himalaya, di incontri con vari guru e swami. Il grande maestro Lahiri Mahasaya l’aveva detto a sua madre, benedicendo Mukunda appena nato: «Tuo figlio sarà uno yogi. Come una possente dinamo spirituale, condurrà molte anime al regno di Dio». Lahiri Mahasaya aveva predetto che cinquant’anni dopo la sua morte qualcuno avrebbe scritto la sua storia, infatti l’Autobiografia fu terminata esattamente mezzo secolo dopo, e molte delle sue pagine raccontano la vita e le opere di questo grande guru.

Un maestro che ha avuto un ruolo fondamentale nella rinascita dello yoga nei tempi moderni e nella diffusione del Kriya, tecnica che ha ricevuto dal Mahavatar Babaji e che poi ha trasmesso al suo discepolo Sri Yukteswar, il guru di Paramahansa Yogananda. Lahiri Mahasaya è la dimostrazione vivente che è possibile diventare un grande yogi, e raggiungere le più alte realizzazioni spirituali, pur avendo una famiglia e un lavoro (in ufficio) con le relative responsabilità. Scrive Yogananda: «La sua unicità come profeta consiste nell’aver posto l’accento su un metodo ben definito, il Kriya, e nell’aver schiuso per primo le porte liberatrici dello yoga a tutti gli uomini».

Le monache della SRF guidano un kirtan (canto devozionale).
Le monache della SRF guidano un kirtan (canto devozionale). Ogni anno migliaia di persone di riuniscono per un’immersione di una settimana nella meditazione yoga (@Self-Realization Fellowship)

Il giovane Mukunda era straziato dal desiderio di vedere la Madre Divina (che poi gli apparirà, «circondata da un fulgido alone di luce»). Essere ebbro di Dio, ecco cosa desiderava quel ragazzo più di ogni altra cosa. Yogananda scrive nella sua Autobiografia: «Santi di tutte le religioni hanno raggiunto l’illuminazione divina concependo Dio semplicemente come l’Amato cosmico. Poiché l’Assoluto è nirguna, “privo di qualità”, e acintya, “inconcepibile”, il pensiero e il desiderio umano lo hanno personificato nella Madre universale. La combinazione del teismo personale con la filosofia dell’Assoluto è un’antica conquista del pensiero india no, descritta nei Veda e nella Bhagavad Gita. Questa “conciliazione degli opposti” soddisfa il cuore e la mente. Bhakti (devozione) e jnana (saggezza) sono essenzialmente una cosa sola (…) L’umiltà del maestro Mah saya e di tutti gli altri santi nasce dalla consapevolezza della propria totale dipendenza (seshatva) dal Signore, unica Vita e unico Giudice. Poiché la natura stessa di Dio è beatitudine, l’uomo che è in sintonia con Lui prova una gioia pura e senza limiti».

Il racconto dell’incontro con il suo guru, Sri Yukteswar, è commovente. La sua disciplina ferrea fu indispensabile per la crescita umana e spirituale di Mukunda. Il guru lo obbligò anche a portare a termine il suo per corso scolastico e laurearsi, per prepararsi in modo adeguato a quello che sapeva essere il suo destino: l’approdo in America.

Da Sri Yukteswar, Yogananda ricevette l’iniziazione al Kriya Yoga. Grazie a lui visse una fondamentale esperienza di “coscienza cosmica”. Yogananda scrive: «Il mio corpo divenne immobile, radicato al suolo; come se un gigantesco magnete mi avesse risucchiato l’aria dai polmoni, non respiravo più. L’a nima e la mente sciolsero all’istante i loro legami con il corpo e si riversarono all’esterno da ogni suo poro, come sottili e fluidi raggi di luce. Il corpo era come morto, eppure avevo la profonda consapevolezza di non esse re mai stato completamente vivo prima di allora (…) Il mio abituale campo visivo frontale si era mutato in una vasta visuale sferica, che mi permetteva di percepire simultaneamente ogni cosa (…) Sulle placide, infinite sponde della mia anima irruppe un oceano di gioia. Compresi che lo spirito di Dio è beatitudine inesauribile, che il suo corpo è intessuto di un’infinità di raggi di luce. Dentro di me un meraviglioso, crescente splendore cominciò ad avviluppare le città, i continenti, la terra, il sistema solare e i sistemi stellari, le evanescenti nebulose e i fluttuanti universi. Il cosmo intero, soffuso di una dolce luminosità, come una città vista in lontananza di notte, riluceva nell’infinità del mio essere (…) Udii la voce creativa di Dio risuonare nell’Aum, la vibrazione del motore cosmico».

Yogananda aveva un talento poetico formidabile. Lo dimostrano questi passi in cui cerca di tradurre in parole ciò che è letteralmente indicibile, lo testimoniano i suoi scritti, le sue conferenze e il suo libro Canti Cosmici. Ma scoprì di avere anche un grande talento pratico, nella consapevolezza (come diceva il suo guru) che non dove va “inebriarsi troppo d’estasi” ma compiere anche il suo dovere nel mondo.

Sri Yukteswar concesse a Mukunda di scegliersi il nuovo nome, quando lo consacrò swami, e così diventò Yoga nanda, che significa «beatitudine (ananda) attraverso l’unione divina (yoga)». Successivamente riceverà anche il titolo monastico e onorifico più alto della tradizione indù: Paramahansa, “Cigno Supremo”.

Nell’Autobiografia si spiegano anche i principi su cui si basa il Kriya, si racconta Babaji, “uno yogi dell’India moderna simile al Cristo”, e si dicono parole chiare sull’unica vera possibilità di pace per il mondo, fondata sulla con versione delle coscienze, la pratica spirituale, la collabora zione tra fedi diverse: «Una Lega delle Nazioni̓ davvero risolutiva sarà una lega di cuori umani, anonima e spontanea. La solidarietà globale, il discernimento e la perspicacia che sono necessari per sanare i mali della terra non possono scaturire da una semplice riflessione intellettuale sulle differenze fra gli uomini, ma dalla conoscenza di ciò che più di ogni altra cosa unisce gli esseri umani, la comune condizione di figli di Dio. Per realizzare l’ideale più alto dell’umanità, la pace fondata sulla fratellanza, possa lo yoga, la scienza della comunione personale con il Divino, diffondersi nel tempo fra tutti gli uomini di ogni paese».

Paramahansa Yogananda a Boston, nell'ottobre del 1920, con alcuni delegati dell'International Congress of Religious Liberals
Paramahansa Yogananda a Boston, nell’ottobre del 1920, con alcuni delegati dell’International Congress of Religious Liberals, l’evento in cui fece il suo primo discorso in America sulla “Scienza della Religione” (@Self-Realization Fellowship)

Tre anni dopo aver dato inizio alla sua opera, in India, fondando una scuola per ragazzi dedica ta all’arte di vivere, Yogananda nel 1920 partì in nave per raggiungere Boston, e partecipare come delegato indiano all’International Congress of Religious Liberals. L’apparizione di Babaji, prima della partenza («Tu sei colui che ho scelto per diffondere il messaggio del Kriya Yoga in Occidente»), fu il sigillo posto all’inizio di questa avventura incredibile, che grazie a incontri ed eventi fatali, portò alla creazione della Self-Realiza tion Fellowship, subito dopo il suo arrivo in America, a un ciclo di conferenze seguito da migliaia di persone e all’istituzione a Los Angeles, nel 1925, sulla collina di Mount Washington, della sede internazionale della SRF, che ancora oggi è il cuore spirituale e amministrativo dell’organizzazione (l’opera di Yogananda in India invece è conosciuta come Yogoda Satsanga Society of India).

Sono molto belle anche le pagine del ritorno in India, dopo quindici anni trascorsi a sviluppare il lavoro della Self-Realization Fellowship, e il racconto di alcuni in contri straordinari, con Therese Neumann, “la mistica cattolica con le stigmate”, con Ananda Moyi Ma, la “madre permeata di gioia del Bengala”, e con “la yogini che non mangia mai”. Tutti caratterizzati da un’immediata simpatia umana e da un’aura mistica che passava dal riconoscimento reciproco, dal vedere uno nell’altra la stessa esperienza di Dio, declinata secondo i modi del la propria cultura e vocazione.

­Spicca in particolare l’incontro con il Mahatma Gandhi, verso il quale Yogananda nutriva una speciale venerazione, e che a sua volta gli chiese di essere iniziato al Kriya. Gandhi parlava della Bibbia, del Corano e degli Zend-Avesta, testi “divinamente ispirati”, con lo stesso rispetto con cui parlava dei Veda: «L’induismo insegna ad ogni essere umano ad adorare Dio secondo la propria fede o dharma, e perciò vive in pace con tutte le religioni». Nella sua autobiografia Yogananda ricorda quei giorni idilliaci a Wardha trascorsi insieme a Gandhi, e la sua convinzio ne che «per raggiungere uno stato mentale di non-violen za occorre uno duro tirocinio: una vita disciplinata, come quella di un soldato. (…) Dovunque vi sia ostilità, dovun que incontriamo l’opposizione di un avversario, dobbia mo conquistarlo con la forza dell’amore. Nella mia vita ho potuto constatare che la sicura legge dell’amore funzio na sempre molto meglio della legge della distruzione».

Sri Yukteswar, che aveva richiamato Yogananda in India, morì proprio in quel periodo, e si presentò poi al discepolo (provato dal dolore) «in carne e ossa», “risorto”, per rivelargli la realtà dei mondi astrali, come viene raccontata in uno dei capitoli più celebri e misteriosi dell’Autobiografia. La realtà dell’uomo comune è quella di una serie ininterrotta di incarnazioni in corpi, storie, personalità diverse, seguendo le traiettorie de terminate dal karma accumulato in ogni vita, passando attraverso varie sfere astrali.

Ma il cammino di perfezionamento non finisce mai, a meno di conseguire lo stato di nirbikalpa samadhi e andare oltre il “corpo causale” (che sta alla radice di quello astrale e di quello fisico). Alla fine Yogananda scrive che «entrando in stati estatici via via più profondi, l’anima, sempre più libera, si ritrae dal piccolo corpo causale per rivestirsi dell’immensità dell’universo causale. I singoli vortici di idee – queste onde individualizzate di potere, amore, volontà, gioia, pace, intuizione, calma, autocontrollo e concentrazione – si fondono tutte nel mare sempre gioioso della beatitudine».

Una statua di Bhagavan Krishna al Self Realization Fellowship Lake Shrine di Los Angeles
Una statua di Bhagavan Krishna al Self Realization Fellowship Lake Shrine di Los Angeles. Gli insegnamenti spirituali di Yogananda sottolineano la profonda unità tra lo yoga originale di Krishna e gli insegnamenti originali di
Gesù Cristo (@Self-Realization Fellowship)

L’ Autobiografia di uno Yogi è stata pubblicata per la prima volta nel 1946. Nel 1952 Yogananda è entrato nel mahasamadhi, l’uscita finale cosciente dal corpo di uno yogi che ha realizzato Dio. Da allora il suo insegnamento ha continuato a generare frutti, grazie ai discepoli monastici e ai praticanti diffusi in tutto il mondo.

La sua missione è portata avanti dalla Self-Realization Fellowship, i cui scopi e ideali includono: «Diffondere in tutti i Paesi la conoscenza di precise tecniche scientifiche per ottenere un’esperienza di Dio personale e diretta. Insegnare che lo scopo della vita è l’evoluzione della limitata coscienza mortale dell’uomo verso la consapevolezza di Dio, ottenuta grazie al proprio sforzo (…). Mostrare la perfetta armonia e l’unità fondamentale del cristianesimo originale inse gnato da Gesù Cristo e dello yoga originale insegnato da Bhagavan Krishna e dimostrare che questi principi di verità sono la base scientifica comune a tutte le religioni. (…) Servire l’umanità come il proprio più grande Sé».

Per rendersi conto di quanto sia ancora viva (anzi, sempre più viva e feconda) questa missione, basterebbe ascoltare qualcuno degli innumerevoli “discorsi ispiranti” offerti dai monaci e le monache dell’Self-Realization Fellowship, che trovate sui social dell’organizzazione o sul sito ufficiale (www.yogananda.org) e che comunicano una serenità e una gioia contagiosi, con semplicità, ironia, sapienza, affrontando anche le questioni più spinose della vita dell’uomo contemporaneo, offrendo consigli pratici e meditazioni guidate. Basterebbe entrare in uno dei tanti centri sparsi in giro per l’Italia (l’elenco lo trovate sul sito internet www. yogananda-srf-italia.com), ognuno con il suo gruppo dedicato alla meditazione collettiva e alla condivisione di letture e canti, dove si vive un’atmosfera di quiete, devozione e fratellanza sincera.

Il Golden Lothus Archway, un tempio senza mura al Self-Realization Fellowship Lake Shrine
Il Golden Lothus Archway, un tempio senza mura al Self-Realization Fellowship Lake Shrine, che racchiude il Mahatma Gandhi World Peace Memorial (@Self-Realization Fellowship)

Sono tanti i libri pubblicati dalla Self-Realization Fellowship. Ci sono le raccolte di discorsi di Yogananda, ma anche i suoi commenti alla Bhagavad Gita (God Talks with Arjuna) e ai Vangelo (The Second Coming of Christ: the Resurrection of the Christ Within You), entrambi in due volumi, forse i suoi testi più rivolu zionari. E ci sono anche i libri scritti dai discepoli, a partire dall’ispiratissimo Soltanto Amore di Sri Daya Mata (Astrolabio), che è stata accanto a Yogananda per vent’anni e che ricordava così il primo incontro con lui, durante una serie di lezioni che stava dando a Salt Lake City, nello Utah: «Potevo solo pensare: “Quest’uomo ama Dio come io ho sempre desiderato amarlo. Lui conosce Dio. Io lo seguirò». Alla fine di quell’incontro, Yogananda la guarì da una malattia del sangue che i medici non erano riusciti a curare.

Lei è stata fedele custode del nucleo più profondo dell’insegnamento di Yogananda, che poco prima di morire le disse: «Ricordati: quando avrò lasciato questo mondo, soltanto l’amore potrà prendere il mio posto. Sii così ebbra dell’amore di Dio, giorno e notte, da non pen sare a nient’altro che a Dio; e dà questo amore per tutti». Così ha fatto ogni giorno della sua vita, come sa bene chi l’ha conosciuta, ricavandone l’impressione di aver incontrato una persona di grande devozione e umiltà, una mistica in odore di santità.

Il nucleo dell’insegnamento di Yogananda sta racchiuso nelle “Lezioni della Self-Realization Fellowship”. C’è stato un tempo in cui certi insegnamenti venivano trasmessi oralmente, direttamente da guru a discepolo. Yogananda, con le Lezioni, ha inaugurato una nuova era, quella della scienza del Kriya Yoga offerta a tutti, nella convinzione che certe conoscenze arrivino al momento giusto nel cammino spirituale di ognuno. Chiunque può farne richiesta (nel sito della Self-Rea lization Fellowship, yogananda.org). Le Lezioni – inviate ogni due settimane per 9 mesi, accessibili anche in formato digitale – sono un programma di studio individuale, che fin dall’inizio insegna come ottenere benefici immediati dalla meditazione.

In quelle pagine potete trovare le parole di Yogananda, consigli su come coltivare la propria vita interiore, anche su come vivere il rapporto con gli altri, il lavoro, il mondo in generale. Si spiega come funziona lo yoga, non quell’esercizio ginnico, fatto quasi solo di asana, che viene praticato spesso in Occidente, ma il Raja Yoga, la scienza completa della realizzazione di Dio. Ci sono le istruzioni su come praticare gli “Esercizi di ricarica”, un potente strumento per il controllo dell’energia vitale, la tecnica di concentrazio ne “Hong-So”, basata sul respiro e la ripetizione mentale di un mantra, e la tecnica di meditazione OM.

Terminate le lezioni, chi sente di aver fatto dei progressi importanti e intende procedere nel cammino, può richiedere l’iniziazione al Kriya Yoga, che implica un impegno ancora più profondo in questo percorso. Qui si entra in una dimensione speciale, che è antica e moderna insieme, eterna come la verità a cui aspira, in una relazione diretta con la linea dei Guru, frutto di una promessa e di un impegno che investe tutta l’esistenza.

Viviamo in tempi complicati, in cui è difficile distinguere il vero dal falso, in cui convivono innumerevoli forme religiose e organizzazioni spirituali. Un’era che esalta la libertà della coscienza, ma finisce per confonderla con un pericoloso egoismo individualista. La via tracciata da Yogananda affonda le sue radici in una delle tradizioni più antiche della storia dell’uomo, ri congiungendola al messaggio cristiano, e offre la possibilità di conoscere e sperimentare in prima persona un percorso che porta al Divino, fuori da ogni dogma. Ecco qual è la funzione della Self-Realization Fellowship: essere «un alveare per il miele spirituale».

Come scrive Yogananda nell’Autobiografia: «Sarebbe senz’altro un immenso vantaggio per ogni discepolo poter avere al proprio fianco un guru dalla perfetta saggezza divina; ma il mon do è abitato da molti ̒ peccatori̓ e da pochi santi (…) L’u nica alternativa sarebbe quella di ignorare ̒ l’uomo comune̓ privandolo della conoscenza dello yoga. Ma questo non è il disegno di Dio per la nuova era. Babaji ha promesso di pro teggere e guidare tutti i sinceri Kriya Yogi sul loro sentiero verso la Meta. C’è bisogno di centinaia di migliaia, e non solo dozzine, di Kriya Yogi per realizzare quel mondo di pace e di abbondanza che attende gli uomini, una volta che si siano impegnati nel giusto modo per ristabilire la loro condizione di figli del Padre Celeste».

L'autobiografia di uno Yogi nell'ultima edizione italiana

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