Un nuovo nome. Un’altra metamorfosi. Perché Giada Colagrande è fatta così, è sempre in cammino, interiormente ed esteriormente. Non sorprende ritrovarla oggi, col nome di Agadez, avvolta in ritmi e melodie mediorientali, dentro un progetto musicale che sa di world music, ma che ha l’anima (e anche il corpo sonoro) di un rituale sacro, l’evocazione di un mondo ancestrale, l’invocazione alla Madre, la Dea, in tutte le sue forme.
Questo legame con l’eterno femminino la accompagna da sempre, nella sua vita come nel suo lavoro. Per l’importanza che ha sempre riconosciuto alle donne della sua esistenza, dalla madre alla nonna, di cui ha parlato spesso con riconoscenza e affetto profondo (una era marxista, femminista, atea convinta, l’altra invece molto religiosa, cattolica). Per il ruolo che le donne hanno sempre avuto nel suo cinema, da Aprimi il cuore, il film che la rivelò nel 2002 (al festival di Venezia come al Tribeca di New York) a Una donna (il suo terzo film, anche quello presentato in laguna), fino alla collaborazione e l’amicizia con Marina Abramović, che ha generato due opere belle e importanti: Bob Wilson Life & Death of Marina Abramović e The Abramović Method.
Perché Giada Colagrande è regista e anche musicista, è attrice e sceneggiatrice, conosce molto bene l’arte contemporanea e le sue provocazioni, ma è anche ricercatrice appassionata di antiche tradizioni sacre ed esoteriche, di spiritualità, sulle orme di quella ricerca interiore che l’amico Franco Battiato ha portato avanti per tutta la vita, in totale libertà e sapiente sincretismo.

A proposito di incontri fatali. Battiato appare alla fine dell’ultimo film di GiadaCola grande, Padre (nel 2016, quasi al termine del suo percorso terreno), che è una sorta di manifesto di un certo modo di intendere il cinema, tra l’arte sacra, totale, votata all’invisibile, e il diario intimo.
Un’opera-enigma alchemica, che nasce dall’elaborazione di un lutto – la scomparsa del padre compositore Giulio Fontana – e diventa la scoperta di una realtà ulteriore, una dimensione in cui la morte è solo un passaggio verso un’altra forma di esistenza. Presente, anche qui, naturalmente, Willem Dafoe, attore straordinario, compagno d’arte e d’amore, che è diventato suo marito nel 2005, anno in cui è uscito Before it Had a Name, il secondo film di Giada, scritto proprio insieme a lui.
Giada Colagrande è nata a Pescara, ma è diventata presto cittadina del mondo, spostandosi dalla Svizzera all’Australia per studiare, e poi girando giovanissima una serie di video su artisti come Jannis Kounellis, Alfredo Pirri, Gianni Dessì, Sol Lewitt.
La musica è sempre stata una sua grande passione, come la danza. E così, nel 2017, è arrivato l’esordio in questo mondo, a modo suo, cioè attraverso un progetto dedicato alla Porta Magica di Roma, e quindi all’alchimia, da cui il nome The Magic Door e la collaborazione con gli arpisti e pluristrumentisti Vincenzo Zitello e Arthuan Rebis, in un primo tentativo di integrare ricerca spirituale ed espressione artistica.
Ora ecco il ritorno in una nuova veste, quella di Agadez, e l’uscita dell’album Queendoms, prima tappa di una nuova avventura da solista. Un percorso esplicito fin dalle premesse ideali, nel loro sincretismo culturale e sapienziale: «In questa universalità trascendente giace la scintilla che Agadez desidera riaccendere, come un fuoco che non si è mai spento ma per millenni si è affievolito per la mancanza di aria, del Sacro. Una connessione ancestrale, attraverso il nostro corpo, con il cosmo e con l’invisibile. Un’esperienza mistica della musica, che faccia vibrare in noi il palpito originario della creazione artistica secondo Madre Natura».
Voce, tamburi a cornice, chitarra, theremin. Sonorità antiche e ritmi tribali. Ma soprattutto un viaggio fra arcaici culti femminili, Dee Madri che si pongono oltre la polarità tra maschile e femminile, come punto di unione e superamento degli opposti. Ritroviamo Rebis (flauti e nickelharpa) e Zitello (arpa celtica e santur), ma ci sono anche il violoncello di Giovanna Barbati, le percussioni e i tamburi di Glen Velez, la voce di Loire Cotler. Dentro la musica, invece, ci sono Tanit, Isis e Aphrodite, Inanna, Dana e Vacuna, Cibele ed Ecate, Lilith e Tara.

Come nasce Agadez? È un nome che sa di carovane nel deserto, di miti e riti ancestrali. Un Oriente comunque vicino, a cui siamo legati, da un punto di vista storico e geografico, ma anche per vie invisibili, più misteriose, segrete.
Agadez è il nome che ho scelto come solista, come un talismano che mi accompagna in questo nuovo viaggio. Agadez è infatti una stella o croce Tuareg, che le donne della tribù indossano per non smarrirsi nel deserto e per ritrovare sempre la via di casa o il centro del proprio cuore. Ha quindi una doppia funzione: di protezione e di connessione.
Al centro di Queendoms c’è il sacro femminino, “la Dea” in tante sue forme, Madre Natura. Quasi un tentativo di riannodare i fili spezzati dal tempo, dal disincanto, dalla secolarizzazione. Come è nato questo progetto?
Queendoms nasce da un desiderio e da un’esigenza: il desiderio di mettere in musica una dimensione interiore di tutte le donne, il sacro femminile appunto, narrandolo attraverso gli archetipi delle dee ancestrali; l’esigenza è quella di “rimuovere” il danno del patriarcato, l’usurpazione di tale dimensione, riannodando il filo mai veramente spezzato della connessione naturale della donna con il divino. È il femminile che genera la vita.
Nella tua musica c’è il Medioriente, ma anche qualcosa di celtico, c’è un folk molto dark, che a volte richiama i Dead Can Dance, ma c’è perfino Badalamenti. Si direbbe che usi varie tradizioni e ispirazioni alla ricerca di qualcosa che sia fuori dal tempo e dallo spazio, anche se poi il risultato a volte suona moderno, una world music che unisce strumenti tradizionali e ritmi contemporanei.
Angelo Badalamenti, che ha composto la colonna sonora del mio film A Woman, ha ispirato in particolar modo Aphrodite. I Dead Can Dance sono stati tra le mie principali ispirazioni, così come Franco Battiato. In entrambi i casi, questi artisti hanno sperimentato associazioni inedite di strumenti e sonorità provenienti da luoghi e da epoche differenti, creando universi originali e non identificabili, ma immensamente suggestivi e inspiegabilmente familiari.
La musica che mi incanta è quella che trasmette un senso di appartenenza, trascendendo la provenienza e naturalmente i generi musicali. Mi è piaciuta l’idea di chiamarmi Agadez anche perché è il nome di una città, similmente alla scelta di altri due artisti che ammiro e che esprimono esattamente la qualità musicale di cui parlo: Beirut (un americano del New Mexico) e Rome (un cantautore lussemburghese).
Dal Sahara alla Valle dell’Indo, dal cerchio che sovrasta una croce, simbolo dell’antica dea berbera Tanit (con le voci ipnotiche di Angelique Kidjo e Loire Cotler), alla più nota Afrodite e il suo inno all’amore, inteso in senso alto, an ti-sentimentale. È un intreccio di simbologie, narrazioni e culti che sembrano molto lontani da noi, ma che risuonano da qualche parte dentro di noi. Perché pensi che dovremmo riappropriarci di questa memoria?
La risonanza a cui ti riferisci è proprio quello che ho definito “senso di appartenenza” relativamente alle ispirazioni musicali. Ma che vale ancor di più per il contenuto di questo disco. Mi piacerebbe che attraverso l’ascolto si potesse rivivere il palpito primigenio che ha portato alla nascita della musica: il suono del tamburo riattiva la memoria prenatale del battito del cuore di nostra madre. Non è un caso che sia stato il primo strumento della storia, utilizzato per millenni in riti e cerimonie alla Dea. Ancora oggi è lo strumento che sciamane e sciamani usano per connettersi con le altre dimensioni.
La musica è nata in un contesto rituale e sacro. E specificatamente nel sacro femminile: le prime sacerdotesse erano infatti donne. Penso dunque sia importante riappropriarci di questa “doppia” memoria: quella cultuale, ritualistica e simbolica e quella inerente alla scelta della musica (e dell’arte in generale) come linguaggio che esprime la dimensione del sacro. L’essere umano, svuotato di questa dimensione, non onora la propria “preziosa incarnazione”.
Più che un disco, infatti, sembra una performance rituale, una sorta di invocazione (evocazione?) che assume forme diverse, a seconda della divinità cantata. Risuonano anche parole in lingue sconosciute, frasi reiterate in forma di litania, cori magici. Si direbbe un album che nasce più da una tua esigenza espressiva, interiore, che dalla volontà di aprirsi uno spazio nel “mercato musicale”.
È così, ma mi auguro comunque che trovi un suo pubblico “risonante”.

Dal punto di vista artistico, quali sono le tappe principali di questa tua presa di coscienza spirituale?
Quando avevo cinque anni mia madre ha preso la casa dove sono cresciuta in un borgo abruzzese, chiamato “covo degli artisti” perché c’erano Ettore Spalletti, Jannis Kounellis, e i De Domizio-Durini, frequentato da Joseph Beuys e da tanti altri artisti.
Prima tappa: da piccola, per anni, trascorrevo le mie giornate nello studio di Spalletti, guardandolo dipingere e mescolare i colori. Lì ho pensato: “Quindi un artista continua a giocare anche da grande. Voglio fare l’artista pure io.”
Seconda tappa: a 17 anni sono stata folgorata dal lavoro di Bill Viola e, guardando il suo Nantes Tryptic, ho capito che volevo fare esattamente quello, la video-arte. Terza tappa: a 19 anni il cinema mi seduce e comincio a fare cortometraggi. In quel periodo conosco e mi lego a Marina Abramović, esempio di straordinaria artista donna, il cui lavoro esprime una evidente dimensione ritualistica e sacra/sacrificale. Nel 2003 incontro mio marito, Willem Dafoe, e inizio con lui un percorso di vita e di arte. Pochi anni dopo avviene un altro incontro fondamentale, quello con Franco Battiato, mio preziosissimo amico e Maestro, che mi ispira ogni giorno anche ora.
Tu hai avuto una formazione cosmopolita, sei partita dall’arte contemporanea, la videoarte, e quando avevi solo 25 anni sei stata selezionata al festival di Venezia (con Aprimi il cuore, 2001). Hai vissuto anni molto intensi, dirigendo vari lungometraggi, collaborando con Willem Dafoe e Marina Abramović, ma hai anche scelto di percorrere una strada tutta tua, indipendente, fuori dai canoni.
La scelta di percorrere una strada fuori dai canoni viene dall’esigenza di libertà e di intimità, condizioni imprescindibili per il mio lavoro. Ho avuto da subito un approccio molto fisico alla regia, più simile a quello di una danzatrice che a quello di una cineasta, nel senso che vivo la realizzazione dei miei progetti in uno stato di simbiosi armonica tra corpo e mente, motivo per cui ho scelto di recitare in diversi miei film. I due artisti che citi, Marina e Willem, sono due eccellenti rappresentanti di questo approccio corporeo all’arte, ognuno nel suo campo. Parliamo quindi lo stesso linguaggio, sen za bisogno di parole.
Padre, il tuo ultimo lungometraggio, datato 2016, è emblematico, dal punto di vista del messaggio e del contenuto ermetico, quasi esoterico. Probabilmente non è un caso che il film sia pressoché sconosciuto al grande pubblico. In quel film Battiato ha un ruolo piccolo e molto impor tante. Cosa ti ha insegnato?
Battiato mi ha insegnato “come è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”!
Credi veramente che la musica possa riappropriarsi delle sue radici sacre? Tu dici che “l’arte, nelle sue espressioni primordiali, è nata come strumento di unione col Divino”. Ma, come sai, viviamo in tempi in cui tutto sembra testimoniare il contrario. Sì, c’è un grande (confuso) fervore spirituale, ma il pensiero corrente, istituzionale, è ancora intriso di materialismo, e la società (anche la musica che produce) sembra affondare nell’individualismo, il consumismo, l’edonismo. Quali sono, oggi, i tuoi punti di riferimento dal punto di vi sta filosofico e spirituale?
Da diversi anni seguo gli insegnamenti di alcuni lama tibetani di lignaggio Gelug e ho intrapreso un percorso di studi e pratiche di femminile sacro con Luciana Percovich.
In un mondo di presenzialisti, tu sembri aver scelto la strada della discrezione, se non proprio della solitudine. Anche come stile di vita.
Scelta obbligata direi, visto che ho la Luna nera in Pesci: sono la migliore custode di segreti! Amo la mia vita in campagna con gli animali. E amo condividerla con persone care e intime.
Progetti immediati? Ti vedremo in tournée? Progetti lontani?
A inizio estate ci sarà la presentazione ufficiale di Queendoms, seguita da alcuni concerti. Per quanto riguarda il cinema, sto preparando due film, di cui uno è il mio primo horror!


