Hanno qualcosa di ultraterreno quelle figure fatte di tessere vitree e d’oro zecchino. E però, allo stesso tempo, sono il frutto della terra, del lavoro materiale, di un artigianato che si fa arte sublime. Pezzi di cose e di colori trasfigurati in idee, simboli, storie.
I mosaici di Ravenna ci portano in una dimensione misteriosa, quando abbiamo la pazienza di contemplarli a lungo, con calma, immergendoci nel loro tempo sospeso, nel loro spazio immaginario. Complice lo stile bizantino, le figure immobili, ieratiche, o immortalate in un gesto che si riverbera nell’eternità, le forme che galleggiano sullo sfondo dorato, che evoca la luce divina. Ci guardano, spesso, da quell’altrove, come a indicarci la loro distanza incommensurabile, e però instaurando anche una relazione, aprendo a una possibilità di incontro.
La Basilica di San Vitale e quella di Sant’Apollinare Nuovo, il Battistero Neoniano e il Mausoleo di Galla Placidia, sono un concentrato di capolavori che ha pochi eguali, Patrimonio Mondiale dell’Unesco. «I monumenti ravennati sono pietra e oro, semplicità e ieraticità, fisica e metafisica; nel mondo non ne esistono di eguali», come scrive l’Opera di Religione della Diocesi, che li gestisce. Monumenti resi ancora più importanti dal conte sto naturale in cui sono immersi e da quello storico.
Da una parte le pinete imponenti, gli specchi d’acqua, il mare, il delta del Po. Dall’altra i personaggi che hanno attraversato questa città che è stata per tre volte capitale: dell’Impero Romano d’Occidente, del re dei Goti Teodorico, dell’Impero di Bisanzio. Una città romana e gotica, bizantina e medievale, anche un po’ veneziana, nobilitata dalle spoglie di Dante, capace di ispirare Gustav Klimt, di far innamorare Hermann Hesse, di stregare artisti e poeti di ogni epoca.
L’arte del mosaico ha una lunghissima storia, che ci riporta ai Sumeri, a Ur e Krur, a quando si usavano coni di argilla con una base di smalto, e poi tasselli di madreperla e terracotta. Li si trova in Egitto e nei pavimenti dell’antica Grecia, a Roma e nel mondo islamico. Ma è qui, a Ravenna, che l’arte del mosaico raggiunge il suo vertice. «Sotto così bel ciel com’io diviso, / ventiquattro seniori, a due a due, / coronati venien di fiordaliso. / Tutti cantavan: “Benedicta tue / ne le figlie d’Adamo, e benedette / sieno in etterno le bellezze tue!». Questo è uno dei brani ispirati a Dante dalla visione di quelle opere prodigiose. In particolare, in questo caso, la fonte d’ispirazione è il corteo che vediamo sfilare in Sant’Apollinare Nuovo.

Quelle figure che hanno suscitato anche le parole commosse del filosofo Max Picard, quando fece visita a Ravenna alla fine del ’49, tra le macerie della guerra, ricavandone l’intuizione di una verità che non sta nel singolo, ma nello sfondo dorato, nello splendore che circonda e tiene insieme i personaggi in cammino: «Raramente c’è qualcosa di tanto contrapposto come l’esistenza di quella comunità, in alto, e l’uomo isolato d’oggi. Se anche si togliesse una sola figura da lassù, tutte le altre la seguirebbero, tanto intensamente l’una appartiene all’altra (…) Grazie all’amore viene generata presenza, viene generato tempo: nel tempo generato dall’amore, un evento non se ne fugge più e può avere la sua durata. Ma se all’evento viene a mancare la dedizione umana, esso, non più trattenuto, se ne scivola via rapidamente, e a un evento ne segue un altro, senza che vengano più generati né presenza né tempo, consumati a loro volta».
In Sant’Apollinare lo sfondo dorato dei mosaici proietta la vita di Gesù Cristo in una dimensione di luce, chiarezza, rivelazione. Lui, regale, con la veste color porpora, l’aureola con la croce gemmata, per evocare la sua umanità e la divinità insieme, il destino di morte e di resurrezione.
Accanto a lui, in ogni tappa, in ogni mosaico, c’è un apostolo, an che quando l’episodio evangelico non lo richiederebbe, a richiamare la testimonianza, e invitare chi guarda a partecipare a quella storia: non bisogna accontentarsi di (ri)conoscerla, si tratta di (ri)viverla.
Sono scene costruite con sapienza, un compromesso ispirato tra la chiarezza del racconto e la composizione formale, i volumi, i colori e il messaggio di salvezza. Tutto è avvolto in un’aura solare, anche le scene più dolorose, tutto è insieme realistico, vivace, ma anche simbolico, geometrico, trasfigurato. Poco importano le proporzioni, di fronte alla sinfonia delle forme e i colori che dialogano tra loro, soprattutto se guardati da una certa distanza. Eppure è chiarissimo il gesto di Gesù quando tocca l’occhio del cieco che sta per schiudersi alla luce. È sorprendente l’espressione di disagio che si legge sul volto di Pilato, quando deve consegnare Gesù alla morte in croce. Ma anche il sorriso dell’angelo, di fronte allo sgomento delle donne che si ritrovano davanti a una tomba vuota.
Bellissimo anche lo scorcio architettonico, ornato in modo sontuoso, da cui parte, simbolicamente, la processione che ci fa attraversare la chiesa, per approdare ai piedi di Gesù, seduto in trono, circondato da quattro angeli. La regalità del Cristo era fondamentale all’interno della logica dell’Impero, che esortava il suddito ad essere devoto, e il devoto ad essere un buon suddito.
Ma oggi, che siamo così lontani, in tutti i sensi, da quel modo di intendere la sequela, l’immagi ne-simbolo del Cristo-Re, immersa in quel mare di tessere dorate, torna a riappropriarsi del suo significato più profondo, a sancire il trionfo di una nuova, diversa “nobiltà”, fondata sulla conversione, l’amore e la purezza di cuore, sulle beatitudini del Discorso della montagna, sull’essere umili, miti, semplici: il “rovesciamento dei valori” inaugurato da Gesù Cristo, il sacrificio della propria volontà egoistica nel nome dell’unione col Padre.
A proposito di dire “sì” al pro getto divino, sulla parete nord la processione si muove verso Maria, anche lei in trono, col suo pacifico esercito di angeli, seduta su un cuscino trapuntato di stelle, perché l’intero universo deve inchinarsi alla Madre di Dio. Un piccolo Gesù, già adulto nell’espressione, seduto sul suo grembo, alza una mano, quasi a indicarla, a sottolineare la sua importanza, un gesto che si completa nel braccio alzato di Maria, quasi come se volesse prendere la parola, per dirci qualcosa di fondamentale sulla vita e la morte, sul credere e il salvarsi.
Ma l’occhio è rapito soprattutto da quei santi e martiri in filain diana, lungo la navata, a partire da san Martino, che guida la processione; la barba folta e i capelli grigi di Clemente Romano, secondo successore di Pietro; Sisto II, con i baffi e i capelli ricci, che subì il martirio nell’anno 258 insieme a san Lorenzo, che lo segue, giovane e biondo, con un lieve sorriso impresso sulle labbra.
Ognuno di loro è distinguibile e riconoscibile per le caratteristiche fisiche, a volte anche per una sfumatura di carattere che si intravede sul volto, eppure l’effetto complessivo è quello di una comunità celeste, di una realtà sovrannaturale, un ideale che prende forma. Stessa cosa per le figure femminili di sante e martiri dalla parte opposta della navata, anche se in questo caso prevale un’acconciatura particolare, con i capelli raccolti sulla nuca e una treccia arrotolata sulla sommità della testa. A
guidare il corteo qui è Eufemia di Calcedonia, in un tripudio di vesti dorate e sottovesti bianche, di corone, di stoffe preziose, di ornamenti, decorazioni a forma di stelle e fiori. Anche qui, seppure ci siano dei tipi ben distinguibili, l’allusione a caratteri, storie, individualità diverse, volti e corpi tendono all’astrazione, alla dimensione del divino. Tanto che i corpi danno l’impressione di essere delle figure geometriche: non c’è nessun tentativo di renderli plastici, realistici.
Come sottolinea Jutta Dresken-Weiland nel suo corpo so studio dedicato ai Mosaici di Ravenna (un libro di grandi di mensioni e immagini molto belle, edito da Jaca Book, che citeremo più di una volta) «l’oro scintillante dei mosaici, che avvolge anche le figure negli intervalli tra le finestre, contribuisce notevolmente a creare l’idea di un raccoglimento in uno spazio mistico interiore. L’effetto di trovarsi in uno spazio surreale doveva essere ancor più esaltato grazie alla presenza sul soffitto di travi e cassettoni in oro. La chiesa, secondo Agnello, veniva infatti descritta come “caelum aureum” (cielo dorato)». L’archeologo Giuseppe Bovini ne scriveva così: «Si tratta di oro su oro, di luce su luce, di una luce che è divenuta sonora, di una luce che concorre, insieme con l’infinito ripetersi dei motivi, a far sì che tutto il complesso pittorico diventi musicale».

A differenza della maestosa Sant’Apollinare, il Mausoleo di Galla Placidia, un tempo unito alla chiesa di S.Croce, non ha nulla di spettacolare, con i suoi dodici metri per dieci, a croce, e i mattoni a vista. Ma quando en tri, vieni proiettato in un’altra dimensione, tutt’altro che luttuosa, nonostante la funzione originaria dell’edificio, un concentrato di iconografia paleocristiana.
Veniamo accolti da un giovane Gesù nella forma del Buon Pastore, circondato dal suo gregge, anche se lo troviamo seduto su una roccia nella stessa posizione in cui un tempo si potevano trovare le divinità pagane, evocate dagli imperatori romani. Al posto dello scettro, una ferula, il bastone pastorale, a forma di croce.
Ma la prima immagine che salta all’occhio è quello di un santo, con un libro aperto in mano, che si muove verso sinistra, dove lo aspetta una graticola. Probabilmente è il martire Lorenzo, molto popolare un tempo, a cui venne anche dedicata la prima chiesa fatta erigere a Ravenna dalla famiglia imperiale. Tutto, qui, sembra movimento, azione, vita, in modo quasi paradossale, al contrario di ciò che accade nella dimensione senza tempo dei mosaici della basilica.
Nelle lunette trasversali, due cervi si avvicinano a una fonte, richiamando il Salmo 42, in cui si chiarisce la metafora mistica: «Come la cerva anela ai rivi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio». Anzi i cervi sono quattro, circondati da un paradiso di fiori e tralci, di verde e oro, decorazioni vegetali che alludono all’armonia ritrovata, alla pace che accoglie il fedele tornato alla patria celeste.
Quattro profeti ostentano i rotoli, come a richiamarci a ciò che loro avevano detto ma nessuno aveva capito, l’annuncio del Redentore. C’è un cristogramma che lo evoca (XP), accanto all’Alfa e l’Omega. Gli apostoli, invece, percorrono le lunette tra navata e transetto, su uno sfondo azzurro e un piano verde che allude sempre al paradiso. Le colombe che bevono evocano lo Spirito Santo, ma forse anche l’anima. Ma è soprattutto quel cielo stellato che attira lo sguardo e i cuori: 567 stelle su fondo blu, con una grande croce al centro rivolta a oriente, come ad aspettare il ritorno di Cristo: «Allora apparirà il segno del Figlio dell’uomo in cielo e piangeranno tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria».

Si esce dal mausoleo con lo sguardo che tende all’insù, quasi cercasse le stelle da qualche parte, proiettato in un altrove simbolico che trova il suo compimento nel Battistero Neoniano e la sua cupola immaginifica. Qui l’occhio si trova a girare lungo i cerchi concentrici, come fossero una spirale. A partire dal cerchio esterno, che sembra quasi dialogare con la profezia apocalittica, visto che il fregio è composto di nicchie in cui spiccano dei troni su cui stanno appoggiate stoffe color porpora e oro, quasi stessero aspettando il ritorno regale del Cristo.
Ci sono anche balaustre traforate, alberi, arbusti, un altare sorretto da quattro colonne, i Vangeli, e poi un catino a forma di conchiglia, una poltrona preziosa su cui è appoggiata una corona d’oro. La processione degli apostoli è pura astrazione ultraterrena, con figure inscritte nel verde e nel blu, vestite d’oro, alternate a candelabri vegetali dorati anche loro. Eppure le figure hanno ognuna un proprio carattere, e anche un nome inscritto. Sono esseri umani con una loro storia, le espressioni vivaci, i movimenti che li fanno sembrare vivi. Sono uomini che hanno risposto a una chiamata, che hanno guadagnato un posto nella storia della salvezza, in un’ottica cristiana, in cui l’incarnazione abolisce il confine tra il sacro e il profano.
Qual è il momento in cui inizia ufficialmente quella storia? Il battesimo di Gesù, che qui sta nella sommità della cupola, un’immagine che al centro ha una croce gemmata, quasi a ricordarci quale sarà l’apoteosi di questa vicenda, la morte e la resurrezione del Cristo. C’è una figura che è la rappresentazione allegorica del fiume Giordano. Gesù è immerso fino al bacino, il corpo visibile in trasparenza, con una barba e un’aureola che sono stati aggiunti dopo un antico restauro.
Probabilmente, in origine, doveva apparire come il giovinetto che vediamo nel Battistero degli Ariani, sul cui capo Giovanni pone la sua mano, mentre una colomba sembra letteralmente precipitare dall’alto, illuminandolo con una luce azzurra-cielo. Qui è tutto più semplice e diretto, non c’è la spettacolare trasfigurazione del battesimo neoniano, gli apostoli mantengono una loro personalità, si differenziano per l’età, ma sono meno solenni nel loro incedere.

Nulla però è paragonabile all’effetto che suscitano i mosaici di S. Vitale, che accoglie il visitatore dentro uno spazio ottagonale, sormontato da una cupola, che attrae lo sguardo e lo spirito. Marmi, stucchi, pavimenti riccamente decorati, colonne imponenti, archi, fregi; gli occhi si aggirano stupefatti, fino ad approdare al presbiterio.
Qui il busto di Cristo, con i capelli e la barba particolarmente lunghi, e il libro dell’Apocalisse tenuto chiuso tra le mani, è affiancato da Pietro e Paolo. Qui i mosaici, sono stupefacenti per la ricchezza di forme e colori, la nitidezza, la raffinata eleganza. Vecchio e Nuovo Testamento dialogano tra loro.
C’è Abramo, con Sara, che accoglie tre uomini presso la quercia di Mamre, e c’è il sacrificio di Isacco, nel momento in cui la mano del padre, con la spada in mano, viene fermata da quella di Dio, che sbuca dalle nuvole. Si evoca il sacrificio del Figlio di Dio, ma anche l’eucaristia, esattamente come accade nell’altra lunetta, in cui incontriamo Abele (figura del Cristo sacrificato) e Melchisedec (il primo ad offrire pane e vino nella Genesi biblica). Ma qui lo sguardo viene catturato, inevitabilmente, dalla mano che scende dal cielo, in dialogo, come tutto il mosaico, con l’immagine contrapposta. In quelle pareti dai colori vividi, i verdi brillanti, i blu profondi, incontriamo anche Isaia, Geremia e Mosé, il “piano salvifico di Dio”, e i quattro evangelisti.

Gira quasi la testa quando lo sguardo finisce sulla volta, un tripudio di forme vegetali e animali, circoscritti in tralci e in macchie dorate, che sembrano la personificazione dell’idea creativa divina, esaltata da questo Eden lussureggiante, mentre gli angeli ai quattro punti cardinali reggono un cerchio, le cime della volta, dentro cui è inscritto l’Agnello, in un cielo di 27 stelle (tre per tre per tre). Tutto è chiaro, da godere con la vista, e tutto è simbolico ed esoterico, da capire con l’intelletto d’amore, non solo con la ragione.
Nell’abside troviamo un altro Cristo, questa volta giovane e imberbe, il cui trono è un globo azzurro: non solo la Terra, ma il cosmo intero. Sta regalando una corona tempestata di pietre preziose al martire Vitale, mentre il vescovo Ecclesio gli dona un modellino della chiesa.

Ma i mosaici più ammirati in questo luogo non sono quelli più significativi da un punto di vista spirituale o teologico. Non c’è ombra di dubbio sul fatto che il più impressionante in assoluto sia quello che ritrae l’imperatore Giustiniano, insieme all’arcivescovo Massimiano e a un gruppo di soldati e di chierici. Un’opera realizzata completamente in tessere di pietra. L’espressione, per entrambi, è quella della concentrazione, il volto corrucciato, come fosse impegnato in chissà quale grande pensiero riguardo il governo dell’Impero e della Chiesa.
Ma se Giustiniano è un tipo ideale, un volto per così dire standard, nella sua forza, bellezza, nettezza, quello di Massimiano sembra un ritratto quasi realistico, se non proprio impressionistico, con una forte caratterizzazione individuale. Sulla parete sud, invece, troviamo Teodora, ritratta molto più giovane di come doveva apparire a quei tempi, mentre un cortigiano le fa strada, scostando una tenda. Il volto è incastonato in pietre di ogni tipo, una corona sfarzosa, gemme, perle, smeraldi.
Le mani reggono un calice, che assume i caratteri del dono, visto il richiamo ai re Magi sulla sua veste. La accompagnano sette dame di corte, riccamente vestite anche loro. L’imperatore e la sua consorte portano i loro doni a Cristo, verso il quale sono rivolti, sottolineando il fatto che il potere politico è sottoposto a quello divi no, con la mediazione del vescovo.

Per completare questa immersione nell’arte del mosaico, bisogna spostarsi a sud di Ravenna, a 5 chilometri circa, un doveroso omaggio a Sant’Apollinare in Classe, con la sua veste tempestata d’api (simbolo dell’abilità retorica), la figura insieme semplice e imponente, isolata com’è dentro un verde Eden, popolato di piante sempreverdi che evoca no l’eternità, da pini e cipressi, alberi di alloro e di ulivo, ma anche uccelli, pietre e, naturalmente, le pecore, il gregge cristiano. Con il santo che allarga le braccia, come a suggerire la sua “imitatio Christi”. Sopra di lui, la celeberrima trasfigurazione.
«Fu trasfigurato da vanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Pietro disse: “Rabbì, è bello per noi essere qui: facciamo tre capanne, una per te, una per Mosé e una per Elia. Non sapeva infatti cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, l’ama to: ascoltatelo!».
Ma se il racconto del Vangelo è chiaro, diretto, quasi realista (realismo magico, metafisi co, mistico), nel mosaico l’episodio acquista un carattere visionario e astratto, con Elia e Mosé a mezzo busto, immersi in nubi luminose, la mano di Dio che spunta dal cielo dorato, gli apostoli in forma di pecore, e Gesù trasfigurato in una croce enorme (il suo volto è al centro), immersa in un cielo tempestato di stelle.
“Salus mundi”, recita una scritta alla base, per rendere esplicito il concetto. La salvezza, dice il mosaico, è in quella croce. E chi guarda, a prescindere dalla fede o dalla mancanza di fede, si ritrova con lo sguardo pie no di blu, illuminato d’oro, la luce divina, che permette di vedere la realtà oltre l’apparenza, la sostanza invisibile dell’universo, dentro cui siamo immersi. Un invisibile che possiamo contemplare guardando il mosaico, che possiamo intuire, facendolo risuonare in noi.


