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Sonia Bergamasco

L’attrice? Un “corpo per tutti”, effimero, politico, spregiudicato. Un mistero fragile. Che ti insegna a stare nell’attimo, totalmente.

Intervista a Sonia Bergamasco

«Il grande specchio appoggiato alla parete dietro la porta della camera dei grandi. Passi di danza – le scarpette rosa – fronteggio un corpo piccolo inguainato di nero. Lo sguardo nello sguardo e il tempo fra le nuvole, calcolo distanze tra vertebre e fantasmi. Strade, tombe, stelle, cattedrali – parole bellissime e l’inferno può aspettare».

Comincia in poesia, Un corpo per tutti di Sonia Bergamasco. Con il ricordo di quel grande specchio, incorniciato dal legno scuro, che stava nella camera da letto dei suoi genitori. «Quando ero bambina passavo molto tempo da sola davanti a uno specchio. Mi cercavo, occhi negli occhi di quel piccolo corpo sconosciuto e familiare (…) Una specie di ipnosi. Era comunque un’altra, quella lí: sconosciuta. Dovevo ammaestrarla. Quella pratica dello sguardo è proseguita negli anni, con una determinazione sempre più affilata. Da una parte c’era lei, quella creatura bionda che comincia vo a conoscere, e dall’altra c’era il desiderio di scolpire, di sfidare l’immagine per avvicinarla a quella del mio desiderio. Quella “riflessione” era una lotta, una sfida».

Se Il quaderno (pubblicato nel 2022 per La Nave di Teseo) era un diario in poesia, Un corpo per tutti (pubblicato quest’anno per Einaudi) è una sorta di parafrasi, un diario in prosa, pieno di ricordi e riflessioni. Una “biografia del mestiere di attrice” in cui in realtà si può ritrovare chiunque abbia una vocazione creativa, un consapevole bisogno di esprimersi e conoscersi attraverso il gesto, il suono, la parola, dentro la carne e le sue emozioni, l’anima e le viscere.

Scriveva, in poesia: «Il corpo effimero, il fiore. Bellezza che spunta da un altrove, cresce e si prepara a godere del sole. / Corpo che cerca, corpo malato. Ferito, pervertito, desiderante. / Per l’effimero di un fiore una foresta di segni, di sguardi, di torti di sogni e premure. Per un fio re che muore e che sa di morire tutta questa cerimonia. Perché? / (un fiore che per giunta, scopriamo, non è il solo ma rosa fra le rose di un immenso giardino)».

Sonia Bergamasco in "La meglio gioventù"
Sonia Bergamasco in “La meglio gioventù” (foto Angelo Turetta)

Sonia Bergamasco è la Fatina in maschera, in forma di bambola meccanica, scelta da Carmelo Bene per il suo Pinocchio, sottoposta alla “tortura” di parole e gesti millimetrici ripetuti, per trasformarsi in Volpe, Gatto, Mangiafuoco, in dialogo col burattino incatenato, dando forma a uno spettacolo inquietante, poetico, irriverente, che lei contribuì a rendere indimenticabile. Ma è anche la dottoressa Sironi, spietata dirigente statale, messa a dura prova da Checco Zalone, ossessionato dal posto fisso, in un inedito tandem comico, che ci ha regalato alcuni dei dialoghi più spassosi della commedia popolare recente (Quo vado). È Sofia, l’attrice raccontata da Giuseppe Bertolucci, prigioniera della sua arte, il talento nel recitare la vita, l’attitudine alla menzogna (L’amore probabilmente). Ed è Giulia Monfalco, che abbandona la musica e la famiglia per dedicarsi alla lotta armata, personaggio duro, durissimo, emblema di una passione ideale che si trasforma in ossessione e autodistruzione (La meglio gioventù).

Sonia Bergamasco passa con disinvoltura dal teatro di ricerca alla tv. Ha recitato per Giorgio Strehler, Glauco Mauri e Massimo Castri, per Jan Fabre e Antonio Latella, ma è stata anche l’antipatica (e buffa) Lea De Angelis in Tutti pazzi per amore – Riccardo Milani fu il primo a vedere il suo lato comico, lei fece resistenza ma capitolò di fronte a un cabaret di pasticcini – per poi diventate Livia nel Commissario Montalbano.

L’abbiamo vista al cinema diretta da Marco Tullio Giordana e Bernardo Bertolucci, da Battiato, Piccioni e Roberta Torre, ma si è anche cimentata nella scrittura e nella regia, attrice-autrice sempre intelligente e intrigante, in solitaria o in coppia col marito Fabrizio Gifuni: le “prove aperte di infelicità” nel nome di Anna Karénina e Il Piccolo Principe in concerto, Dante (Le sante corde dei canti) e i Mémoires di Balzac, Il ballo di Némirovsky e l’amicizia in versi tra Bertolucci e Pasolini.

Sul set di “L’amore probabilmente” (foto Angelo Turetta)

Tutto è cominciato dalla musica e dallo studio del pianoforte in Conservatorio. O meglio, dalla scelta di fare altro nella vita. Quasi ci sembra di vederla (e di ascoltarla), davanti a Giorgio Strehler, nel suo provino al Piccolo Teatro (una svolta improvvisa, «un giro su se stessa»), mentre canta letteralmente Guido Cavalcanti, Christa Wolf e Samuel Beckett, come se i loro testi fossero partiture vocali (non è difficile immaginare cosa vide Strehler in quella giovane donna, la sua personalità, la presenza scenica).

C’è pure questo, nel suo libro, insieme a tanto altro. Anche cose molto personali. Tipo il pensiero che ogni scena potrebbe essere l’ultima, e allora bisogna metterci l’anima, perché «la storia che racconto, la donna, la creatura che incarno hanno diritto di vita, in assoluto; vivono in un tempo ir ripetibile, respirano con me, nell’istante. E devo rendere loro ragione e respiro, glielo devo – lo devo a me stessa, e a chi mi vedrà: è un gioco vitale».

Un diario-racconto pieno di cose e di idee, in cui in contriamo Carmelo Bene, Peter Brook e il ricordo di un’estate sui trampoli, per le strade della Spagna, vestita come una «gallinella con fiocco rosso e campanellino, agganciati al fondoschiena». In cui si parla di Narciso e del Simposio di Platone, di Eros e del desiderio universale di essere riconosciuti e apprezzati, che in questo presente digitale diventa una «foresta di segni» dentro cui ognuno si crea una propria immagine, un’identità. In cui troviamo Montaigne e Molière (balbuziente), riflessioni estetiche e politiche, la ricerca della propria voce e il brivido del “vuoto di memoria”, la distinzione tra attori immersivi e assertivi («Meryl Streep e Valeria Bruni Tedeschi; Daniel Day-Lewis e Roberto Benigni»), l’ironia sul rigido assurdo galateo richiesto al pubblico teatrale (abbasso il “silenzio religioso” dei nostri tempi borghesi, viva il vibrante teatro elisabettiano).

C’è anche il ricordo di una sua invenzione, ai tempi in cui studiava con Marise Flach, una performance in forma di marionetta abbandonata in cui inciampa un uomo, «che in una notte di solitudine alcolica la solleva, la abbraccia e la conduce sulle note di un tango sempre più sfrenato». Un corpo a disposizione, appunto. Del pubblico e dei personaggi che prendono vita sul palco e sullo schermo. Inseguendo, perché no, la «presenza emotivamente con turbante» dell’amata Eleonora Duse, «capace di trasmettere un’energia indescrivibile». Un corpo attraverso cui riconoscersi in qualche modo, la “trama” di una vita, con le sue metamorfosi e i suoi tanti significati possibili.

Intervista a Sonia Bergamasco
(foto Jacopo Brogioni)

Partiamo dalla bambina, “silenziosa e introversa”, che passava tanto tempo davanti allo specchio. Ce la racconti un po’? La tua famiglia, il luogo in cui vivevi, i sogni che facevi.

Diciamo che passavo un po’ di tempo davanti allo specchio. Il resto (del tempo) era, nei miei ricordi, di puro gioco, di corse per il quartiere (vivevamo alla periferia ovest di Milano), di ginocchia sbucciate e di emozioni accese dalle fantasie dell’età. Un’infanzia giocata per strada, insomma. Mescolata agli altri. E però anche caratterizzata da una tendenza a filtrare le esperienze e le emozioni in una zona segreta, non accessibile agli altri. Ero fra quei bambini che da soli inventano storie, si intrattengono e proiettano immagini a proprio uso e consumo. Sono nata a Milano, dove ho vissuto a lungo. Mio padre è morto a 48 anni. Mia madre era ancora giovane, e si è trovata da sola con tre figli. Una situazione faticosa, non facile.

C’è qualcosa di quell’infanzia che è rimasta impressa in te per sempre? Una persona, un senti mento, un’intuizione che ti ha fatto prendere co scienza di essere viva, con uno scopo da trovare in qualche modo?

Da bambina ero troppo occupata a vivere, a stare nelle cose. Quando ho cominciato a studiare musica in Conservatorio – molto presto, a 10 anni – ho cominciata invece ad avvertire una fatica, una tensione contrastante. Il peso delle cose, degli studi e dei doveri, a cui mi sono in qualche modo sottomessa, l’ho vissuto sempre come un problema. Quirino Principe, mio professore al Liceo artistico musicale del Conservatorio Giuseppe Verdi, è stato il primo incontro con qualcuno che mi ha dato fiducia, che mi ha indicato una strada diversa, una via di fuga nella creatività e nella libertà espressiva legata all’arte e alla scrittura.

Nel libro parli del mestiere dell’attrice come qualcosa che “è successo”, che ti è capitato. Quin di non una vocazione irrinunciabile e neppure un’ossessione. In un certo senso, è una cosa che si vede (o meglio che non si vede) nel tuo modo di recitare: non c’è sforzo, artificio, i tuoi personaggi sembrano persone capitate in quella storia, sul palco, sullo schermo, e vivono davanti a noi. Non c’è la “performance d’attrice”, ma il frutto quasi spontaneo di un meticoloso lavoro di preparazione (quello forse sì a volte ossessivo).

Sì, il mestiere dell’attrice non era nei miei piani di bambina, non ci avevo mai pensato. Quando poi ho cominciato, è partita da subito una lotta con me stessa per ritrovare quell’energia spregiudicata e libera dell’infanzia, che era già dentro di me (è in tutto noi, se non ci hanno fatto troppo del male). Ma il mio percorso non l’ho mai sentito “facile”. Ho lavorato tanto su di me, ho anche sbagliato tanto, ma ho cercato in tutti i modi di avvicinarmi a quell’immagine dello specchio che da bambina mi interrogava. Tutto questo, inizialmente, non come un progetto consapevole, ma come una necessità, un processo, uno svelamento. Credo di aver avuto sempre un carattere tenace, ma carico di contrasti e di fragilità. Da una parte un grande orgoglio (qualcosa che ha a che vedere con la dignità della persona) e dall’altro il desiderio di essere riconosciuti e amati. Per raggiungere quella “facilità” di cui parli, c’è voluto tanto lavoro. Ma era quello che desideravo raggiungere, era il luogo dove volevo ritornare. Quel luogo radioso e insieme spaventoso che conosce il bambino.

Riguardo al Conservatorio, parli di anni difficili ma fondamentali. La tecnica, la ricerca della perfezione, possono irrigidire definitivamente chi ha già quella disposizione d’animo. E però la musica, la musicalità, il ritmo, l’intonazione emotiva, ti hanno rivelato una possibilità espressiva, anche un modo di porgere la parola, grazie al quale hai trovato la tua strada.

È stata mia madre, Francesca, a volere che tutti noi figli suonassimo uno strumento. I miei fratelli, negli anni, hanno poi abbandonato gli studi musicali, mentre io (pur con fatica) sono andata avanti. E dopo il diploma di pianoforte, quando mi ero detta che con la musica avevo chiuso, è cominciata una storia diversa.

Attraverso il mestiere d’attrice mi sono riavvicinata da subito alla mia lingua “madre”, perché sentivo che non potevo farne a meno, che il mio corpo d’attrice era immerso in quell’elemento, che la musica, semplicemente, faceva parte di me. Oggi posso dire, con sicurezza, che la musica è il mio filo rosso. È inscritta nel mio patrimonio biologico. In realtà non l’ho mai abbandonata, anzi, lei non mi ha mai abbandonato.

intervista a Sonia Bergamasco
(foto Alberto Terrile)

Nel tuo racconto troviamo Artaud e Céline, Ovidio e Agostino, Montaigne, Beckett, Viktor Šklovskij… Sei sempre stata una lettrice vorace, fin da ragazza. C’è un libro in particolare che porti nel cuore da sempre e che torni a rileggere ogni tanto? Una specie di stella polare che ti aiuta a mantenere la rotta?

In Un corpo per tutti parlo molto del Funambolo di Jean Genet. È quello un libro del cuore. Mi ha fatto “vedere” quello che stavo cercando, quello che cercavo di fare. Me lo ha saputo dire. Ma sono tanti i libri che compongono la mia biblioteca del cuore e, come dice Montaigne, tutto viene dimenticato per essere poi assorbito ed entrare a far parte del tuo mondo. Le tante letture non mi servono per offrire citazioni brillanti o per stupire gli altri. Sono un nutrimento invisibile. Non potrei immaginare una vita senza libri.

E i film che ti hanno iniziata al piacere del cinema?

Tarkovskij, sicuramente. Il suo Andrej Rublëv. A Milano seguivo le retrospettive dedicate a Tarkovskij, rivedendo i suoi film per giorni e giorni. E, in ordine sparso, Cassavetes, Wilder, Mankiewicz (Eva contro Eva), Hitchcock, Lubitsch (To be or not to be), Renoir (La regola del gioco), Truffaut, Olmi, Bellocchio, Scorsese, Jane Campion… Ma ho appena visto As bestas, di Rodrigo Sorogoyen: la potenza espressiva di quel film mi brilla ancora negli occhi. Amo lo sguardo di Valeria Bruni Tedeschi, anche quello di Alice Rohrwacher. E ho amato appassionatamente Piccolo corpo di Laura Samani.

Parlaci invece del ruolo che ha la scrittura nella tua vita. C’è chi scrive per chiarire idee e senti menti, a cui non riesce a dare una forma, chi cerca una valvola di sfogo, quasi una terapia, chi è mosso semplicemente dall’urgenza di farlo… Qual è la tua motivazione?

La scrittura è venuta presto, come per tanti, in forma di poesia. Imitazione di poeti che mi impressionavano, che pensavo di amare, o amavo sinceramente. Avevo circa quindici anni. Negli anni, poi, la scrittura è riaffiorata con insistenza, e con maggiore consapevolezza. Posso dire che quando scrivo, se scrivo qualcosa di compiuto e di efficace, il cuore batte più forte, con un ritmo diverso, che mi sospende in uno stato di spaventosa felicità.

Come conciliare il “devi riuscire a essere insostituibile”, suggerito da Carmelo Bene (quindi la personalità), con la “pluralità di voci” a cui ti ha avviato Gabriella Bartolomei? Essere l’attrice giusta per quel ruolo, per quella certa cosa che si adatta al tuo stile e al tuo carattere, ma riuscire anche a prestate il proprio corpo a qualsiasi personaggio?

Scelgo la strada della polifonia. Scelgo di immergermi nella differenza. Portiamo già sempre noi stessi in dote, in ogni nostro gesto, in ogni nostro atto. Cercare di sparire è un’opportunità prelibata, un privilegio concesso a pochi. Dobbiamo approfittarne!

A proposito di Carmelo Bene, oggi è ridotto a una specie di santino, mitizzato e forse anche banalizzato. Tu che l’hai conosciuto molto bene e hai lavorato tanto con lui, come lo ricordi? Cosa amavi e cosa non sopportavi in lui? Dovendo raccontarlo a un giovane che lo conosce appena: perché è stato così importante?

Carmelo Bene è stato per me un incontro della vita. Un incontro con l’arte che si fa. Con un artista artigiano. Lo temevo, ma non volevo farglielo capire. Reggevo lo sguardo e le provocazioni, era il mio modo di accettare la sfida. Carmelo era feroce e delicatissimo insieme. Credo di aver intravisto qualcosa di lui, nel periodo in cui ho lavorato insieme. Ne conservo un ricordo luminoso. No, non un ricordo, un sentimento.

Sonia Bergamasco in "Esse di Salomé"
“Esse di Salomè” (foto E. Macumelli)

Tu sei partita da una ricerca (soprattutto teatrale) profonda, originale, anche avanguardista, hai lavorato con Strehler e con Castri, ma in tanti ti conoscono per Tutti pazzi per amore, Il commissario Montalbano o il film con Checco Zalone. Come hai vissuto il passaggio verso questo mondo, il prodotto per il “grande pubblico” televisivo e cinematografico? Come convive con quell’altro? In un certo senso, forse, ti ha fatto scoprire il tuo talento comico (che c’è e si vede).

C’è qualcosa di buffo in questo mio approdo “nazional popolare” raggiunto per caso: come l’incontro di un marziano con un tifoso del Manchester United. Divertente! Io che sono partita per la mia avventura di attrice musicale interpretando, nel tempo “libero”, e per passione, il Pierrot lunaire di Schoenberg (niente di orecchiabile), sono oggi riconosciuta per strada come dottoressa Sironi o Luce del Gatto in Tangenziale, o Livia di Montalbano. A equilibrare le cose, tra concerti e teatro d’autore c’è poi il cinema di Giuseppe Bertolucci – l’ adorato, il grande Giuseppe – con il quale ho avuto la gioia di cominciare, e Marco Tullio Giordana, che con la sua Meglio gioventù ha impresso un segno duraturo nella narrazione italiana contemporanea.

Cosa fai appena prima di andare in scena a teatro? Hai un tuo rito, una routine? Cosa cambia, invece, quando devi girare una scena cinematografica?

Mi faccio il segno della croce (non ridere!). La cosa è nata così: anni fa ho interpretato Karénina, in uno spettacolo con la regia di Giuseppe Bertolucci di cui avevo curato anche la drammaturgia insieme a uno scrittore. Il segno della croce ortodosso era un gesto che ricorreva, nell’ultima parte dello spettacolo, e quindi è diventato in breve, per me, un gesto rituale prima di entrare in scena. Me lo sono portato in dote da allora come un talismano. Sul set, niente segno della croce. Lì ci sono modi diversi, equilibri diversi.

C’è un linguaggio espressivo a cui ti senti più legata?

Tra cinema e teatro non voglio scegliere, li amo entrambi, ma so che del teatro ho un bisogno fisico.

Come vivi la crisi di questi anni? Da una parte il mondo del cinema che si sente sotto attacco, per lo strapotere delle piattaforme e l’attitudine allo streaming, la visione privata. Dall’altra il teatro che ha vissuto la crisi dell’emergenza sanitaria, alle prese con il cambiamento generazionale del pubblico, ma anche di chi lo fa. Ci sono gli apocalittici, legati alla tradizione, spaventati dai cambiamenti in atto, e quelli convinti che al di là delle modalità di fruizione, degli strumenti di diffusione, la sostanza non cambia e non cambierà.

Il 25 e 26 agosto sarò al teatro antico di Segesta per lo spettacolo Resurrexit Cassandra. Sono sola in scena, in compagnia di una ventina di serpenti di legno (!). La regia è dell’artista Jan Fabre. Con questo spettacolo abbiamo debuttato al Teatro antico di Pompei due anni fa. Il teatro è frequentato da parecchio tempo, ne abbiamo le prove. Non c’è guerra che tenga, non c’è crisi che tenga. Certo, c’è sempre la possibilità che tutto finisca, che il disastro diventi irreversibile. L’arte, quando è vera arte, possiede gli anticorpi per resistere, per non farci naufragare. In questo presente tragico che stiamo vivendo è necessario dare agli artisti più spazio e più responsabilità.

Sonia Bergamasco in "Chi ha paura di Virginia Woolf?"
“Chi ha paura di Virginia Woolf?” (foto Brunella Giolivo)

Nel libro parli della “concentrazione aperta”, che suona quasi come un ossimoro. È qualcosa che funziona anche nella vita, oltre che in scena? Ricorda quel “rilassamento cosciente” che si cerca, ad esempio, nello yoga, disciplina che tu pratichi. Oggi si parla molto dell’importanza della consapevolezza, la spiritualità dell’essere presenti nel qui e ora.

Per molti anni, da quando ero bambina, ho vissuto il tempo come qualcosa da rincorrere. Volevo diventare grande al più presto, faticavo a stare nelle cose. Chiamiamola ansia. Attraverso il mestiere di attrice, ho percepito la necessità assoluta di stare nell’attimo con tutta me stessa, senza sfuggire. Di dare fiducia all’istante. Anche lo yoga mi ha aiutato, e continua ad aiutarmi.

Il corpo è al centro del tuo libro. La sua forza erotica. A questo proposito, viviamo in tempi contraddittori, che da una parte esaltano l’apparire, l’esposizione dei corpi, la libertà sessuale (a parole), ma dall’altra rimangono ancorati a tabù e pregiudizi, a un moralismo che sembra figlio della paura, paura della forza dirompente dell’eros. An che questa è stata una scoperta lungo il cammino? A proposito: molto bella la tua Salomè in guêpière e tacco dodici, per l’Erodiade di Mallarmé.

Il corpo è il mistero e lo strumento vitale. Per l’attore e per ognuno di noi. Tentare di conoscerlo, di addestrarlo e mettersi in ascolto dei suoi bisogni e dei suoi impulsi è una pratica lunga una vita. Una pratica che mi affascina, mi sorprende e guida la mia ricerca quotidiana. Sono una persona mediamente riservata, poco incline all’apparire. La nudità esteriore è più facilmente prati cabile di quella dei sentimenti e delle angosce. È quell’esplorazione invisibile che mi attira e determina il mio modo di essere. E credo di aver scelto il mestiere giusto per fare questo viaggio.

Parliamo anche di “impegno”. Che detto così, sembra quasi una tassa che devi pagare per sentir ti utile al mondo, inscenando certi testi, firmando manifesti, facendo dichiarazioni pubbliche politi che. Ma che forse è legato soprattutto al modo in cui lavori, al rapporto che stabilisci col pubblico e anche con i colleghi, ai messaggi che lanci in scena senza neanche il bisogno di esplicitarli troppo (altrimenti diventano comizi).

Viviamo in tempi particolarmente difficili, e credo che oggi l’impegno sia più che mai necessario dentro e fuori dalla scena. E se la politica non dà risposte all’altezza dobbiamo cercare la strada, la rete, per poter far valere le giuste ragioni, per poter alzare la voce e farsi sentire. L’associazione UNITA nasce nel 2020 per dare voce e corpo alla nostra categoria, indipendente dalla politica e dai sindacati, ma in dialogo con tutti per offrire risposte alle tante questioni aperte e irrisolte o mai affrontate, e per poter stimolare con le armi della creatività uno sviluppo più umano della nostra società, a partire dal sistema scolastico.

Personaggi a cui sei particolarmente legata, tra quelli che hai interpretato a teatro, al cinema, in tv? Per chi, come te, si sforza di immergersi nel personaggio – con tutte le responsabilità che ciò comporta – immagino sia più affascinante dare vita a caratteri o storie lontane dalla tua.

Giulia della Meglio gioventù è una donna che porto dentro, con le sue profonde contraddizioni. E poi Sofia di L’Amore probabilmente di Giuseppe Bertolucci, ma anche la Martha di Chi ha paura di Virginia Woolf?, che ho portato a teatro fino a qualche mese fa. Una donna indimenticabile, sfrenata, disastrata e struggente. E poi, sicuramente, Luce, la svampita di Come un gatto in tangenziale. Sì, mi piace cambiare.

Provi ancora la sensazione di camminare sul filo, come il funambolo di Genet? Quel senso di peri colo e di gioco un po’ folle, che suscita stupore? O è qualcosa che con gli anni rischia di essere soffocato dalla routine, dal mestiere?

Se non provassi ancora quella sensazione, quel brivido, non potrei più lavorare. La parola routine è inconciliabile con il nostro mestiere. Lo uccide. Certamente le esperienze, gli anni di lavoro, gli incontri, mi consentono di farmi largo con una carica diversa nell’affrontare le cose nuove, e anche con qualche anticorpo in più per non venire inutilmente feriti. Ma resta l’emozione di scoprire ogni volta che il corpo si dispone alla prova con paura, con fragilità e con entusiasmo. Non voglio rinunciare a questi ingredienti del cuore.

Cosa ti attrae di Eleonora Duse, di cui parli come un punto di riferimento che ti accompagna da sempre? In che cosa vorresti assomigliarle? Altre interpreti a cui ti senti legata in qualche modo? (Chi ti guarda pensa facilmente al modello offerto dalla grande Monica Vitti, che citi nel libro)

Eleonora Duse è uno spirito guida. Non l’ho mai vista, ma la posso immaginare. L’energia che la sua testimonianza d’artista ci ha lasciato (attraverso foto, lettere, lo sguardo e l’emozione di chi l’ha vista e ne ha scritto o ne ha parlato) è così potente da trascinare al presente genera zioni di attrici e di artisti che credono in quello che fanno. Monica Vitti è un’artista che è riuscita a muoversi con una leggerezza radiosa tra cinema e teatro. Ma anche Franca Valeri, la milanese, la grande. Devo dire che i modelli, del passato, i grandi amori (che ci sono, che vivo e che mi danno forza per continuare il lavoro), sono un dato di realtà. Al presente, Viola Davis è l’attrice che più mi sorprende e mi seduce. Ma è il lavoro di tante interpreti, giovani e non, che mi ispira e mi fa amare il mestiere con prepotenza. Pochi giorni fa, quando ho visto il film As bestas, sono rimasta colpita dalla adesione emotiva assoluta di Marina Foïs. Una luce.

intervista a Sonia Bergamasco
(foto Gianmarco Chieregato)

Quali sono i tuoi progetti nel prossimo futuro? Film o serie tv in cui ti vedremo? Anche cose ma gari più piccole o particolari, a cui tieni in modo speciale, a cui stai lavorando. E il sogno più grande, invece? Il tuo orizzonte sarà sempre più quello dell’autrice-attrice?

In questi giorni sono sul set del nuovo film di Marco Tullio Giordana, La vita accanto. Dopo vent’anni, ritrovo il regista che mi ha chiesto di suonare il pianoforte in scena, nella Meglio gioventù. E anche oggi mi chiede di farlo, nel ruolo di una concertista. Il film è prodotto dalla Kavak e la sceneggiatura è firmata anche da Marco Bellocchio e Gloria Malatesta.

Dall’autunno poi sarò in scena a teatro nella Locandiera di Goldoni, con la regia di Antonio Latella. Contemporaneamente, sono partite le prime riprese del film documentario intitolato The greatest, che attraverso la figura di Eleonora Duse esplora lo spazio creativo del mestiere d’attrice al presente. Questo è il mio progetto del cuore. Il trattamento di questo film, scritto con Maria Paola Pierini, è prodotto da Marina Marzotto (Propaganda Italia) e Quoiat film. Il progetto è appena stato premiato al Biografilm Festival di Bologna: un riconoscimento prezioso per un lavoro che sta nascendo!

La sfida allo specchio è finita? Quando ti guardi, oggi, cosa vedi? Ti riconosci?

Vedo una donna che sta invecchiando. Ne sono orgogliosa, anche se questo movimento sottile e inarrestabile preme, con dolcezza. Quella bambina che ora è una donna che si guarda ancora parecchio allo specchio (è necessario, è una faccenda che riguarda il lavoro) continua a interrogar mi. Sicuramente non sono stata capace di darmi tutte le risposte, non ci riuscirò, ma so che mi sto ponendo le do mande giuste e che lo sguardo è meno appannato. E c’è sicuramente una maggiore leggerezza di tocco.

Ecco, la leggerezza è la mia conquista di oggi. In un mondo sfinito, finito, in guerra con se stesso, un mondo demenziale e feroce, la leggerezza è un’arma politica. E non è distacco o menefreghismo, anzi. Accende un sentimento di empatia e di compassione. È la consapevolezza della nostra fragilità, del nostro essere qui per un attimo per poi volare via.

Nell’Amleto c’è un passo famoso che ogni volta mi tocca: c’è una speciale provvidenza anche nella caduta di un passero. Se è ora, non sarà dopo; se non sarà dopo, deve succedere ora; e se non è ora, prima o poi succederà. Essere pronti è tutto. Se non sappiamo niente di ciò che potremmo rimpiangere, che importanza ha lasciarlo prima o dopo? The readiness is all.

Qual è la tua redness, l’idea o il sentimento che ti motiva, ciò che ti dà la forza di alzarti la mattina e che ti spinge a fare, andare, provare?

L’amore per la vita, malgrado tutto. Sono una di quelle che si alza la mattina (generalmente presto) con il desiderio di fare, di vivere, di misurarmi con le cose. E la consapevolezza di avere accanto a me persone che amo mi sostiene anche nei momenti difficili. Le amicizie vere, le persone che amo sono il mio nutrimento essenziale.

intervista a Sonia Bergamasco
(foto Daniela Zedda)

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