Gli occhi sono sempre gli stessi, grandi, azzurri, pieni di mare e di cielo. Ma un tempo quello sguardo era smanioso, selvaggio, impaziente. Lo vedi nelle foto d’archivio, uno sguardo inquieto incastonato su un viso da diva del cinema muto, con i capelli lunghi e ricci, una folta criniera che circonda il corpo sinuoso, sempre in movimento. Un leone in gabbia. Oggi invece è uno sguardo sereno, penetrante, gli occhi sorridenti di una bambina curiosa che pratica la meraviglia, aperti a ogni possibilità. I capelli non ci sono più, la danzatrice ha lasciato il posto alla monaca, per questo l’azzurro sembra ancora più grande. Il corpo ora è allenato a stare seduto, immobile, su un cuscino, ma non ha mai perso il gusto del movimento misurato, consapevole, del gesto libero, liberatorio.
È così che appare Annamaria Gyoetsu Epifanìa, guardandola da fuori. Poi c’è il suo mondo interiore, vastissimo, che possiamo solo intuire, o provare a leggere nei libri che scrive. «Braccia al cielo. Noi il cielo. Braccia al vento. Noi il vento. Tuffàti nella realtà, ogni parola è superflua. Tuffàti nella realtà, il nostro vero cuore batte. Mi inchino al dolore. Mi inchino alla grazia. La nostra vita non siamo noi. Non sappiamo niente, non siamo niente, possiamo amare tutto. A mani giunte, porgiamo la nuca alla terra. Il cielo piove sul viso, ci lasciamo innaffiare. Non sappiamo niente, non siamo niente, possiamo amare tutto. La terra ci respira».
Comincia in poesia La Via degli Occhi Limpidi, pubblicato da Lindau. E in un certo senso potremmo anche fermarci qui. Dietro certe intuizioni c’è qualcosa che assomiglia alla verità della vita, la premessa (più che la promessa) di una gioia incommensurabile. “Le parole sono superflue”, ma queste abbiamo, e bisogna provare a capire, articolare, comunicare. Per questo Gyoetsu condivide la sua pratica zen, insegna Danza Creativa (danzaterapia) e Tai Chi Qi Gong, esercita l’Ascolto Consapevole (un metodo terapeutico elaborato da lei), ma allo stesso tempo scrive libri e accetta volentieri di raccontare la sua esperienza – l’abbiamo ascoltata in trasmissioni tv come Geo e in storici programmi radiofonici come Uomini e Profeti.

Eccoci quindi davanti a lei, con il canto degli uccelli sullo sfondo, incantati dalla quiete e l’ordine del luogo in cui vive, il Centro Zen Anshin a Roma (“Pace nel cuore”, www.anshin.it). Ma non pensate allo stereotipo della monaca taciturna e distante, che vive in un’altra dimensione della realtà. Annamaria Gyoetsu è allegra e generosa, ride volentieri, di gusto, i suoi racconti sono estremamente vivaci. La voce si assottiglia, con pudore, solo quando deve parlare di cose grandi, sacre. Anche se alla base del suo modo di intendere la vita c’è l’idea che il sacro e il profano siano categorie illusorie: tutta la realtà è spirituale, non importa ciò che fai ma come lo fai. «La Verità dell’Universo è Illuminazione. Ogni foglia di bambù che nasce segue la Via. Ogni sguardo che si posa su di lei segue la Via. L’impegno totale nei nostri compiti segue la Via. Ogni argomentazione, anche se eccelsa, non possiede la Verità, eppure segue la Via».
Per dirla con il maestro zen Yunmen: “Riso nella ciotola, acqua nel secchio”. «Quello è il posto dove le cose sono. Esprimono la loro essenza così come sono. Stanno dove devono stare. Un bimbo corre tra le braccia della mamma, la mamma corre e accoglie tra le braccia il bimbo».
Ascoltandola parlare della sua vita, delle sue scoperte, degli incontri fatali, viene in mente ciò che scrive nell’introduzione il suo compagno, Guglielmo Doryu Cappelli, danzatore e monaco anche lui, oltre che insegnante: «Gyoetsu ascolta la voce di un mondo popolato da fiori, alberi, fili d’erba e nuvole. Ma non si tratta di un idilliaco paesaggio di campagna o di un remoto tempio zen nascosto fra le montagne della Cina. I fiori sono quelli che adornano le nostre case e presto appassiscono, gli alberi quelli che resistono in esigue aiuole in mezzo al rumore e allo smog, i fili d’erba quelli che crescono fra le crepe del cemento dei marciapiedi e le nuvole quelle che intravediamo fra le sagome dei palazzi delle nostre città».
Le sue non sono esperienze astratte, teoriche, vissute in una sorta di empireo astrale. Ed è emozionante veder la emozionarsi quando racconta del suo incontro con Doryu: «Amo questa creatura con cui vivo da 40 anni, è l’unica persona al mondo che poteva sopportarmi. Come ci ha detto un’astrologa: siete nati uno per l’altra, e tutti e due per gli altri. Non abbiamo nessun merito quando accadono gli incontri. Me lo sono ritrovato davanti all’università, dove ero andata a insegnare e proporre audizioni. Quando l’ho visto ho sentito un tonfo nel pet to, e lui pure. Ho chiesto: “Chi vuole fare l’audizione per entrare nella compagnia?”. Lui si è alzato e io stavo per cadere morta. “È lui!”. È stato bellissimo».
Vivere una vita zen, praticare la meditazione, impegnarsi ogni giorno per andare oltre l’ego, i suoi condizionamenti, non significa rinunciare alla vita. Anzi. Vuol dire viverla al massimo delle sue possibilità, in tutte le sue sfumature, finalmente liberi. «Identificati, separati, non viviamo, sopravviviamo. Una mente disattenta prova e provoca confusione, insoddisfazione. Cos’è la disattenzione se non proiettarsi nel futuro o nel passato e vagare perduti, lontani dal presente?». E ancora: «Il mondo in cui viviamo è un dipinto della nostra mente. L’idea che abbiamo di noi stessi non siamo noi. Se puliamo il diamante della nostra mente, possiamo vivere nella trasparenza».
Il suo libro è così, fatto di aforismi, riflessioni, intuizioni luminose, ma anche ricordi, frammenti di esperienze passate, libri letti e film visti, anche solo cose e persone incontrate nella quotidianità, impressioni semplici, che acquistano il valore di un’illuminazione. Un libro gentile, che accarezza l’anima. Scritto da una donna che oggi è monaca, che ieri era danzatrice, ma che ha imparato a diffidare delle categorie, di tutto ciò che ci limita e ci costringe in un ruolo. «In ogni momento io posso restituire il mio vestito da monaca, ma adesso ringrazio questo abito che mi ricorda ciò che ho promesso a me stessa e al mondo».

Non facciamo fatica a immaginare quella bambina di due anni e mezzo (!) che pretende di andare a scuola di danza. Partiamo da qui, per provare a ricostruire l’incredibile avventura della sua vita. «Avevo la lingua lunga lunga. Amavo intrattenere le persone e consolarle. C’era già tutto in embrione. A due anni e mezzo ho chiesto ai miei di danzare. Abitavamo nelle case popolari di Bari. Mio padre era maresciallo dei carabinieri, mia madre casalinga, una donna di grande genio. Mi hanno detto: “Non se ne par la!”. E a me è venuto il febbrone a 40. Quando è arrivato il medico gli ho detto che dovevo parlargli, ho chiuso la porta della camera dei miei, sono sa lita in piedi sul lettone, gli ho buttato le braccia al collo e gli ho detto, all’orecchio destro (me lo ricordo ancora): “Dica ai miei che se non mi mandano a danza, io muoio”. Uscendo ha chiuso la porta dietro di sé, e io mi sono messa a origliare. Ha detto a mio padre: “Maresciallo, la scuola è sulla strada della caserma, la porti, tanto tutte cominciano ma poi lasciano, non si preoccupi”. Mio padre non poteva sconfessare il consiglio del medico, e così è stato».
Il fatto è che la sua maestra di danza, che arrivava dal la Scala di Milano, notò il talento di quella bambina. «Mi disse: “Tu te ne devi andare via, a Roma o a Milano”. Guardando in alto verso il cielo, quale era la città più vicina? E così feci l’audizione all’Accademia di Danza di Roma, accompagnata da mia madre. Eravamo 64 bambine in partenza. All’ultimo anno, l’ottavo, siamo rimaste in due, e io mi sono diplomata». Grazie soprattutto a Jia Ruskaja, fondatrice dell’Accademia, che dava di nascosto dei sussidi alla sua famiglia, pur di tenersi stretta quella bambina talentuosa: la Ruskaja, che dava un 6 solo a chi danzava come un Dio, al quarto anno le diede un 9.
Il problema è che Annamaria voleva semplicemente danzare, non aveva mai pensato al fatto che potesse di ventare un lavoro. Alla fine fu espulsa “per atti di indisciplina”. «Si vede, no, che ho la faccia da bandito?», dice ridendo. Non è stata una vita facile la sua. Eccitante, creativa, ma non facile. «Buttata fuori dall’Accademia, sono stata buttata fuori anche dalla casa di mia madre, un mese dopo la morte di mio padre. Non sapevo dove an dare. Ho bussato alla parrocchia, che mi ha mandato a casa di una coppia di ragazzi, che studiavano a Roma. E loro, gentilmente, hanno ospitato la pellegrina: mi dava no da mangiare e un letto». Vaglielo a spiegare a una ragazza del genere, ribelle ma con la testa fra le nuvole, che avrebbe dovuto difendersi, andando al sindacato, per poter studiare gratuitamente. Si trovò a danzare in una specie di tugurio, «con un signore anziano che batteva un pezzo di legno su una sedia», ma che non ci pensò due volte a rispondere a un telegramma dell’Arena di Verona, che cercava una danzatrice in tutta Italia. Scrisse: «Vi raccomando questo elemento straordinario…».

Quando Annamaria venne assunta dall’Arena, per racimolare i soldi del viaggio andò a ballare su un set di Corbucci, «un western, quattro giorni a prendere ricotte in faccia». Dopo di che accadde una di quelle cose che capitano una sola volta nella vita, forse anche in varie vite: «Arrivo nella palestra vicino all’Arena, dove si tenevano le prove, entro, e mentre firmo la presenza, volto il capo e vedo Carla Fracci. Mi tremavano le gambe. Entro nella sala e viene annunciata l’audizione per scegliere le soliste. Eravamo 60-80, da tutto il mondo, e mi ritrovai tra le sei soliste che danzavano accanto alla Fracci. Questo è stato il mio botto… Ricordo che ogni due per tre vomitavo. C’era una sindacalista di Milano, molto amorevole, che ogni volta mi accompagnava in bagno, mi rimetteva in sesto e mi riportava sul palco. Arrivavo dall’espulsione, dalla morte di mio padre, da una vita in cui non uscivo di casa neanche la domenica per mangiare un gelato…».
Non tutti però sono nati per vivere sotto i riflettori. «Più andavo avanti, più mi rendevo conto come funzionava, la politica del parlarsi dietro, del farsi le scarpe gli uni con gli altri. Avevo creato il personaggio del clown per difendermi, “l’idiota”. Chi avrebbe mai invidiato un’idiota? Cercavo di non diventare un bersaglio per le col leghe. Ma cominciai a pensare: io non voglio passare la vita a fare Aida, Cenerentola, Coppelia, Il Lago dei cigni, non è questo che voglio. Io voglio realizzare la vera danza! Continuavo a farneticare, a delirare su una “danza dell’anima”. Non sapevo cosa fosse, ma dovevo trovarla». L’occasione per dire addio a quel mondo si presentò nel 1982: «Nureyev è venuto all’Arena per il Don Chisciotte in veste di coreografo e primo ballerino, e lì ho deciso: questa è una buona conclusione. Quando c’è stata l’ultima replica, si sono spente le luci, ho baciato il palcoscenico, ringraziato tutto e tutti, e ho guardato il cielo dicendo “non so dove andrò, ma qui non ci torno”, e sono scoppiata in lacrime. C’è stata la piena dell’Adige… Non potevo rimanere. Era una spinta interiore, e queste spinte sono sacre, tutti dovremmo ascoltarle, sono la vera vita che ci scorre dentro. Allora non potevo capire. Non pensavo al fatto che avevo studiato tutta la vita per essere lì. C’era qualcos’altro che bussava alla porta del cuore».

Purtroppo non possiamo raccontare tutta la sua vita, anche se di aneddoti ce ne sarebbero a decine. Ma dovete immaginare una ragazza che segue un’intuizione e gira mezzo mondo per realizzarla, per lo più viaggiando in autostop.
In Sudamerica, dove è andata a cercare questa “nuova danza”, le capitò perfino di finire in carcere, dalle parti di Caracas, perché senza documenti («mi fecero il gioco della pistola davanti alla fronte»). E poi cucinò per i ministri di Fidel Castro, a casa di un fotografo che recitava a memoria le battute di un fumetto che anche lei conosceva, due libri con la firma di Annamaria, persi in un cinema a Roma nove anni prima; chi li aveva trovati? Proprio lui. Questo per dire che nella vita «accadono cose che non possiamo neppure immaginare, inventare». Il segreto è rimanere aperti a ogni possibilità e imparare a leggere i segnali che la vita ti manda. Prima o poi la tua strada la trovi.
La strada di Annamaria Epifanìa si è incrociata con quella di personaggi come Dominot (ricordate La dolce vita di Fellini?) che incontrandola le disse «dov’eri? Voglio ballare con te!» e le procurò svariate esperienze e articoli di giornale.
Ma l’ha portata anche a costruire un suo gruppo di teatro danza, che raccoglieva anche chi non veniva accolto da altre scuole, e che la costrinse a lottare contro i mulini a vento della burocrazia, sempre in giro con la sua R4, a proporre spettacoli gratuiti. Un dirigente del Ministero, dopo averle fatto i complimenti per un suo spettacolo, le disse: «Lei deve andare via di qui, non è per lei questo mondo».
L’esperienza più entusiasmante di quegli anni la fece nel carcere di Rebibbia. «Ho fatto fare spettacoli a donne di tutto il mondo. Ma erano loro a insegnare la danza a me. La loro danza. E ho capito che questo per loro significava attivare la propria dignità e storia personale. Si sentivano utili, importanti. È stata un’esperienza forte, che mi ha forgiata. A quel punto ho cominciato a lavorare con gli operatori nel sociale. Mai avrei immaginato di prendere questa strada, quella della comunicazione attraverso il corpo».
In quegli anni c’è stata anche lo scoperta dello zen. «Nell’85 ho visto un manifesto che parlava della meditazione e ho cominciato a piangere. Ogni tanto mi pigliavano queste fragilità. Ho sentito che dovevo andare. È stato bellissimo, ma non era ancora ciò che cercavo. Era la tradizione tibetana, con tutto un suo mondo di immagini, di preghiere. Io avevo bisogno di silenzio. Poi, un mattino, mi capita di sedermi su uno zafu. Me lo aveva suggerito un tecnico di teatro della mia compagnia. E accade che mi siedo per 45 minuti in silenzio. Quando mi alzo, mi dice: “Tu hai già meditato”. E io: “No, ma faccio quello che mi dicono, se sto ferma nel Lago dei cigni, posso anche stare seduta su un cuscino, a meditare. Lì è cominciata l’avventura».

La danza è soprattutto disciplina, alla ricerca ossessiva della perfezione. E c’è una disciplina anche nella pratica spirituale. Sedersi in meditazione richiede una decisione, devi fare uno sforzo. Però, in questo caso, si parla di una disciplina che vuole aprire invece di chiudere, vuole lasciare andare. È il contrario di quello che facevi nella danza classica.
«Esattamente. Ciò che differenzia le due discipline è che quando si danza si va rincorrendo il risultato, quindi c’è il “gol”, devo arrivare lì ed essere sempre la migliore. Anche nella meditazione a volte c’è competizione, tra monaci non scherziamo, ma la lezione più grande è che si medita in ogni attimo in cui si è completamente presenti: quindi c’è un attimo, un altro attimo, un altro ancora, che compongono quella che noi vediamo come la nostra storia. Nello zen si usa il termine mushotoku, “senza scopo”. Se hai un obiettivo, sei stretto dentro quel vicolo e vedi la tua mente illusa decidere che lì c’è la tua felicità. Se si rimane aperti, accade tutto ciò che deve accadere.
Quando ho lasciato l’Arena ero sconvolta, ma sono rimasta aperta e lì si sono mosse delle situazioni, sono accaduti vari incontri. Un importante regista di teatro a Caracas mi chiese di mostrargli il modo di una danzatrice classica di riscaldare i muscoli, e guardandomi mi disse: perché fai questo? Che cosa vuol dire per te? Cosa c’è della tua storia in questo gesto? Lì è l’onda del senso delle cose. Quando ti siedi per meditare, che cos’è “essere seduti”? Sei una montagna. Sei solamente seduto. Sei l’universo, finalmente. Non più in funzione di qualcosa. Non fai, sei, ed è una cosa ben diversa. E poi c’è questo corpo a corpo con chi è seduto accanto a te. Perché da soli è dura. È la tigre che va via dalla montagna e viene uccisa dal cacciatore. Se sta nel branco invece è protetta. Questo proteggersi uno con l’altro non c’è tra i danzatori».
Perché proprio lo zen?
«Mi sono avvicinata attraverso alcune letture, da Siddharta di Hermann Hesse a La via dello Zen di Alan Watts e la Vita di Siddharta il Buddha di Thich Nhath Hanh, visioni romantiche, piene di gentilezza amorevole, di bontà. Io mi scioglievo dentro quei mondi. Mi chiedevo se esistessero davvero da qualche parte. Un giorno un tecnico della mia compagnia mi presenta un medico della Nuova Guinea, perché avevo mal di testa. Noel mi guarda e mi dice che devo imparare a respirare. Si sdraia e mi fa vedere il suo stomaco che diventa una mongolfiera, e poi ritorna giù. Mi parla di equilibrio psicofisico. Intanto il mal di testa è sparito. Era figlio di un capotribù, venuto qui con l’ambasciata, aveva studiato medicina, era diventato dentista, ma era anche veggente.
Quando gli dicevo che volevo cercare un luogo per fare danza, all’ultimo piano di un palazzo, per vedere Roma, lui diceva: “No, sarà al piano terra”. E così è stato. Dopo il primo incontro con Guglielmo Doryu, lui diceva di sentire “profumo d’arancio”. Vedeva tutto ciò che stava per accadermi. Mi consigliò delle letture. E rimasi molto colpita dalla storia della tazza piena…».
Vale la pena ricordare la storia di questo incontro tra un monaco e uno studioso, così come viene raccontata nel libro di Gyoetsu: «Il monaco gli offrì un tè e riempita la tazza dell’ospite, continuò a versarne. «Ma è piena!», esclamò imbarazzato lo studioso, «Anche la sua mente! Di cosa potremmo mai parlare se non la svuota?». La tazza piena nella mia storia erano paillettes, applausi, riflettori accesi su una tecnica tenace, solitudine di chi rincorre la perfezione. La tazza vuota, all’apice di una carriera di successo come danzatrice classica, volle dire trovare il coraggio di rifiutare le offerte di prestigiosi teatri ed enti lirici. Restare «vuota» di prospettive significò voltare le spalle all’impegno e agli sforzi di una vita. Iniziò così il viaggio del corpo ad ali spiegate in una direzione sconosciuta».

Cosa ti ha dato la Pratica?
«Nella Pratica ho incontrato il senso della gioia. Quello che mi permette di poter dire a me stessa o all’altro “sii te stesso”, non “fai questo o fai quello”. Mi sono accorta che mi creava problemi quando un insegnante chiedeva di fare o essere qualcosa. La mia vocina interiore diceva: sì ma come? Il compito che mi sono data, all’inizio inconsapevolmente, era: vogliamo capire cosa significa essere compassionevoli? Vogliamo capire come poter diventare saggi? Perché io non lo so, non so dove sia?! Lì hanno cominciato a formarsi delle immagini da vanti ai miei occhi. Tipo: incontro una persona e vedo il suo doppio “dietro” di lei, vedo la persona che soffre e si nasconde, devo parlare con quella, non con l’immagine che ha costruito per sopravvivere. Bisogna mettere in atto concretamente gli insegnamenti. Altrimenti rimangono solo delle belle parole».
Oggi si parla molto di meditazione, rispetto ad al cuni anni fa. Un tempo era vista come qualcosa di esotico, anche di vagamente hippy, fatto da gente che voleva scappare dal mondo. Ora invece viene praticata anche nelle aziende, nelle palestre, se ne parla ovunque e in ogni mo mento, ma forse c’è il rischio di trasformare anche la meditazione in “un’esperienza” da consumare, in qualcosa in più da fare.
«Questa è la mindfulness che, pur con tutto il rispetto, non ha niente a che fare con lo zen. Anche lo yoga viene scorporato dall’induismo e diventa solo un esercizio. A volte mi chiedono il senso delle cerimonie. Dicono: “andiamo via dalle parrocchie e poi veniamo qui a mettere la testa a terra”. Ma il mio corpo è ciò che apprende nella vita, prima ancora della mente che specula. Corpo, men te e respiro sono una cosa sola. Quando metto la fronte a terra, sto invitando il mio ego a sciogliersi nella terra, e quando torno su magari è pieno di devozione. Lo faccio tre volte, lo ripeto, per affermarlo, confermarlo. Se metto le mani unite al petto, con attenzione, l’energia delle due mani esce ed entra… Ma bisogna ricordare che la meditazione ha bisogno anche della generosità, del dono di se stessi con l’ascolto, dell’etica, ovvero la decisione di non nuocere neanche a una mosca, della pazienza, dello sforzo, perché c’è impegno in tutto questo, della saggezza del capire perché lo sto facendo, interrogandomi continuamente. Se non ci sono queste virtù, che io chiamo “le grazie”, rischiamo di essere un sacco di patate che va in un posto, si siede, medita, e poi torna a vivere esatta mente come faceva prima. Diventa solo la conferma di quello che siamo».
La mentalità occidentale trasforma di segno tutto ciò di cui si appropria.
«È la fretta di ottenere il risultato. È l’avidità. È l’illusione, l’ignoranza. Se vogliamo veramente avere gli occhi limpidi, dobbiamo guardarci e chiederci: perché corro così? Per arrivare dove? Io l’ho fatto quando facevo la ballerina, volevo fare questo e quest’altro, volevo essere amata. Ma poi ero sola nel mio camerino, con i fiori di quello che voleva portarmi in albergo dopo cena. Siamo nati soli, viviamo soli, moriamo soli, ma vogliamo essere utili? A quel punto finalmente ci dimentichiamo di noi e viviamo l’avventura di ascoltare l’altro, di sostenerlo. Questo dà un senso incredibilmente enorme alle nostre vite».
Un’altra cosa difficile è amare il quotidiano. Ci sono pagine molto belle nel tuo libro sull’arte di cucinare, di preparare un pasto per gli altri. Noi ci sentiamo spesso intrappolati nel quotidiano, nell’obbligo di fare certe cose. Come si può trova e la liberazione nella ripetizione?
«Non hai idea di cosa uscisse dalla bocca di mia madre quando doveva fare qualcosa! Mangiavo delle pietanze così buone fatte da lei! Perché lei non era felice di cuci narle? Me lo chiedevo sempre. Lei diceva di essere una vittima, una schiava.
Non so neanche più come è cominciata l’avventura del Tenzo, la figura che nei templi Zen prepara i pasti per i praticanti. Mi sono ritrovata a fare i dolci per 350 per sone in Francia, nel più grande tempio d’Europa. Non avvisata, ho consumato gli ingredienti di un mese in una settimana! Volevo preparare cose buone, e alla fine erano tutti felici. Io non sapevo cucinare, non so cucinare, ma agli ingredienti dico: “Parlatemi!” Io parlo agli ingredienti, li ascolto. Sventolo ciò che è bollente invece di passarlo sotto l’acqua fredda. Il mio corpo si identifica con il corpo di ciò che cucina.
Anche questo è un insegnamento che viene dalla relazione con ciò che si incontra. Questo momento è sacro. L’altare in cucina, l’incenso, un inchino agli elementi, tutto questo mi dà pace. E noi siamo contagiosi con la nostra pace: non viene il mal di pancia agli altri quando mangiano il cibo cucinato così. Il cibo di mia madre era buono ma mi faceva venire le coliche. C’era dentro la sua rabbia.
La migliore dieta è quella dell’amore, per quello che si fa e si riceve. Io non sono vegetariana, non sono vegana, non sono niente, ringrazio ciò che ho davanti e mangio. Se devo scegliere, faccio delle scelte personali che hanno un senso per me, ma che non sono “la cosa giusta”. Altrimenti si entra dentro lo sforzo di essere in quello e non in altro. L’identificazione è sempre dolorosa».

Perché la scelta di diventare monaca, di avere un tempio zen? Nel tuo libro si parla dell’andare oltre Buddha e Dio… Ci sono anche queste parole ispirate: “Se abbiamo un disperato bisogno di raccoglierci, per farlo non stiamo a chiederci cosa sia la spiritualità. Proprio ora, dove siamo, possiamo guardare il cielo e toccare la terra. Se proviamo la necessità di fare grandi respiri, non chiediamoci quale sia il modo corretto. Proprio ora possiamo distendere le braccia e lasciare entrare tutto il re spiro del mondo”. L’idea è: dobbiamo fare quella cosa, ma non attaccarci a quella cosa.
«Esatto. È utile creare uno spazio dove sedersi e stare in pace, dove ascoltare gli insegnamenti, dove accendere degli incensi, dove poter ricordare i defunti, dove potersi raccogliere e mandare al mondo l’energia della pace… Dove ci si forma. Ma io posso vivere questo nel mio cuore, ovunque. Magari entro in una chiesa, accendo una candela e sono felice di farlo. Non mi sottraggo all’unione con la diversità. Il maestro del mio maestro diceva: “Una violetta è una violetta, una rosa è una rosa, ognuno è se stesso”. Se viviamo di paragoni, il dolore è assicurato».
Certe pagine del tuo libro, certe espressioni mistiche, fanno pensare a Giovanni della Croce, ma anche alla Bhagavad Gita, o al Taoismo. Alla fine tutte le tradizioni, discipline, spiritualità, hanno un nucleo in cui si incontrano, una volta tolto il superfluo.
«Ma il superfluo serve. Serve la nuotata che fai dalla riva. Poi ad un certo punto ti immergi nel profondo. Amo andare con la maschera a esplorare il fondo del mare. Io e Doryu ci prendiamo per mano e andiamo a fare queste passeggiate in acqua, fino a quando il fondale diventa sempre più intenso. C’è stato un momento pazzesco, una volta, di un blu totale, che mi ha completamente avvolta e non capivo più dov’ero; sono diventata blu come il blu che mi aveva avvolta. Quel fondale mi parlava dell’immensità, dell’incommensurabile. Se rimango a riva, mi perdo questa immersione nel totale, nel silenzio, dove non c’è separazione. Dove siamo Uno col Tutto.
Quando incontro i compagni del Dim, il Dialogo Inter religioso Monastico, dove ci sono musulmani, cristiani, buddhisti, mi faccio con loro delle gran risate. Ci sono monache che magari hanno avuto il permesso di uscire per la prima volta dalla clausura, e ci troviamo in camera quasi ballando, felici (sono scene felliniane). Una volta ci siamo interrogate: cos’è che ci fa così felici? Perché ci vogliamo così bene? E una di loro disse: è l’amicizia autentica. L’autenticità di essere insieme per la gioia di essere insieme. Poi ognuno racconta le storie della sua via, ma ciò che ci tiene insieme è quel momento di silenzio totale che non vede diversità e che per me è fondamentale».
Se dovessi spiegare a un laico, che magari non ha mai meditato, che cos’è l’illuminazione, cosa diresti? È una parola che ci affascina e ci spaventa. Un po’ astratta nella sua bellezza.
«Se in una stanza c’è il buio cosa dobbiamo fare? Accendiamo la luce! Accendere la luce ci fa vedere ciò che c’è, ma quello che vediamo c’era già prima. Uno e l’altro sono contemporaneamente insieme, l’illuminazione e il contrario dell’illuminazione, il buio e la luce. È il tema del mio prossimo libro. Non c’è uno “stato dell’illuminazione”. Seduti, siamo Buddha viventi, nel silenzio: pratica e illuminazione sono uno. Nel momento in cui io non mi sto dedicando a un’attività con avidità, sono dentro la pratica, che è illuminazione. Altrimenti se dico “questa è l’illuminazione e questa non è l’illuminazione”, sono nella mente dualistica. Ci sono dei micro attimi in cui cogliamo questo. Una volta ho acceso un fiammifero e ho detto: se si accende lui mi accendo an ch’io! Esiste! A raccontarlo quasi mi vergogno… Quando Leonard Cohen – che io ho sempre amato – è morto, mi sono detta: allora posso morire anch’io, tranquilla, senza problemi. L’ego deve morire ogni momento, questo è fondamentale. A quel punto che preoccupazione abbiamo di illuminarci, se muore chi ci sta tenendo in schiavitù? Se io posso amare e posso andare incontro all’altro (la mia vicina, questa mattina, mi ha raccontato che sta meglio ed ero felice con lei) se io posso vivere questa felicità, non è l’illuminazione?».

Nel libro scrivi: “In questo momento della vita vorrei poter provare un amore infinito per tutto ciò che incontro. Tuffarmi nel cuore di ogni esistenza, ridere, piangere, meravigliarmi, sperimentando insieme al Tutto la sorprendente bellezza della non paura e onorando la solennità dell’impermanenza in ogni istante”. È possibile?
«È possibile! Non dobbiamo guardare a chi vive in un altro continente per agire. La palestra vera, il luogo difficile, è la propria casa. Mia madre mi ha buttata fuori di casa, ma io l’ho curata negli ultimi quattro anni in cui ha avuto l’alzheimer. Quante botte ho preso a casa mia! Una volta mi hanno portato un uomo da sposare, che aveva non so quanti soldi, come nei film (non ce l’ho fatta a vedere il film della Cortellesi, dopo dieci minuti ero sudata dalla testa ai piedi, stavo male, quelle cose le ho vissute). Io però ho detto “no”, lui ha salutato e se n’è andato, e io preso un sacco di botte. Mia madre era stata una sposa bambina, piangeva e io la vedevo… Quando ha avuto l’alzheimer, lei è diventata la mia bambina. Lì ho capito che ero pazza a volere delle cose da lei, visto che era così indifesa. Lei non aveva colpa ad essere ciò che era. Nella follia dell’alzheimer ha detto cose che parlavano della sua tenerezza. Non mangiava se non mangiavano gli altri; voleva un gatto, lei che prima schifava gli animali. Mia madre non ha mai saputo che ero diventata monaca. Alla fine io ridevo con lei di tutte le cose che mi avevano fatto piangere. Ero accanto a lei quando ha fatto l’ultimo respiro e ho avuto questo regalo di esserle vicina, di poterle tenere la mano e pregare. Ma chi se ne importa del dolore di prima! Tutti ci portiamo dietro questo mal contento della famiglia sbagliata. Ma non è sbagliata. Costa cara la lezione, ma ti apre il cuore».
Il messaggio più urgente oggi è che apparteniamo al Tutto. Non ha senso piangere davanti al tele giornale e poi non rispettare il vicino, il collega, la natura, il mondo.
«Davanti al telegiornale si piange, c’è poco da fare. Ma non ha senso dire: non posso fare niente. Ciò che posso fare lo devo fare qui: devo togliere la polvere, sistemare i cuscini della pratica, i fiori, mettere in ordine e ascoltare le cose. La relazione con gli oggetti, e con i compiti quotidiani, è qualcosa che porta benefici infiniti. Ci irrobustisce, ci rende vivi, non dobbiamo sottrarci. Per questo cucino volentieri, e poi mi piace mangiare bene!».
Citando ancora il suo libro: «La santa esistenza di un filo d’erba ogni istante prega con ogni parte di sé. Vive pienamente nel Tutto. La mente che si ritira dal suo raccontarsi può smettere di camminare sui carboni ardenti, senza voltarsi indietro né guardare oltre». Bisogna avere il coraggio di “di chiararsi vinti”. Di darsi completamente. «Nel film Francesco la mirabile arte di Liliana Cavani ci regala un momento altissimo quando Francesco va incontro al lebbroso che prima ha paura di lui e poi per lui. Mentre Francesco lo avvolge di puro amore tra le sue braccia e lo rassicura con indelebili parole «va tutto bene, va tutto bene». Cos’è la santità se non ricongiungersi al dolore dell’altro? L’unica possibilità che abbiamo è amare, amare con tutto il corpo, abbattendo così dentro e fuori muri di indifferenza e odio». Il libro è diviso in “sette petali”, ma in realtà tutto è collegato a tutto, come nella vita. Quando lo capiamo, non possiamo che dire: grazie! «Godiamo dell’appartenenza al Tutto. Siamo il cuore del lago che riflette l’esistenza. Che la rugiada dissetante possa irrigare immensi prati e i fili d’erba uno a uno. Agli spiriti che popolano gli spazi tra i rami, la preghiera di aprire i nostri cuori così da proteggere con devozione e rispetto l’umida terra. Questo mondo è troppo intriso di bellezza: troppo!».

