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Forse il bosco ci salverà

La memoria verde del mondo.
Insieme a Niccolò Reverdini, il “filologo contadino”, alla scoperta del Bosco di Riazzolo e della Cascina Forestina, luoghi in cui l’uomo collabora con la natura. A pochi chilometri da Milano.

Un bosco millenario a quindici chilometri da Milano.  Un luogo dove puoi incontrare una quercia farnia (Quercus robur) che ha più di trecento anni, e che osservi incantato, pensando che era lì prima della Rivoluzione francese e dell’invenzione della macchina a vapore, insieme a Mozart e Voltaire.  Un pezzo di storia (naturale) vivente, “reliquia dell’originaria foresta planiziale lombarda”, dove le specie vegetali autoctone hanno ripreso il sopravvento e si è ristabilita la catena alimentare: le cataste di fascine e ramaglie, lasciate appositamente nel bosco, sono un habitat ideale per gli insetti, cibo per passeri e rane, cacciate a loro volta dalla biscia dal collare, facile preda del riccio, spesso catturato dalle volpi…  

Un’oasi naturale in cui contempli i bellissimi noccioli (Corylus avellana), che sembrano grandi ombrelli vegetali, le foglie fitte che giocano coi raggi del sole, e pensi a Virgilio, poeta lombardo, quando nelle Bucoliche (I, vv. 14-15) ricorda Melibeo, «pastore espropriato dalla guerra, che cammina verso un futuro incerto, avviandosi al tramonto, con le sue caprette, “inter densas corylos” (tra i folti noccioli)»

Perché qui natura e cultura si incontrano e si nutrono a vicenda – da una parte c’è la fecondità, nasci, nasce re, dall’altra il colěre, il coltivare – seguendo anche la vocazione di colui che è diventato il custode di questi luoghi, Niccolò Reverdini, il “filologo contadino” (copyright di Paolo Di Stefano, Corriere della Sera, 2017). È lui la nostra guida, il cicerone (è proprio il caso di dirlo) di questo mondo fatato, che unisce passato e presente, tradizione e innovazione, imprenditoria (verde) e amore per la natura.  

Niccolò Reverdini
Niccolò Reverdini, il “filologo contadino”, ci racconta storie e aneddoti per ogni pianta che incontriamo.

Studi classici, Filologia all’Università di Pavia, ma anche fatiche manuali, zappa e cesoie, la cultura della campagna e del bosco, imparata da chi la pratica da generazioni, tramandata oralmente, o per imitazione di gesti antichi. Da una parte gli amati libri, dall’altra il rapporto diretto con agricoltori e personaggi del luogo, spesso originali, sempre dotati di humour e ricchi di un sapere pratico preziosissimo.

È grazie a loro che Reverdini, a metà degli anni ’90, si è cimentato nell’agricoltura biologica, in tempi in cui la praticavano ancora in pochi e rischiavi di apparire un utopista un po’ naïf. Anche se il “bio”, in realtà, recupera vecchi modi di coltivare la terra, senza impoverirla – non l’aratura, ad esempio, «ma la fenditura verticale del terreno, in modo che ci sia sempre una buona riserva di sostanza organica, senza bisogno di forzare la terra» – e i grandi vecchi del posto
impararono presto a fidarsi di quel giovane letterato innamorato del bosco, con il pallino della biodiversità.

Il Bosco di Riazzolo è strettamente legato alla Forestina di Cisliano, un tempo cascina in abbandono, fino alla metà degli anni Novanta, oggi luogo di ristorazione e ospitalità, di attività didattiche e coltivazioni biologiche, punto chiave del Parco Agricolo Sud Milano. L’elenco dei riconoscimenti ottenuti dalla Forestina è lunghissimo, a partire dalla Medaglia d’oro per i metodi dell’agricoltura biologica del 2001 (CCIAA, Premio Milano Produttiva), per proseguire con il Marchio d’Oro come Produttore di Qualità Ambientale (Parco Agricolo Sud Milano), la Bandiera Verde per l’Agricoltura (un premio nazionale della CIA), l’Attestato di eccellenza Rurale (dal Ministero per le Politiche Agricole), l’iscrizione al Registro delle Imprese Responsabili della Regione Lombardia, l’accoglimento fra gli Amba sciatori del Territorio di Legambiente nel 2023.

Ma la storia risale ai Visconti e agli Sforza, che facevano di queste terre un luogo di caccia, e successivamente a uno scrittore fondamentale per la scapigliatura milanese, che era anche un nobile diplomatico: Alberto Carlo Pisani Dossi, conosciuto da tutti come Carlo Dossi.  È grazie a suo figlio, Franco Pisani Dossi, che Niccolò Reverdini ha scoperto la magia del bosco. Lo racconta in un libro molto bello, pieno di ricordi, avventure, incontri, contemplazioni, anche immagini e vecchie fotografie, un saggio-diario in forma di romanzo (o viceversa), che tutti possono apprezzare, nella sua colta semplicità, la scrittura dagli echi antichi: Anche l’usignolo. Vita di città, di bosco e di campagna (Mondadori, 2021): «Un ricordo iniziatico, silvestre, ottobrino. Sono sull’aia della Cascina Capanna: sciamano polli, oche, tacchini. Un bel chiasso vitale, fra granaglie e pastone, secchi e carriole. La Carla mima il verso delle faraone: «Fa frècc, fa frècc, fa frècc…». E il nonno mi prende per mano, conducendomi piano nel Bosco: lungo i laghetti, sopra le rive d’edera e pervinca. Ci sono il riccio, il cerchio delle streghe, i maschi colorati dei germani. Ciascuna creatura ha una sua forma, un suo moto, un suo nome. Ecco, nel limpido, le carpe a specchi, le scardole, i vaironi. Il brivido, l’iridescenza della vita. La mano tiepida del nonno, il naso freddo che sente il muschio e la terra, le foglie secche, il fiato che vapora»

Quel brivido, la meraviglia del mondo che si disvela, insieme alle conoscenze accumulate nel corso degli anni, ora le trasmette ai numerosi bambini e ragazzi che vengono qui in visita, con le loro scuole, per guardare, toccare la terra, annusare gli odori. Ma è anche importante ricordare che il cambiamento climatico si combatte custodendo anzitutto la qualità dei suoli, come ha recentemente mostrato il Progetto ValSos (2021), curato dall’Università Bicocca di Milano, dedicato alla valorizzazione della sostanza organica nei suoli selvatici e rurali: «Quanto al Bosco di Riazzolo, il prof. Roberto Comolli, geopedologo, ha riscontrato che un metro quadrato di suolo, a 70 cm di profondità, contiene almeno 20 kg di sostanza organica, corrispondenti al sequestro di oltre 40 kg di anidride carbonica, per la du rata di secoli o millenni – ci spiega Niccolò. – Si tratta di un progetto promosso dal Distretto neorurale delle Tre Acque, che accorpa una trentina di aziende agricole site a ovest di Milano, in un territorio compreso fra il Ticino, il Naviglio Pavese e il Canale Villoresi». Il messaggio è chiaro: luoghi del genere vanno tutelati in ogni modo. 

Una vitella di Varzese ci viene incontro, all’ingresso dell’agriturismo (foto Sebastiano Tassi)

Attraversiamo un bellissimo prato, all’interno dell’Agriturismo La Forestina, e una vitella di Varzese (razza lombarda) ci corre incontro, lasciandosi accarezzare. Tutto qui è pensato per incentivare la biodiversità. «La sera i prati attorno alla Cascina si riempiono di anfibi, rane verdi e rospi smeraldini, che vengono a cacciare, approfittando dell’erba più bassa, irrigata e tagliata ogni settimana. In tal modo, raggiungono più facilmente le prede. E nelle corti interne ci sono pure le bisce dal collare che approfittano della situazione».  Anche le siepi, lì attorno, hanno una funzione ecologica: «Sono fatte con gli stessi arbusti del bosco, per dare continuità all’ecosistema. Ci cono cornioli, biancospini, sanguinelli, evonimi, ligustri…».   Niccolò frequenta questi luoghi da quando aveva 3-4 anni, insieme alla sua famiglia che viveva a Milano. «Tra i miei primi ricordi c’è il recinto in cui mio nonno materno allevava cervi, caprioli e daini. Per me questo luogo è sempre un ritorno alle origini».

La Forestina è circondata da alberi a perdita d’occhio. 65 ettari di bosco, compresi nei comuni di Cisliano, Albairate e Corbetta, divisi in appezzamenti che hanno diverse identità, a seconda del microclima, la quantità di acqua presente, l’intervento dell’uomo. Il toponimo Riazzolo deriva da riazzoeu, «un termine tecnico venatorio registrato dal Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini (1839-1856): indicava una reticella che si stendeva sui corsi d’acqua per catturare le gallinelle e le anatre selvatiche. Il toponimo racchiude due dati essenziali relativi al bosco: la sua natura umida, per la ricca presenza di risorgive, e gli usi venatori andati avanti per secoli». Sia i Visconti che gli Sforza amavano la caccia al falcone e a cavallo, che praticavano ad esempio nel vicino bosco di Cusago. 

Chi viene qui, può anche semplicemente lasciarsi guidare dall’istinto, seguire gli odori, le forme degli alberi, il sole che penetra fra i rami e crea dei giochi di luce che non finiremmo mai di contemplare ammirati, soprattutto nell’ora che precede il tramonto.

Ma il modo migliore per visitare questo bosco è facendosi accompagnare da Reverdini, nella sua duplice veste, poetica ed ecologica, la sua grande cultura umanistica e la decennale frequentazione del bosco, di cui si occupa personalmente, mantenendo le strade e i sentieri. «Non è mai un percorso solo letterario o meramente ecologico. Le cose si mescolano. C’è la visione sincronica: ciò che hai di fronte, hic et nunc, la vita della flora e della fauna. E c’è la visione diacronica, che ti permette di relazionarti ai dati storici, anche rapportati alla nostra tradizione letteraria, in cui prevale, da Virgilio a Gadda, l’osservazione diretta, il ritratto dal vero».  Ci fa notare i ciliegi selvatici (Prunus avium), così caratteristici per questo paesaggio, ma anche la berretta del prete (Euonimus europaeus). Le piante antiche, secolari, che convivono con quelle più giovani, assicurando la continuità generazionale. Ci sono anche dei “ciliegi bambini”, generati dalla caduta dei frutti, oppure dagli uccelli che collaborano involontariamente alla riproduzione delle piante. «Mi è sempre piaciuto camminare accanto agli anziani del posto, che mi hanno insegnato moltissimo. Un uomo di bosco e di riviera si divertiva a farmi osservare certi ciliegi selvatici isolati, in mezzo a una radura, spiegandomi i vari modi in cui possono nascere, mimando anche un uccello intento a defecare. Mi diceva: “Sa capissa?” (si capisce?)»

Mentre entriamo nel bosco ascoltiamo il verso di una raganella, ma anche lo scampanio lontano delle vacche Varzesi. Qui vanno attivati tutti i sensi. L’idea è quella di scoprire il bosco partendo dal suolo e alzando a poco a poco lo sguardo verso l’alto. Niccolò si china e ci mostra il terreno, come fa con i bambini che vengono in visita al Bosco di Riazzolo, invitati a sporcarsi le mani, ma anche a capire che la morte non è solo quella cosa spaventosa a cui non vogliamo pensare: «Nel bosco vedi perfettamente come si stringono una all’altra la vita e la morte. Se non avessimo questo sostrato di foglie e rametti che lentamente si umifica, il bosco non avrebbe il nutrimento per potersi rinnovare di anno in anno». Il terreno è soffice. Mentre Niccolò affonda la mano, vediamo la sostanza vegetale che si sbriciola e diventa humus vitalissimo. «I bambini scoprono anche attraverso un’esperienza di tipo sensoriale – tramite la vista, l’odorato e il tatto – la grande avventura della flora. Dal sottobosco di edera e mughetti, agli arbusti lì attorno: come i prugnoli e i biancospini. Fino alle piante più alte: meli selvatici, carpini bianchi e querce farnie. Imparano a riconoscere le cortecce e le foglie: scoprono la bellezza e la ricchezza della biodiversità, mentre iniziano a riflettere sui valori del suolo».  

Mettere le mani nella terra, sentire, annusare, ascoltare, fare esperienza della natura.

Troviamo una nocciola, rosicchiata da un ghiro o forse da un moscardino, «un roditore molto simpatico, rossiccio». L’Università Bicocca ne sta censendo la popolazione a ovest di Milano e ha posizionato anche qui alcuni nidi per favorirne la riproduzione (DISAT, PNRR National Biodiversity Future Center). Sì, perché la Forestina lavora anche con le università, sia dal punto di vista scientifico che umanistico, così come con altre istituzioni culturali. Il Teatro Franco Parenti, con cui Reverdini ha già collaborato in passato, gli ha chiesto di recente un progetto di valorizzazione della cultura letteraria lombarda (in collaborazione con la Regione), e lui ha proposto un’indagine intitolata “Gli autori fuori porta: geografia e storia dei paesaggi lombardi”, concentrandosi al momento sul territorio tra Milano e il Ticino. Nella convinzione che la lettura dei classici possa anche aiutarci a interpretare meglio l’attualità e a misurare con cura il drammatico impatto dei cambiamenti climatici. Un platano ha “lanciato” una radice lontano, nel terreno, come fosse un’àncora.

«Basti pensare, rispetto all’attuale emergenza idrica lombarda, alle Notizie naturali e civili su la Lombardia (1844) di Carlo Cattaneo, che testimoniano puntualmente una piovosità primaverile e autunnale oggi scomparsa, lasciandoci quindi toccare con mano l’avanzato grado di compromissione del sistema alpino: “Da noi l’estate è costante e arida; e la pianura erratica e silicea potrebbe per sé inaridirsi, come le steppe del Volga, (…) se nei recessi della regione montana non avessimo il tesoro dei ghiacci e delle nevi, onde le vene dei fiumi si fanno più larghe col crescere dell’arsura”. C’è da mettere oggettivamente in crisi anche i più agguerriti negazionisti!».

Anche l’approccio al bosco è di tipo filologico. Reverdini ce lo spiega citando Gadda, che nella Cognizione del dolore «si scagliava umoristicamente contro il Manzoni, indicandolo come uno dei grandi introduttori della Robinia pseudoacacia, di cui aveva sperimentato le virtù economiche. Gadda scriveva che la robinia “non ha nobiltà di carme”. Ecco, noi cerchiamo invece di preservare le specie dotate di questa nobiltà» (bellissimo quel passaggio, come tutto in Gadda, irriverente e ardito: «(…) la robinia tacque, senza nobiltà di carme, ignota al fuggitivo pavore delle Driadi, come alla fistola dell’antico bicorne: radice utilitaria e propagativa dedotta in quella campagna dell’ Australasia e subito fronzuta e pungente alla tutela dei broli, al sostegno delle ripe»).  

Giochi di luce tra rami e foglie del Riazzolo (foto Sebastiano Tassi)

L’approccio utilizzato è quello dell’ascolto e della collaborazione con la natura. «Noi cerchiamo di contenere la presenza delle esotiche proprio per consentire alle specie autoctone di recuperare il loro equilibrio». Si interviene anche massicciamente, ma assecondando lo sviluppo biologico. «Qui ad esempio è caduto il ramo vecchio di un nocciolo, che è stato ricoperto di edera. Noi lasciamo che l’edera continui a crescere, visto che offre nidificazione, e che il ramo si umifichi. Qui intorno sono nati frattanto altri piccoli noccioli». Incontriamo anche un maiantemo (Maianthemum bifolium), «un importante indicatore biologico, perché cresce e resiste solo su suoli lontani da fonti di inquinamento» e poco più avanti un grande platano che ha più di duecento anni – «un albero di origine asiatica, molto caro ai romani, solitamente presente lungo i viali»:  per trovare la sua stabilità su un suolo che si presenta ondulato, a conche e collinette, «ha lanciato una radice lontano, come fosse un àncora», aggrappandosi al terreno.  

Un platano ha "lanciato" una radice lontano nel Bosco di Riazzolo
Un platano ha “lanciato” una radice lontano, nel terreno, come fosse un’àncora (foto Sebastiano Tassi)

Ancora più antica la quercia farnia, «la pianta più nobile e maestosa del bosco planiziale originario», che potresti rimanere a guardare per tutto il giorno, talmente è impressionante la forza del suo tronco e dei suoi rami, la bellezza perfetta della sua chioma. Tre secoli di vita, e non sentirli. Un ramo è stato colpito da un fulmine, il che suscita una citazione da Virgilio, figlio di un tempo in cui una quercia ferita da un fulmine era presagio di esilio: «Saepe de caelo tactas quercus…»

Niccolò Reverdini è anche l’autore di un prezioso Sentiero virgiliano (Punto Parco Cascina Forestina, 2012), una piccola guida botanica in cui sono censite le specie della flora planiziale lombarda accolte nelle Bucoliche e tuttora presenti al Bosco di Riazzolo. Anche qui possiamo incontrare i flessibili viburni (lenta viburna), i meli selvatici (silvestri ex arbore lecta / aurea mala) o le bacche sanguigne del sambuco (sanguineis ebuli bacis), spremendone lo scuro succo fra le dita, come certo avrà fatto lo stesso Virgilio da bambino.  

Quando accompagna qualcuno nei boschi, Niccolò porta con sé brevi letture, nate dall’osservazione di alberi, boschi e campagne, da Carlo Cattaneo a Bonvesin da la Riva. Ma non fa mai mancare l’esperienza diretta del bosco, qui e ora, anche solo il gusto di calpestare il suolo reso soffice da un fondo di foglie e rametti che scricchiolano, sotto i lunghi fili verdi del cariceto (Carex brizoides). Mentre lo sperimentiamo, ecco arrivare tre bambini, che vanno a farsi una passeggiata sul sentiero. Sono a piedi nudi (“a pé in tèra”). Un piacere che abbiamo dimenticato. 

Reverdini è una sorta di uomo-ponte, che ama unire generazioni diverse, oltre che agricoltori e persone di cultura. Ma è anche un imprendi un grande amore per il territorio, la sua specificità da tutelare, ma ha anche uno spirito europeista. «Un’esperienza per me importante e fondante è stata quella fatta nell’ambito della Politica Agricola Comune, nei primissimi anni Novanta, che incentivava i metodi di coltivazione a basso impatto ambientale e la multi funzionalità delle aziende agricole. Nonostante le delusioni, mi sono sentito parte integrante di un respiro rurale europeo, oggi purtroppo rimesso in discussione». Del resto lo stesso Carlo Cattaneo promuoveva il vivo confronto fra le identità regionali delle nazioni, un dialogo aperto fra la cultura umanistica e scientifica, auspicando la nascita degli “Stati Uniti d’Europa”.   Nonostante tutto ci sono dei motivi di ottimismo, «degli squarci che si aprono. Una delle cose importanti che sto cercando di fare con i PCTO, in collaborazione con le scuole, è mostrare come l’articolo 9 della nostra Costituzione stringa una relazione vitale fra “il patrimonio storico e artistico” e “il  paesaggio” della nostra nazione, ponendoli entrambi sotto “tutela”. Peraltro una recente integrazione dell’articolo 9 (8 febbraio 2022) ha esteso la tutela all’ambiente, alla biodiversità e agli ecosistemi, richiamando “l’interesse delle future generazioni”»

Ci crede molto, Niccolò Reverdini, nelle nuove generazioni. Ci racconta lo stupore dei ragazzi che ha accompagnato a vedere gli Arazzi Trivulzio del Bramantino al Castello Sforzesco di Milano, dedicati ai dodici mesi dell’anno, per poi portarli alla Forestina, di fronte al primo taglio dei prati (maggengo), ai ciliegi riboccanti di frutti, entrambi ricordati nell’Arazzo di Maggio. Il suo obiettivo è quello di far dialogare i vari livelli, le aziende agricole, le scuole, le università, le associazioni.  Ne parliamo mentre ci fa notare «i miracoli della luce nel bosco, le venature delle foglie accese dall’ultimo sole». Anche in questo tratto del bosco hanno fatto della “filologia”, per contenere il ciliegio tardivo americano (Prunus serotina) «introdotto nel gallaratese e nel varesotto per ottenere buon legname da opera, perché cresce più velocemente e più alto dei nostri ciliegi. Meriti che però il mercato non ha accolto, tanto che la pianta è stata abbandonata a se stessa, creando poi for ti alterazioni nei boschi. Qui per contenerla abbiamo incrementato il Carpino bianco (Carpinus betulus) e il Ciliegio selvatico (Prunus avium), creando una copertura sempre più folta, che impedisce il rinnovo del Prunus serotina».  

Il fatto è che non esistono finanziamenti per aiutare chi porta avanti questo lavoro. «Mancano purtroppo i sostegni economici al miglioramento dei boschi planiziali residui. Noi in trent’anni abbiamo ricevuto solo tre con tributi una tantum: due comunitari (1998 e 2012) e uno regionale (1999). Continuiamo ad augurarci che possa esservi maggiore attenzione istituzionale, poiché si tratta di opere molto onerose e con ampie ricadute benefiche sugli ecosistemi e sulla collettività»

Uno sparviero fotografato al Bosco di Riazzolo
Uno sparviero femmina con la sua preda (foto di Carlo Cinthi)

A proposito di comunità. C’è anche quella umana, varia e vivace, che vive il bosco insieme ai soci che gestiscono la Forestina. Incontriamo ad esempio Carlo Cinthi, che qui ha un suo capanno e che si diletta in fotografia naturalistica. Sono sue le incredibili immagini scattate a un allocco mentre porta le sue prede ai piccoli, dopo aver nidificato in un boschetto a est della Cascina. Favorendo la nidificazione, Carlo è riuscito anche ad aiutare dei picchi rossi e delle splendide cinciallegre, che sono molto utili alla lotta biologica, visto che portano ai propri pulcini centinaia di lepidotteri e coleotteri, dannosi per i grandi orti della Forestina.  Ci racconta di sette nuovi nati, dicendosi però preoccupato dal fatto che la madre abbia scelto un luogo sbagliato in cui nidificare, accessibile alle bisce. Neanche il tempo di dirlo, e di andare a controllare come stanno i piccoli, ed ecco che scopriamo nel nido un grosso colubro di Esculapio. Se ne sta a poltrire, dopo il fiero pasto. Un giorno toccherà a lui diventare preda del riccio, della poiana o di un allocco. 

Una disavventura che si può guardare da due prospet tive diverse. Quella di Carlo, ovviamente dispiaciuto per l’accaduto, che si maledice per non aver favorito un posto più sicuro. E quello di Niccolò, che vede in questa “tragedia” lo spettacolo spietato e affascinante della natura al lavoro, con la sua catena alimentare. La biodiversità. 

Un Biacco entra in acqua nel Bosco di Riazzolo
Un biacco sta per entrare in acqua, nel bosco (foto di Carlo Cinthi)

Una tappa d’obbligo è quella alla scoperta dei magnifici fontanili. Reverdini evoca Jean Renoir, la sua capacità di fotografare la natura, e cita Cattaneo, che elogiava le acque lombarde: «Le aque sotterranee, tratte per arte alla luce del sole, e con dutte sui sottoposti piani, poi raccolte di nuovo e diffuse sovra campi più bassi, scòrrono a diversi livelli con calcolate velocità, s’incontrano, si sorpàssano a ponte-canale, si sottopàssano a sifone, s’intrecciano in mille modi (Notizie naturali e civili su la Lombardia, 1844)». Le vediamo in azione davanti a noi, su due livelli, a pochi metri una dall’altra: un fontanile le cui acque placide si muovono lentamente, e un altro più vivace, con la corrente che procede spedita verso la sua meta.  

Dentro il fontanile D’Adda ci sono dei sassi di un rosso splendente, forse dovuto ai licheni. Uno spettacolo formidabile. Che si può anche apprezzare da vicino, visto che qui i bambini (e i grandi) possono percorrere il corso d’acqua immergendosi fino ai polpacci.  La temperatura è perfetta, l’acqua purissima.   Attraversiamo un boschetto di carpini, mentre parliamo di cambiamenti climatici e agricoltura industriale da emendare: «L’indagine scientifica mostra quanto sia importante mantenere alto il livello di sostanza organica, non solo con l’agricoltura biologica, ma anche con forme di coltivazione a minore impatto ambientale, come quella integrata, dove i prodotti sintetici si riducono sotto il 50%. Se su un suolo millenario, come quello del Basso Milanese, incentivassimo queste pratiche, sarebbe un risultato estremamente positivo per la collettività»

Anche nel rispetto dello spirito tradizionale dell’agri coltura. «Il lavoro in campagna ha sempre avuto una finalità economica, ma ben nutrita di estetica e moralità. Mentre lavoravi un terreno con tanti sassi, avevi cura di spostarli per riempire le buche dell’adiacente strada poderale. Quando tagliavi l’erba dei fossi, perché l’acqua rifluisse libera ai campi, facevi anche il fieno per i tuoi conigli. Nulla andava disperso o sprecato e gli occhi misuravano il lavoro, rimanendone appagati. Erano opere eseguite a regola d’arte»

Fontanile nel Bosco di Riazzolo
Il Bosco di Riazzolo è un luogo ricco d’acqua, con fontanili molto belli e suggestivi (foto Sebastiano Tassi)

“Bellezza” è la prima parola che viene in mente, guardando la Forestina, i boschi intorno, i corsi d’acqua, il grande orto biologico. Vediamo scorrere l’antica Roggia Soncina, fatta scavare dal Duca Francesco Sforza nel 1463,  «un’importante opera idraulica, che da Ponte vecchio Ticino, per presa diretta dal Naviglio Grande, portava l’acqua al Castello di Cusago, scorrendo da ovest a est». C’è tanta storia qui. Di natura, di opere e anche di uomini. Come quella della famiglia inglese che si è messa a cercare gli eredi di chi aveva aiutato un loro caro prozio (George M. Noakes), fatto prigioniero durante la Guerra d’Africa e accolto dopo l’8 settembre 1943, per una settimana, alla Forestina, insieme a tre commilitoni, prima di riuscire a raggiungere la Svizzera: «Sono stati accolti da Alberto Introini, guardiacaccia di mio nonno Franco, a stretto contatto con Carlo Oldani, fattore dell’omonimo Cascinello confinante con i nostri terreni. Sono riuscito a ricostruire alcuni anelli essenziali di questa vicenda proprio grazie alle limpide testimonianze orali dei più anziani».  

Che dire della questione “accoglienza”? Un tempo le cascine ospitavano i fragili, i lunatici, i viandanti, le per sone in difficoltà. Il valore dell’accoglienza lo troviamo nella tradizione cristiana, ma anche in quella classica, virgiliana.

Uno dei lavoratori della Forestina è originario del Ghana: «Ha fatto un percorso molto lungo, partendo da un tirocinio di inclusione socio-lavorativa e pervenendo a un contratto di apprendistato. Ora è assunto a tempo indeterminato, lavora in campagna e in cucina».  È anche merito suo, questo orto pieno di prelibatezze biologiche. A partire dalle patate dolci americane, protette da «un telo in amido di mais, che alla fine della stagione si disgrega e va ad arricchire il terreno di sostanza organica. Un po’ come lavora il bosco. Così non crescono erbe infestanti, che di solito vengono uccise con i diserbanti. Le erbe spontanee crescono però sull’interfila, e alcune, come l’amaranto e la galinsoga (che sa un po’ di carciofo), sono commestibili e possono arricchire le proposte della nostra cucina rurale. Valorizziamo anche queste specie».

Vediamo file di melanzane, lattughe, pomodo ri, fagiolini, zucchine, basilico viola (che ha un profumo straordinario), sedano, cavolo cappuccio bianco e nero, zucche. Tutto utilizzato nella ristorazione agrituristica. «Facciamo una programmazione, a seconda dei mesi e delle stagioni. In questo periodo, ad esempio, utilizziamo il cavolo nero come ripieno per le crespelle, e con il basilico viola facciamo un freschissimo risotto».  

Orto biologico a Cascina Forestina
Una vista dal basso del grande orto biologico, in cui vengono utilizzati teli in amido di mais per tenere lontane le infestanti (foto Sebastiano Tassi)

Ultima tappa, gli animali. Polli di varie razze, «anche qui perseguiamo la biodiversità», tra le quali la Milanino, la Mericanel della Brianza e la Gallina della Ritirata. Ci sono le anatre, purtroppo spesso preda delle volpi. Ci sono asini e vacche Varzesi. Si chiama “multifunzionalità” ed è giusto che le istituzioni la favoriscano: ospitalità e ristorazione, coltivazione biologica ed educazione ambientale, natura e cultura.  Il presente e il futuro dell’imprenditoria agricola. 

Nel progetto dedicato da Reverdini agli “Autori fuori porta”, c’è una parte dedicata proprio agli Arazzi dei Mesi, associati alle Georgiche di Virgilio:  il committente Gian Giacomo Trivulzio invitava il Bramantino a un parallelismo, molto audace, fra sé e Augusto, restauratore dell’ordine e della pace, indispensabili garanzie per la produzione agricola. Nell’arazzo del mese di marzo, infatti, si vede un paesaggio rurale sconvolto dalla guerra e dall’incuria, contrapposto a una scena di armonia, con i contadini al lavoro e gli innesti sugli alberi da frutto. E qui torniamo anche a Melibeo e al primo libro delle Bucoliche: «La riflessione di Virgilio sul tema dei migranti e della guerra appare attualissima e ci invita a considerare l’importanza vitale della produzione agri cola, in uno scenario internazionale sempre più minato dai conflitti e dalle loro conseguenze anche economiche». Tutto si tiene, nel succedersi delle epoche, col rischio di cadere negli stessi identici errori.  

Viene in mente l’ultimo capitolo di Anche l’usignolo, in cui la contemplazione del paesaggio diventa riflessione sul mondo in cui vorremmo/dovremmo vivere. Prima Reverdini cita Hermann Hesse, omaggiando Federica Galli (bellissime le sue incisioni) e ribadendo il proprio amore per gli alberi: «Per me gli alberi sono sempre stati i predicatori più persuasivi. Li venero quando vivono in popoli e famiglie, in selve e boschi. E li venero ancora di più quando se ne stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come gli eremiti, che se ne sono andati di soppiatto per sfuggire a una debolezza, ma come grandi uomini solitari, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il mondo, le loro radici affondano nell’infinito; tuttavia non si perdono in esso, ma perseguono con tutta la loro forza vitale un unico scopo: realizzare la legge che è insita in loro, portare alla perfezione la propria forma, rappresentare se stessi. Niente è più sacro e più esemplare di un albero bello e forte»

Un fringuello riflesso nelle acque del Bosco di Riazzolo
Un fringuello riflesso nelle acque del Bosco di Riazzolo (foto Carlo Cinthi)

Poi ricorda una pagina di Bonvesin da la Riva, in cui parla dei nostri territori fertili che «producono una così grande e così mirabile abbondanza di ogni sorta di granaglie, grano, segale, miglio, panico (…) e poi fave, ceci, fagioli, cicerchie, lenticchie», tante che oltre a sopperire alle necessità del territorio, potrebbero rifocillare «anche i popoli transalpini».  Scrive Reverdini: «È questa la consapevolezza che oggi dobbiamo preservare, non certo come colore locale, ma per principio etico valido in ogni luogo in cui si possa osservare e a maggior ragione in quelli che riescano a offrire il proprio prodotto anche altrove».  

La contemplazione diventa azione. La capacità di apprezzare la bellezza del mondo, diventa cultura della solidarietà, della collaborazione, nella convinzione che possiamo “salvarci” solo tutti insieme. Oggi come ieri, ai tempi di Bonvesin o di Virgilio. «Ho varcato la voragine del Canale Scolmatore, spingendomi, lungo le alzaie, fino al pioppeto del Giuse e poi più in là, di fronte al prato e al Bosco, proprio mentre muore la luce e il respiro è un vapore alle labbra. Avverto, pur da lontano, le gemme tendersi sui rami, già presaghe di marzo (…) Eppure, qui resiste un chiarore e intravedo lontana la Cascina Fornace, i suoi coppi bagnati dal freddo, o più in alto un baleno dorato sulle Alpi. Se fossi Melibeo, qualcuno là mi accoglierebbe: “Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem / fronde sub viridi: sunt nobis mitia poma, / castaneae molles, et pressi copia lactis. / Et iam summa procul villarum culmina fumant, / maiore sque cadunt altis de montibus umbrae”».

Le Bucoliche, in effetti, sono la conclusione ideale: «Ma questa notte potevi qui riposare con me, / su un giaciglio di verdi frasche: ho frutti maturi, / tenere castagne e formaggio fresco in abbondanza. / E già lontano fumano i tetti dei casolari / e più lunghe discendono dagli alti monti le ombre».  

Cascina Forestina

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