Cristina Eléni. Cristina ed Eléni. L’Italia e la Grecia. L’anima (e il corpo) più che la geografia. L’antico, l’ancestrale, che perdura segretamente, anche quando si sottrae, per non fini re calpestato, incompreso, vilipeso. Che attraversa la modernità come una vena che pulsa sotto la pelle del “nuovo”, lo scintillante, sradicato mondo del consumo globale.
Da una parte c’è Firenze, quella meno turistica, che vive per strada, in periferia. Dall’altra l’antica Makedonìa, l’isola di Zacinto, e i tanti posti attraversati in roulotte, in un nomadismo che le ha insegnato il gusto della libertà. Da una parte il mito e la magia, un’umanità radicata nella sua memoria, il visibile quotidiano e l’invisibile a cui allude. Dall’altra il digitale e il concettuale, l’emancipazione, la libertà di diventare sé stessi, mescolando tradizioni e rivoluzioni, terre e cieli.
Cristina Eléni Kontoglou, con quel cognome così importante per la cultura greca, che rimanda a Photis Kontoglou (lei è sua nipote), l’artista che ha riportato a nuova vita la gloriosa tradizione dell’icona bizantina. Pittore, scrittore, ma anche avventuriero, prima di diventare un punto di riferimento per la cultura greca del XX secolo, uomo di grande spiritualità, le cui opere si trovano in varie chiese, oltre che nel municipio di Atene, curatore di musei, illustratore, cultore della sobrietà e della profondità.
Non sorprende trovare, nello stesso albero genealogico, una fotografa e scrittrice che non ama la ribalta, non pratica una letteratura facile, di consumo, ma neanche snobisticamente intellettuale, e ha un senso tutto suo del sacro e del misterico, sensuale, impastato di terra e mare, che semina indizi tra le immagini e le parole, dentro cui sprofondare nel non detto e non spiegato, nell’intimo, l’occulto, il non finito.

Scrittrice, Cristina Eléni, lo è diventata ufficialmente solo da qualche mese, anche se scrive da sempre, compulsivamente. Prima è uscito Volturno Arcano, finalista al Premio Internazionale Mario Luzi 2023, un libro di poesie, anche loro ermetiche (ricche di simboli e ri ferimenti magici) e sensuali (i sensi comandano), che hanno trovato casa, fatalmente, in Eretica Edizioni. Poi Agrimonia, libro singolare, autobiografico, fatto di frammenti, immagini, ricordi, racconti brevi, descrizioni folgoranti, che ci ha incantato. Lo ha proposto Fallone Editore, una piccola casa editrice di rara serietà e gusto, di quelle attente soprattutto alla qualità di ciò che pubblicano.
Tutto è essenziale, in Agrimonia, dipinto in pochi tratti, ma anche riccamente sensoriale, avviluppato nei colori, i suoni, gli odori. Tutto è concreto, reale, ma an che poetico, misterioso, con un doppio fondo che non chiede di essere decifrato, che va accolto, sentito. Picco le storie, incontri, gesti apparentemente banali, cose da bambini, cose da grandi, amori, passioni morbose e/o luminose, segrete delusioni, illuminazioni.
A guidare il ricordo è la sensazione (più o meno alche mica). L’olfatto, ad esempio, che «può trasmutare i ricordi oppure affastellarli in fascine di rami secchi, che restano nella memoria e sprigionano il loro fumo come le spaccature tra i sampietrini, a volte in modo sgradevole e puoi solo ricacciare indietro il ricordo, sperare che non ti insegui più. Altre, vanno giù come uno sciroppo dolce di mora, e ammorbidiscono le corde vocali delle stagioni».
Ci perdiamo dentro i suoi ricordi, le impressioni e le piccole storie, le pagine “vuote” di trama ma piene di vita sospesa. Incontriamo case, alberi, piazze, spiagge, paesaggi sonori, vecchie polaroid, dall’Italia alla Grecia, senza un ordine di tempo o spazio. Conosciamo Nicla, Elga, Euridice, Thalita, la misteriosa bisnonna Magdalini, la sposa Thassia che non rideva e non ama va ballare. E poi Ludwig e Klaus, gli amori lasciati e quelli sfuggiti.

Cristina Eléni si chiede «che significa darsi?», mentre porge al lettore brandelli di parole: «Se qualcuno vorrà sbranare lo farà sulle carni che ho lanciato». L’arte dell’ascondere, una sua ossessione. «Se qualcuno mi chiederà come stai, io risponderò cosa sto facendo, dove sto andando, racconterò qualche aneddoto che distrae, chiederò di lui, di dirmi qualcosa di più, e lui si perderà».
Cristina Eléni sente il bisogno «di essere anche fraintesa, equivocata», anche se poi in questo nascondersi finisce per rivelarsi. È una questione di metodo (esistenziale, prima ancora che artistico e creativo). «Questa ricerca dell’uomo, questo rincorrersi, rincorrere i suoi frammenti ovunque, per tentare di metterli insieme e non disperdersi, è una falsificazione».
Il senso non va cercato dentro una trama compiuta, una verità rivelata, un ordine imposto dalla paura di perdersi nel caos. La questione è il come non il cosa. «Si dovrebbe arrivare all’implosione del senso che genera nuovi sensi, alla dignità del singolo frammento e del ricordo».
Ed eccoci, allora, a scambiarci frammenti, domande e risposte, tracce, idee. A parlare dell’amata Firenze, soprattutto quella “occulta”, i luoghi meno conosciuti, i materiali da annusare, a decine, al “Museo dell’olfatto”. Ma anche della grande villa che si è ritrovata a gestire ad Ancona, eredità della famiglia («Mi aggiro tra le macerie da due anni»), mentre la Grecia continua a chiamarla («è il mio sangue che mi chiama»).
Parliamo di cinema – lei non ha la tv, ma pratica il grande schermo spesso e volentieri – perché nulla ci descrive meglio dei film che amiamo: Ozon, innanzitutto, che esplora il tema del doppio e dell’ambiguità, ma anche Rohmer, il Viaggio in Italia di Rossellini e Il posto delle fragole di Bergman, il primo De Palma, Jonathan Glazer (Under the Skin) e ovviamente i greci Lanthimos e Tsangari.
E che dire dei libri? L’amata Marguerite Duras, innanzitutto, ma anche Ibsen e Schnitzler, Eliot e Stendhal, Sagan e Kawabata. Anche se poi i suoi scritti non assomigliano a ciò che legge, ma a ciò che guarda. «Se ci penso, i miei libri assomigliano all’arte contemporanea. Agrimonia è un libro di foto senza foto. Do al lettore delle immagini e lo aiuto a ricostruirle con le sensazioni. Sì, è un esperimento di arte contemporanea». Quasi un’istallazione. Non per niente ama Kounellis, Baldassarri, Jenny Holzer, la body art, il site-specific. Così come ama i tarocchi, la tradizione magica, il sacro in tutte le sue forme. Perché alla fine ciò che conta, ciò che insegue, sta nell’invisibile, tutto quello che non ha ancora conosciuto. La scrittura, così come la fotografia, non serve a dire o spiegare, ma ad alludere, indicare.

Cristina ed Eléni. Leggendo il tuo doppio nome ho immaginato due anime, una greca e una italiana, che forse non vanno sempre d’accordo.
Hai immaginato bene. Eléni, il mio secondo nome, si riferisce a Elena di Sparta, che poi è diventata Elena di Troia, la Regina Maga che conosce i segreti della natura, come viene descritta quando torna nel palazzo di Mene lao. Una figura controversa e fraintesa, archetipizzata oltre la sua individualità intima, che appare in Euripide, in Eschilo. Semidivina, ibrida, duplice. Avversata e amata, Elena aveva il mondo ai suoi piedi, ma sapeva di essere sola, odiata anche dalla sorella Clitennestra. Tutti hanno parlato di lei, eppure lei è tutto e il contrario di tut to ciò che hanno detto altri a suo nome.
È greco anche Cristina. Deriva da Christos, quindi è un nome molto importante, liturgico. Ma Eléni è più ellenico, ha una dimensione mitologica. Il mio secondo nome non lo avevo reso noto, fino a quindici anni fa, quando ho cominciato a fare foto: per firmarmi, usavo molto più spesso Eléni. Era anche una questione pratica: nel retro delle foto occupava meno spazio. Ed era una questione di personaggio, di personalità. Quando fotografavo mi sentivo più Eléni che Cristina. Ho sempre avuto questa dimensione ambivalente, per la mia doppia origine culturale. Un’ambivalenza importante. Anche un’idiosincrasia.
Una cosa di cui soffri o un valore aggiunto?
Tutto ciò di cui soffro, in realtà, è qualcosa in cui mi ci vesto comoda. Una dimensione dove mi piace restare. Che poi cerco di rivoltare, di “strumentalizzare” per utilizzar la come un’arma, per tutelarmi. È qualcosa di cui ormai mi sono fatta una ragione. Le persone che mi hanno conosciuto come Eléni, nel periodo in cui fotografavo, non sapevano neppure che mi chiamassi Cristina. Alla fine ho deciso di sposare entrambe le identità. Ognuno sceglie come preferisce chiamarmi tra i due nomi, a seconda se si senta o meno attratto da una certa suggestione, e la sua scelta rivela più di lui che di me. Il mio doppio nome è diventato uno specchio dell’Altro.
È un’ambivalenza che arriva dalla tua famiglia?
Nella mia famiglia siamo tutti molto ambivalenti. La Grecia e l’Italia sono due culture ancestrali. Ma mentre l’Italia, in un certo senso, ha dimenticato questa sua dimensione, la Grecia ne risuona maggiormente. È un Paese diventato indipendente di recente. È ancora molto legato alla sua identità.
È più anima che nazione.
Esatto. Ha più il valore delle radici da preservare. Anche il senso di comunità. Ci sono più feste celebrate insieme durante l’anno, scandite da rituali. Come la Pasqua che si prepara in diverse giornate e dedica un giorno ad ogni aspetto. O la theofania, il lancio della croce in mare durante l’Epifania, quando i giovani del luogo si tuffa no per recuperarla nelle acque gelide. C’è un’unione maggiore. Ma anche una maggiore malinconia legata a questo passato tanto importante. La Grecia è stata vessata e violata per secoli. Si può dire che lo è tuttora. In Grecia, come in Italia, appare il tema dell’antico che incontra il moderno, cercando un compro messo che non esiste. Un’ambivalenza che torna anche in me, nelle mie foto, nei miei scritti, nella mia persona.
La Grecia, per noi che la viviamo da lontano, è una sorta di madre mitica, dove è nato il nostro pensiero, la cultura, il modo in cui intendiamo l’anima. È più un’idea che una realtà concreta.
È una terra complicata proprio perché è fresca, giovanissima, ma antica, immortale. Una sorta di vampira. Una terra senza tempo, nata ora. Lo si vede anche nei film dei registi greci, diventati molto noti, oggi, nel mondo, ma che noi conosciamo da tempo. Sono lavori che rispecchiano un certo turbamento, anche qualcosa di perverso, di torbido. Il torbido nasce dalla difficoltà nel far entrare il nuovo e preservare l’antico.
C’è del torbido anche nelle cose che scrivi. Inteso in senso positivo. Come coraggio di immergersi in qualcosa di oscuro che di solito si guarda da lontano, con timore. Immergendosi, si scopre quanta ricchezza sia nascosta in quell’oscurità.
Infatti le tematiche che preferisco sono quelle dell’identità, dell’ambiguità, della specularità. Amo il non detto. Nel mio libro ci sono anche delle tinte noir, non nel senso artefatto o ricercato del genere, ma il nero che esiste nella realtà. C’è qualcosa di misterioso nel reale. Che riguarda anche le sensazioni. Quella sensazione che si ha “nel” momento, e non “sul” momento, che si ha appunto impregnandosi delle impressioni, ma non si riesce a spiegare.

Dove sei nata?
A Jesi, in provincia di Ancona, perché mia madre è marchigiana. Ma ho sempre vissuto tra Firenze, dove sono cresciuta, Ancona, dove ho una villa sul mare, e la Grecia, dove trascorrevo cinque-sei mesi all’anno. Anche in questo la mia vita si biforca, inevitabilmente, e diventa ambivalente.
In Grecia vivevo una vita molto libera, senza regole, senza costrizioni. Mi portavano in giro per quattro-cinque mesi in roulotte, vivevo in uno stato selvaggio, da nomade. Poi tornavo in Italia, dove invece dovevo attenermi alle regole scolastiche e alle norme della vita ordinaria. Era molto difficile. Anche per ché i primi anni, quando ero piccola, li ho trascorsi in una scuola che stava in un convento di suore.
Ricordo qualcosa di molto oscuro, di cupo, che aleggia va in quel chiostro. Ricordo un dipinto con il serpente schiacciato dalla Vergine. Ci dicevano: voi siete il peccato, anche se siete solo bambini. In un certo senso smitizza la visione idealizzata dell’infanzia ad uso e consumo del mondo adulto, che la vuole pura. Può esserci un aspetto vero in tutto questo, anche se non così estremo.
Niente di meglio del senso di colpa per devastare una mente bambina e governarla meglio.
Era una dimensione completamente opposta rispetto a quella che vivevo in Grecia, dove ero quasi priva di un’identità. Portavo due vestiti, dei libri, e vivevo così, come veniva. Non c’era niente in quei luoghi incontaminati, ancora. Solo una piazzola di sosta con una macchinetta per i pupazzi, la domenica. Niente tv, giornali pochi e in ritardo.
Mia madre era una sessantottina, fuggita dall’ambiente benestante di una famiglia di origine nobile. Mi ha sempre cresciuta in una maniera molto anticonformista. Poi l’ambivalenza si è riprodotta in adolescenza, quando ho cominciato ad avere una doppia formazione. Da un lato c’era mia madre che mi portava ai teatri e ai cinema già a 7 anni. Nei weekend non andavo a giocare con i miei coetanei, ma andavo a vedere Shakespeare o la Turandot. Ho questa immagine di me, sul palco di un teatro, composta, che osservo incantata. Dall’altra parte c’era la strada. Il quartiere di Firenze in cui sono cresciuta era molto materico. Una periferia. La mia formazione concreta, corporea, molto diversa da quell’altra, astratta. Passavo il mio tempo per strada, con i ragazzi del quartiere.
Questa doppia dimensione della mia formazione si rispecchia anche in quello che scrivo. Da una parte c’è la matericità, l’importanza che hanno le sensazioni, le impressioni. Dall’altra una dimensione più onirica, rarefatta.

La tua scrittura è molto visiva, sensoriale, si sentono anche gli odori, ci sono l’udito e il tatto. E però c’è sempre un invisibile che emerge, qualcosa di simbolico, un fantasma di significato.
È un tipo di scrittura non così frequente in Italia, dove si dà grande importanza al plot. Il lettore è abituato ad avere una trama, a vedere dove si vuole andare a parare. Forse, restare immerso nella nebbia, gli lascia uno stato di discomfort. Questa cosa invece è molto frequente nel la letteratura francese, fa parte anche quella della mia formazione. Mi piace pensare alla scrittura come alle Combustioni dei lavori di Burri. Bruciava il materiale e lasciava che assumesse forme misteriose diverse dalla partenza: de contestualizzo una parola e la colloco in un ambito che non le appartiene.
Ti sei laureata sull’opera di Marguerite Duras.
Nel suo Moderato cantabile non accade niente. Tutto si svolge intorno a questa sonata di piano. E da un grido che squarcia le note e proviene dall’esterno. Il lettore resta avvolto dal mistero, dalla sensualità, i colori, le sensazioni. E quando chiude il libro rimane fortemente turbato. Questo turbamento è qualcosa che non fa così parte della letteratura italiana, che necessita di trovare una chiarezza emotiva.
Porti un cognome impegnativo. Sei nipote di un autentico mito in Grecia, Photis Kontoglou. Immagino sia una presenza importante nella tua famiglia.
Sì, fa parte della storia della nostra famiglia. In Italia forse non è così conosciuto, ma in Grecia chiunque conosce Kontoglou, che è stato un maestro dell’iconografia bizantina. Ha affrescato quasi tutte le chiese in Grecia. E i suoi allievi hanno dipinto icone per cattedrali in America e in altri luoghi del mondo. Spesso ci informano quando c’è una mostra su di lui. Recentemente ne hanno allestita una molto affascinante ad Atene, in cui alcuni pittori contemporanei si interfacciavano con le sue opere. Era una personalità molto particolare, ha anche vissuto in un monastero sul monte Athos.
A proposito di anime inquiete, leggendo la sua storia si capisce un po’ anche la tua personalità. Ha peregrinato in giro per il mondo, facendo anche il minatore in Francia, prima di trovare la sua dimensione artistica e diventare una sorta di padre della patria.
Viene anche da lì la dimensione creativa della mia famiglia. Tutti, dalla parte di mio padre, dipingo no, scrivono, cantano: mia cugina Elettra è soprano. Abbiamo una dimensione creativa molto forte. An che io da bambina ho vinto dei concorsi di disegno. Ma dalla parte di mio padre c’è anche una componente politica importante. Hanno una coscienza sociale molto pervasiva. I miei cugini sono cresciuti in mezzo alle manifestazioni operaie. È normale, per un greco, parlare di politica, già da quando si è piccoli. Un fratello di mio padre è un politico di Syriza, il partito di Tsipras. Hanno voglia di essere in un “noi” ipotetico, di tentare di cambiare la società. Tornando al tuo lavoro: fotografia, poesia, auto biografia narrativa, sembrano strumenti diversi. Sono mezzi con cui cerchi cose diverse o diversi modi di guardare la stessa cosa? Questa è una domanda un po’ borgesiana (nel senso di Borges). Mi piace. Diciamo che sono tutte manifesta zioni della mia persona. Anche quando faccio il pane, è una manifestazione di quello che sono, un prodromo: la letteratura si trova nei luoghi più impensabili.
Per me è stato naturale fotografare, come è stato naturale scrivere. Ho scelto la fotografia, per prima, perché non avevo mai pensato di scrivere. Anzi, avevo orrore della scrittura, se si può dire così. Anche se può sembrare paradossale, visto che sono una divoratrice di libri. Ne leggo un centinaio all’anno. Mia madre mi ha instradato sulla letteratura già quando avevo 6 anni, anche con volumi poco adatti alla mia età. Rubavo dai suoi scaffali Marianna Ucria della Maraini, Stephen King, Kerouac, la Yoshimoto, Goethe.
Che cosa ti faceva orrore della scrittura?
La paura di svelarmi troppo. La forma scritta rimane incontrovertibile, incancellabile.
Cito un tuo racconto: “Non uscire nuda con le tue emozioni e i pensieri alla portata di chiunque”.
Proprio così. Trovavo troppo feroce dovermi mettere nero su bianco. La fotografia invece mi permetteva di esserci senza esserci. Essere presente nelle foto nel mio modo di vedere un oggetto, ma in un certo senso assentarmi, la sciarmi evaporare nel prodotto fotografico. Un prodotto audiovisivo lascia più spazio alle interpretazioni. Quando ho cominciato a scrivere, ho mantenuto quel tipo di approccio, fotografico. Un approccio che consiste nel non mantenere la concentrazione solo su ciò che racconti (o che fotografi), ma fare in modo che il lettore (o chi guarda la foto) si chieda dove prosegue il racconto (o l’immagine). Cosa c’è oltre? Cosa c’è dietro l’apparenza? È il motivo per cui amo le fotografie in cui la composi zione non finisce sui bordi, in cui si può intravvedere un pezzo di figura e ci si domanda cosa c’è al di là. Nella scrittura ho voluto mantenere l’aspetto simbolico e quello misterico, non solo misterioso, esegetico.
Ami il frammento. E l’incompiuto. A volte il letto re è preso da una storia, dalla descrizione di qual cosa, ma quando sei vicino a capire qualcosa, vieni abbandonato lì, dove sei, e ti viene quasi voglia di sporgerti per vedere cosa c’è oltre il racconto.
La realtà è questa, è fatta così. Non è fatta di plot compiuti, di storie finite. Questa è un’invenzione della for ma letteraria. La realtà è molto più sfuggente di quanto pensiamo. Anche quando sembra esserci una storia che si compie, in realtà ci sono tante altre prospettive attraverso cui si può intravedere quella storia. Ci sono residui e scorie di tutto ciò che non è stato detto di quella situazione, rapporto, o dinamica. La realtà è frustrante, in senso positivo, è fatta di incontri con persone che probabilmente non re-incontrerai più o che ritroverai senza che ci si sia detto tutto.
I personaggi dei miei libri sono battitori liberi, singoli. Anche quando c’è una relazione, un rapporto tra i personaggi, sono sempre incompiuti. Questo avvolge i protagonisti in una solitudine che però non è negativa, è quasi protettiva, tutelare. Un non voler spiegare ogni cosa, perché non tutto venga rivelato. È nel vuoto e negli spazi liberi, gli spazi bianchi, anche tra individui, che può nascere qualcosa. Come diceva Fernanda Pivano “Se dobbiamo avere dei segreti, lascia che a me restino segreti almeno i pensieri”.

Tu nutri una vera e propria idiosincrasia nei con fronti del “senso”. L’idea di poter dare un significato preciso, univoco, a una cosa o una persona. Al loro stare insieme.
A volte i miei personaggi si trovano in contesti che tra smettono un senso di comunità, che possono essere un mercato, un luna park, un club notturno. Ma quando si ritrovano di fronte all’altro, quel legame è percepito così forte da averne quasi paura, e si ritraggono. Questo crea un effetto di morbidezza alternato a ferocia. Ci sono frasi, soprattutto alla fine di alcuni racconti, che sono piuttosto feroci. In Squame racconto di cosa significasse entrare in un club notturno, in un’isola greca, fatto di specchi, e scatole a scomparsa, come un luna park. Ti trovi avvolto da tutte quelle persone, sconosciute, per una notte soltanto, e uscendone, “le mani mi sfiorano e sento ancora i brividi”. La presenza dell’altro c’è, è costante, ma è una presenza da cui non sempre farsi abbracciare.
Non è neanche così importante, per chi legge, sapere quanto il racconto sia autenticamente autobiografico. È più importante seguire il flusso: ci sono cose che richiamano altre cose, rime in terne, nomi che ritornano.
Ci sono almeno due personaggi maschili che ritornano spesso. Il “tu” a cui mi rivolgo: uno è un personaggio che fa parte del passato, un amore concluso; l’altro è un amore incompiuto, un personaggio con cui rimane del sospeso e del non detto. Ritornano spesso, come ritorna sempre, nella realtà, nei momenti più disparati, il pensiero di una determinata persona che non fa più parte della nostra vita; ritorna come noi ritorniamo sulla scena del crimine, che sono i nostri ricordi, per cercare di ricostruire i pezzi. Ma poi ci ritroviamo con qualcosa in mano che non combacia del tutto. Io torno anche a cercare questa persona, scomparsa, in un paesaggio rurale, ancestrale, ma non la trovo… I personaggi, comunque, sono reali, sono persone che ho conosciuto.
Ti hanno dovuta convincere a pubblicare questi racconti, che parlano di te?
Prima ho pubblicato il volume di poesie, Volturno arca no. L’ho composto in due settimane.
Strano, perché sembrano poesie molto diverse tra loro, diversi paesaggi emotivi. Sembrano il frutto di vari anni di lavoro.
Perché erano sedimentate. Sono strati archeologici. L’ho scritto in un tempo così breve perché sono una scrittrice compulsiva, ma si tratta di eventi temporali anche molto distanti tra loro. Ho inviato la raccolta a due o tre case editrici che amavo particolarmente, senza nessuna aspettativa. Non ti posso dire, come dice qualcuno, che “ho sempre sognato di fare la scrittrice”. Non è vero. Non sarebbe reale. L’ho semplicemente inviato, mi hanno risposto tutte e poi ho pubblicato con quella che mi sembrava più vicina al mio progetto. Ma è stata una cosa inaspettata. Lo stesso è successo con Agrimonia: ho ricevuto diverse riposte e ho scelto la casa editrice che più mi corrispondeva.
Non avevi l’idea di “diventare scrittrice”, finalmente.
Io ho sempre scritto molto sui social. In tanti mi hanno chiesto, negli anni, di collaborare a vari progetti. Ma avevo scelto la fotografia. Poi a un certo punto ho pensato che fosse arrivato il momento di svelarmi, di uscire dalla dimensione della cornice, attraverso le suggestioni della parola. Di fare anche un compromesso con me stessa. Accettare che il mio nero su bianco rimanesse tra le mani di chi legge. Spogliarmi un po’ di più.
Intanto continui a insegnare?
Quest’anno ho dovuto seguire altri progetti, ma sì, il mio lavoro è insegnare. Insegnante di letteratura francese. Anche in carcere.
Vuoi parlarci di questa esperienza?
Ho cominciato già dal primo anno di insegnamento. In segnavo su tre fronti: al serale, al liceo e in carcere. Avevo un contratto che prevedeva tutte e tre queste dimensioni. Ma il carcere l’ho amato particolarmente, perché è un “punto di sella”, un anello di congiunzione, un non luogo, esattamente come i non luoghi che descrivo nei miei racconti. Voci nel buio Amo molto quei luoghi che – siano artificiali, artefatti, o naturali – non hanno un obiettivo a breve termine. Dove le identità sono molto flessibili, elastiche. Il carcere è proprio questo. Un luogo in cui le persone si ritrovano per scontare qualcosa, però sono ancora legate alla realtà che conoscevano, all’esterno. È una sorta di limbo. Un non luogo fatto di gesti ripetitivi, cadenze, abitudini, appuntamenti, orari, frasi. Le personalità quindi emergono in modo molto forte. Quando entri, le persone ti guardano, ti osservano tanto, molto più che all’esterno. Cercano di svelarti, di capire qualcosa in più di te. Hanno imparato a decifrare i gesti, i silenzi. Mi hanno studiato molto.
Chi ti legge ha un’immagine di te come persona misteriosa, solitaria, che sta bene nel suo spazio silenzioso. Pensarti in quel contesto è difficile.
Fa parte della mia ambivalenza. C’è la parte astratta, eterea, nettuniana, e l’altra che invece è più legata alla strada, alla matericità, ai problemi reali, concreti. Mi interessa molto anche la dimensione geopolitica. Mi interessa la terra, mi piace sporcarmi le mani. Il fiore di loto ha una dimensione pura, nettuniana, ma ha le radici nel fango, nel torbido, da cui si rigenera.

Ho letto anche di un tuo interesse per la tarologia.
Sì, sono una collezionista di tarocchi, ne ho un’ottantina di tutte le parti del mondo. Mia nonna, come ho scritto in Agrimonia, leggeva i fondi di caffè. Anche la bisnonna. C’è un’antica tradizione di streghe nella Makedonìa, la regione da cui provengo in Grecia. Ci sono tantissimi riferimenti antichi alla stregoneria, non in chiave new age, come se ne parla adesso.
Neanche in chiave psicanalitica junghiana.
No, no, proprio la stregoneria fatta di ricettari pratici, per far piovere, far partorire le vacche, far rimanere in cinta le donne… Volumi tramandati per generazioni. Poi è tutto un decodificare simboli ermetici. Torniamo sempre lì. Andare oltre ciò che appare. È l’invisibile che mi attrae. Al di là di queste nozioni, che mi sono state tramandate dalla parte greca della mia famiglia, io ho sempre fatto le carte, da quando avevo dieci anni e mi fu regalato il primo mazzo.
Quindi sei anche un po’ strega, non ti manca niente.
Già. Oltre a leggere i tarocchi ho voluto anche studiare i simboli araldici, i colori, la derivazione dei vari mazzi. Anche gli oracoli, la geomanzia, l’idromanzia, la piromanzia. Tutto ciò che studia i secondi e terzi significanti della realtà che conosciamo. Non conosciamo mai la verità neanche quando pensiamo di conoscerla. Conosciamo il verosimile: si può dire che la verità è trascurabile.
Qual è il tuo rapporto con il sacro?
Il sacro mi ha sempre affascinato molto. Sacro, sacer, era sia positivo che negativo. Tutto ciò che restava fuori dalla comunità e che non può essere misurato, venduto. Mi affascinano le sacre scritture di ogni religione, dalla Bhagavad Gita alla Bibbia. Tutto ciò che è sacro, però, per come lo vedo io, riguarda anche la terra. Non ho una visione verticale, gerarchica, della sacralità, come succede in occidente. Per me la sacralità è orizzontale. C’è del sacro anche nella carne, nel sangue, nelle ossa, nelle urla, in tutto ciò che ci circonda. Mi interessa ciò che è esoterismo.
Per un certo tempo è stato anche il mio lavoro, perché la tarologia mi prendeva molto tempo. Ed è qualcosa che ho trasfuso nello scritto. Molte delle mie descrizioni sensoriali si avvalgono di questo elemento esoterico. Diverse poesie di Volturno Arcano hanno rimandi all’esoterismo. C’è n’è una anche dedicata alla Luna, l’arcano dei tarocchi. Un’altra, Alimurgia, che si riferisce alla raccolta antica delle erbe, fatta anche nelle carestie, un rituale preciso, che prevedeva le piante venissero tagliate con un certo materiale in determinati punti, e dopo aver chiesto loro il permesso. Sono tutte tracce in filigrana che inserisco sotto la cucitura di ciò che scrivo. Al di là di una prima lettura, di ciò che può arrivare immediatamente, ne abbiamo una seconda in cui si possono trovare queste piccole tracce che io lascio.
L’agrimonia è una pianta che veniva usata spesso in stregoneria. Veniva utilizzata per impedire alle persone di perdere i ricordi, per ancorare la memoria. Ma si diceva anche che se ci si fosse addormentati con una pianta di agrimonia sotto il cuscino, non ci si sarebbe risvegliati più. Quindi è una pianta ambivalente, anche lei. È bella, esteticamente piacevole alla vista, delicata, quasi una divinità che può preservarci dall’oblio, ma ha anche una dimensione maledetta.

La voce narrante del tuo libro è sfuggente. Eppure, dopo averlo letto, si ha l’impressione di aver conosciuto davvero qualcuno, in profondità.
Lo scopo è quello. Quando non abbiamo punti di riferimento, quando non abbiamo risposte e neanche le vogliamo (io non voglio dare risposte, voglio aprire ad altre domande), l’unico punto di riferimento restano i sensi. Il mio unico punto di riferimento quando scrivo. Anche se si tratta di sensazioni sfuggenti. Ettore Sottsass non era d’accordo con chi dice che il design destinato a scomparire sia meno importante del design che dura: le cose fugaci sono un riferimento importante. Danno già delle risposte.
Noi parliamo spesso di “redness”, della passione che ti spinge a fare qualcosa, che ti fa alzare la mattina. Qual è la stella polare del tuo stare al mondo, la cosa che ti spinge avanti?
Scoprire cosa c’è oltre. Decodificare e guardare più in là. Lo scopo è quello. Quando non abbiamo punti di riferimento, quando non abbiamo risposte e neanche le vogliamo (io non voglio dare risposte, voglio aprire ad altre domande), l’unico punto di riferimento restano i sensi. Il mio unico punto di riferimento quando scrivo. Anche se si tratta di sensazioni sfuggenti. Ettore Sottsass non era d’accordo con chi dice che il design destinato a scomparire sia meno importante del design che dura: le cose fugaci sono un riferimento importante. Danno già delle risposte. Mi sento come un iniziato dei misteri eleusini. Mi aggi ro nel mondo in questa maniera. Sono assetata di tutto ciò che non conosco. Ecco cosa mi stimola. Il buio. Il buio mi fa alzare.


