C’è stato un tempo in cui tutto era pieno di dei. «Chi è che non capisce il tuono, il fuoco, il sorriso di un bambino, un buon raccolto? Chi non capisce il dolore, o il sangue, o la morte?». Atena risponde così a Ulisse, che fatica a comprendere il piano divino, che accusa gli dei di nascondersi. C’è stato un tempo in cui bastava avere occhi (e cuore) per vedere. Bastava sapere (ricordarsi, richiamare al cuore) che un dio si può nascondere anche nel più miserabile dei mendicanti.
Da qui la “legge di Zeus”, che impone l’ospitalità e il rispetto reciproco. «Tratta gli altri come vorresti essere trattato». Lo straniero va accolto, nutrito, lavato. Un dovere sacro, un patto eterno sancito da uno scambio di doni simbolici. Ma cosa può fare la legge (e gli dei) di fronte all’avidità dell’uomo, all’arroganza, alla prepotenza, alla bestialità dei suoi desideri più oscuri e osceni?

Non ha nulla di numinoso, il realismo cupo con cui Christopher Nolan racconta l’Odissea. Non è una questione di apparizioni ultraterrene, di sovrumana meraviglia, di trascendenza (e men che meno di stile trascendente). Il suo gigantismo, in realtà, viene quasi compresso nei modi e le atmosfere di un kammerspiel introspettivo, a tratti perfino rarefatto, che fatica a contenere l’enormità del ciclope, l’irrappresentabilità delle Sirene, la spettacolarità di battaglie che sono per lo più carneficine.
È come se il film di Nolan si ponesse sul confine che separa due mondi, due modi di guardare la realtà, due modalità della coscienza. È come se fosse tutto nella testa di Ulisse, nella sua memoria claudicante, recalcitrante, che rifiuta di ritrovare l’orrore nella gloria, che in realtà non vuole tornare a Itaca, che non si sente pronto a tollerare la responsabilità di ciò che ha fatto, sfidando gli dei.
Quel tempo lontano, nel corso dei secoli, è diventato canto. Noi lo conosciamo così, come fosse poesia, arte, letteratura, mitologia. Ma al cinema, oggi, lo vediamo nella sua cruda (crudele) realtà, con la puzza di piscio ed escrementi dentro il cavallo di Troia, l’oscurità spaventosa nella grotta di Polifemo, la furia devastante degli elementi che si abbatte sugli uomini di Ulisse, la magia carnale, raccapricciante, di una Circe folle e sapiente (che sembra pazza proprio perché sa).
Troia brucia, ed è inevitabile per noi, oggi, avere il cuore lacerato, mentre ascoltiamo le urla delle vittime innocenti, e veniamo travolti dal rumore assordante della devastazione, che raramente è stata così potente e angosciante nella storia recente del cinema. A quante cose ci fanno pensare quelle fiamme e quelle urla?

I classici hanno la capacità di essere eterni, di parlare ad ogni nuovo presente, in modo uguale ma sempre diverso. E Nolan lo sa benissimo, tanto che costruisce il suo film come un crescendo che alla fine esplode, divampa e travolge tutto, a partire dalle nostre paturnie filologiche, le nostre attese infantili (e/o professorali), noi che vorremmo tanto ritrovare quel canto amato, riviverlo, come fossimo a una fiera, un luna park, un festival della letteratura.
Così come Oppenheimer non era un film su Oppenheimer – ma sulla “bomba”, sulla nostra capacità di autodistruggerci, sulla responsabilità inedita che comporta vivere in un mondo fondato sull’indeterminazione – allo stesso modo l’Odissea non è una mera rappresentazione dell’Odissea. Non sfuggirà a nessuno la continuità sonora, oltre che ideale, tra questi due film. Il suono angosciante, in crescendo, dei piedi che battono, delle urla di gioia per la bomba esplosa, mista alle grida di dolore, prosegue qui nei colpi che dettano il ritmo del canto “glorioso”, fino al battito infernale che accompagna l’ingloriosa distruzione di Troia.

L’uomo dal multiforme ingegno, che arriva da un tempo mitico ed eroico, è già un uomo moderno, con le sue contraddizioni e la sua coscienza dilaniata, capace di sfuggire a giganti e semidei, deciso a sconfiggere fato e profezie, pieno di contraddizioni, assetato di una giustizia tutta terrena, pratica, ragionevole, ma anche attratto dall’ignoto.
Nolan, che ama usare il tempo per ristrutturare il nostro sguardo, per non farci adagiare alla superficie del racconto, torna e ritorna sugli stessi temi visivi e narrativi, ricantandoli e riguardandoli da una nuova prospettiva. Si ritorna all’inizio, ogni volta, provando a capire il cosa e il come di quel cominciamento. Un balbettio metafisico. Un imbarazzo morale, esistenziale. Il canto non riesce a dispiegarsi, e si attorciglia su sé stesso.
Non c’è altro modo per fare pace con la nostra memoria (collettiva), per trovare uno sguardo diverso, per provare a inseguire il sole che sfugge. Per riscoprire che è tutto pieno di dei, senza trasformarli in tiranni lunatici, in dogmatici principi astratti, a cui può aggrapparsi il potente di turno per imporre la sua violenza (im)morale.
Si va ben oltre il movimento dall’alto verso il basso, il campo lunghissimo della visione divina, che dà un ordine al caos e vede gli esseri umani come formiche che si agitano in modo insensato. Si sta in balìa degli elementi, si sta stretti dentro uno spazio senza dimensioni, senza dignità (un dono divino trasformato in trappola assassina), si corre a perdifiato per scappare, una, due, tre volte… Si ricorda – si riporta alla mente-cuore – ciò che si voleva dimenticare, che in astratto sembrerebbe solo un fatto eroico, un gesto epico, un’epopea in rima. D’altra parte, come dice il mendicante-Ulisse, «la vista più chiara è quella dal basso».
Odissea è un horror, un fantasy, un film d’armi e d’avventure, un melodramma, ma non sembra mai un film di genere. Non è nemmeno cinema che si accontenta di essere tale, una pura celebrazione dello stupore tecnico/spettacolare. La sua meraviglia ci ricorda che tutto è ancora pieno di dei, ma in un senso esclusivamente interiore.
«Chi è che non capisce il tuono, il fuoco, il dolore?». Chi non capisce (e non piange) la commovente attesa di un cane devoto, e il gesto che gli dà pace? Chi non soffre per le promesse non mantenute? Chi non conosce la forza devastante del desiderio, rivelata dalle Sirene (come un prurito che è così piacevole grattare da farti male)?
Se ha un difetto, questo straordinario film, è solo quello di non riuscire a farci indossare quel “nuovo sguardo”, a farci intuire la pienezza di una coscienza che vorrebbe riconciliarsi con la bellezza del mondo, nonostante tutto. La fine di un’epoca, e l’inizio di un’altra, è una cosa più detta che mostrata. Ma è anche giusto così, dentro un’opera che racconta il passaggio dal canto, la visione, la scrittura della storia/mito, al mondo della responsabilità umana, della razionalità tormentata, della realtà trasformata in concetto, più o meno utile, efficace, morale.
Il sacro sta nel coraggio di rinunciare alla lotta, al controllo, e abbandonarsi alla vita, come fa Ulisse, che accetta la punizione di Poseidone, sapendo che Zeus è con lui. Lui che aveva sfidato gli dei (come il Prometeo Oppenheimer), per provare a salvare i suoi uomini. «Un atto di fede». Consegnarsi alla tempesta, per tornare a casa, ristabilire la legge e ripartire verso un nuovo orizzonte, una nuova civiltà.

Cinema che ha il respiro del grande cinema. Una nuova forma di classicismo, che ama esplorare i limiti di quel linguaggio (vedi Inception e Interstellar), che aspira alla purezza della forma ideale (vedi Dunkirk), che conosce il potere del simbolo – il cavallo sommerso nella sabbia, il dono che ribalta la legge di Zeus, innalzato, imbizzarrito, tragicamente abbattuto, ma rimasto in piedi come un monito.
Alla fine, come sempre, si tratta di avere occhi nuovi per tornare a vedere ogni cosa come fosse la prima volta. Anche l’Odissea. Anche un sole al tramonto, che sta per inabissarsi, che ci chiama irresistibilmente e ci spinge a salire sulla nave più veloce che abbiamo. Prima che tutto bruci.



Bellissima recensione di un film estremamente complesso dalle mille sfaccettature. Mi piace il richiamo a Oppenheimer. Non l’ho ancora visto e vorrei vederlo in IMAX se ci riesco.
Grazie Letizia! Quando hai visto il film, facci sapere cosa ne pensi.