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Favole che aiutano a credere

Primo sguardo su “Disclosure Day”, film quasi teologico (Shema!), che è pura teoria ma anche stupore infantile; che sottolinea l’urgenza dell’empatia; che esalta il sentire, l’ascoltare, il lasciarsi guardare (la resa!)

recensione di disclosure day

Lui e lei, come la prima volta, come sempre. Adamo ed Eva (Abramo e Sara/Agar).

Lui che capisce il linguaggio dell’Altro, che parla la lingua dell’universo (degli dei). Lei che vive la vita di tutti, che percepisce la verità interiore delle donne e degli uomini che incontra (l’Uno).

Noi siamo come il pubblico dell’incontro di wrestling che apre il film: esultiamo, applaudiamo, urliamo, come se fosse vero. Facciamo finta di credere allo spettacolo, all’illusione della lotta (o, peggio, ci crediamo davvero).

Abbiamo perso la vocazione, non la fede, come dice la suora mancata, che si procura una stigmate per riuscire a resistere al maligno – la narrazione corrente, la retorica del buonsenso, il teatrino dell’apparenza.

Emily Blunt è la protagonista del film di Spielberg

Bastano poche inquadrature, basta quel riflesso blu che si allunga e si muove dentro l’immagine – il segno di Spielberg, il suo disclaimer etico-estetico – per intuire dove sta la salvezza possibile. Abbiamo perso la vocazione, ma alle “favole” ci dobbiamo credere, se vogliamo ritrovare la possibilità, il sogno, l’utopia. Dobbiamo credere al cinema che ci crede, che continua a giocare con i treni e gli alieni (e con l’epifania messianica).

La verità è laggiù/lassù, da qualche parte, nel luogo dello stupore, della meraviglia più assoluta, della paura più pura e irrazionale (chiamatelo inconscio, se vi aiuta a capirlo meglio). Laggiù/lassù, nella nostra cameretta d’infanzia, il luogo della prima rivelazione.

Si ritorna sempre lì, nella cameretta della nostra infanzia

La chiamiamo fantascienza, perché Spielberg si diverte a riesumare la cianfrusaglia che ha alimentano decenni di cinema, e di mitologia ufologica, ma in realtà il racconto in Disclosure Day è quasi teologico (chi ha qualche conoscenza biblica, e sa cos’è lo Shemà, rimarrà senza parole davanti a quel finale).

Una favola politica e morale che sottolinea l’urgenza dell’empatia e la necessità di andare oltre il “vedere per sapere”, che esalta il sentire, l’ascoltare: non si tratta di vedere e basta, ma di lasciarsi guardare (la resa!).

Alla fine sono tutti con la faccia davanti allo schermo del cellulare, il simbolo della separazione, dell’isolamento individualista, che diventa strumento di connessione, di visione collettiva e rivelazione di qualcosa che ci supera (perché abbiamo bisogno di qualcosa che ci trascende e ci dia un senso).

Non è certo un caso che il contatto con quella “Cosa” passi attraverso la natura. Non la natura usata, guardata, sfruttata, ma da cui veniamo visti e resi reali, che ci rivela il nostro essere “accanto a”, il vivere insieme, legati uno all’altro.

Fantascienza, sì, ma anche un pizzico di teologia

Ne è passato di tempo da Incontri ravvicinati del terzo tipo, il capolavoro di Spielberg, il film che evocava la possibilità dell’incontro, la verità (interiore) dell’Altro e dell’Altrove, l’intuizione (artistica) come guida, la meraviglia come forma di conoscenza. Ne è passato di tempo anche da E.T., inno all’amore incondizionato, a quel legame (terreno e trascendente) che supera ogni barriera.

Ritroviamo oggi l’extraterrestre invecchiato, come fosse rimasto nascosto nell’inconscio collettivo, protetto dal cinismo, la disillusione, l’edonismo disperato della postmodernità. Non poteva che tornare in un film del genere, storto, sbagliato, sproporzionato. Uno di quei grandi film che sono pura teoria, ma anche stupore interiore, per lo più incomprensibili allo spettatore (anche critico) di oggi, assuefatto all’aridità del “lavoro ben fatto”, la “bella immagine”, la “trama efficace”. Probabilmente avrà un destino simile ad A.I., altro film smisurato e incompreso.

Prendete e guardatelo tutti, con beata ingenuità e saggia consapevolezza.

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