Chissà se era un tesoro vero, o solo un mito, una storia che ci si racconta tra amici, per darsi un orizzonte romanzesco: le bevute infinite, le trattorie leggendarie, le iniziazioni (sessuali) e le malinconie (sentimentali), i personaggi fiabeschi (proletariato folk), i furti al Capitale (quando sembrava ancora ingenuo e si poteva anche fregare).
Di certo quella scena, in cui il Genio scava dove ormai non c’è più terra, dice tutto. Un non-luogo di cemento senza fine, indistinguibile, che si può solo attraversare, perché abitarlo è impossibile.
Ci si mura nei 150metriquadri conquistati a fatica in periferia, e si smette di “andare in centro”. O si vaga da un bar all’altro, da una festa di laurea a un addio al celibato, alla ricerca di una ragione (un ultimo bicchiere) per tornare a casa, sapendo che non esiste.

Sì, Le città di pianura di Francesco Sossai è soprattutto questo. Ma è anche molto di più. E lo dice fin da subito, quasi scolasticamente, per la paura di essere frainteso: la verità della vita trovata in un’intuizione alcolica, un’illuminazione improvvisa, e poi dimenticata. I due amici perdenti che filosofeggiano sentenziosi, quasi fossero gli ultimi eredi della sapienza contadina-proletaria, travolta dalla “mutazione antropologica” e trasformata in una voglia di piccola borghesia andata a male.
La bellezza, però, di quelle immagini, parla da sola e dice cose importanti, al di là della scrittura narrativa (molto al di là): i volti, gli scorci, i dettagli storti, le luci elettriche, l’aria intorno ai primi piani, l’atmosfera rarefatta di pianura, quasi un miraggio, il vuoto e il troppo pieno…
Come dice Giulio alla Tomba Brion, c’è tutto quel cemento che dice la feroce, grigia, pesantezza della morte, ma anche le aperture e lo spazio vuoto, quel senso perduto, quella infinita possibilità.

Hai voglia a evocare Risi o Mazzacurati, Wenders o Kaurismaki, il road-(buddy)-movie, come è stato fatto. Tutto giusto. Ci sono, volendo, perfino Godard e Tarkovskij (Stalker).
Ma Le città di pianura, coi suoi difetti quasi esibiti e le sue intuizioni folgoranti, non è il solito prodotto cinematografico derivato, con il consueto pegno socio-politico da pagare alla “retorica della provincia” (veneta) e al suo spontaneismo.
Ha una sua dimensione magica e filosofica, esistenziale, che va oltre la solita (anti)ideologia del disincanto: capriccio vs pianura, terra e territorio, transitorietà ed eterna giovinezza del mai cresciuto e addomesticato.
Morire in piedi. Guardare oltre il muro dei desideri frustrati, delle speranze umiliate, dei ricordi romanzati. Guardare ed essere, non solo fare e consumare.


