| Visioni

Creare mondi per capire il mondo

“Il ragazzo e l’airone” è l’ultima magia di mastro Miyazaki, l’ennesimo capolavoro di un animatore inimitabile, che con questo film ci consegna la sua eredità.

Un ragazzo alle prese con il dolore più grande, la perdita della persona che ama di più, nel mezzo di una guerra. Una vita da ricominciare, in un luogo che sembra fuori dal mondo, circondato da una foresta, dove si erge una torre misteriosa, apparentemente inaccessibile. Un airone che osserva il ragazzo, che plana intorno a lui, e ci permette di guardarlo da un’altra prospettiva, attraverso uno sguardo “altro” (che consentirà anche a lui di vedersi in un modo nuovo, diverso).

Puro Miyazaki. Con quel disegno inconfondibile, che è limpida poesia, preciso nel dettaglio, quasi iperrealista, e sfumato, acquerellato, nei piani lunghi e negli elementi della natura. Con i colori decisi, i visi espressivi, le forme mutanti. Con quel suo modo di stare dentro la realtà immaginata, prendendosi i suoi tempi, liquidando i climax in pochi gesti e parole, ma dando importanza a ciò che sta di lato, accanto, dietro, usando il “vuoto” con maestria. Quella gentilezza e grazia solo sua, che si manifesta anche nei risvolti più cupi, la capacità di inventarsi personaggi di spaventosa bellezza, inquietanti e teneri insieme.

Le sette nonne de "Il ragazzo e l'airone"
I personaggi più strambi e irresistibili? Le sette nonne, con le loro facce di gomma.

La prima parte de Il ragazzo e l’airone (distribuito in Italia da Lucky Red) è forse uno dei punti più alti mai raggiunti dal grande maestro giapponese, che pure nella sua filmografia ha quasi solo capolavori, da Laputa a Totoro, dalla Principessa Mononoke all’inarrivabile La città incantata (tra i migliori della storia del cinema tout court, non solo dell’animazione), da Porco rosso a Ponyo.

La sua capacità di stare ad altezza bambino (ragazzo), la semplicità trasparente, con una profondità, nei temi e nei modi, che parla anche (soprattutto, in questo caso) alla complessità degli adulti. Ogni gesto, ogni suono, costruisce l’attesa, tratteggia ambienti e caratteri, svela emozioni nascoste, stimola l’intuizione di qualcosa che ci supera.

Poi, nella seconda parte, si scatena la fantasia, in modo quasi frenetico, e nel film si riversa l’immaginario dell’universo Ghibli, dentro una storia che è il consueto percorso di iniziazione, con le sue prove da superare, reali e simboliche, dentro un mondo di esperienze immaginifiche che potrebbero essere anche solo interiori, visto che il “mondo di sotto” è anche un’espressione metaforica dell’inconscio.

I Warawara, invenzione nel tipico stile Ghibli
I Warawara, invenzione nel tipico stile Ghibli

Ogni film di Miyazaki è un evento. E lo è ancora di più se si pensa che ha appena compiuto 83 anni, e che questo è il suo ennesimo “ultimo film”. Siamo felici che non si sia fermato a Si alza il vento (forse troppo personale per riuscire ad es sere davvero universale), come aveva annunciato, visto che aveva ancora tanto da dare.

«E voi come vivete?» . La domanda è questa. Il senso, il significato interiore, di un film pieno di cose, che ti travolge coi suoi corpi mutanti, animali mezzi uomini e parrocchetti affamati; con la ragazza che sprigiona fiamme, il prozio demiurgo semi-divino e le memorabili sette nonne (invece dei sette nani); con quegli esserini morbidi che volano via, anime pronte a incarnarsi, inseguite da pellicani famelici intrappolati nell’al di là; con soglie ovunque, che portano ad altri mondi, la guerra quella vera in forma di inferno di fuoco, ma anche la battaglia per la sopravvivenza in una dimensione magica in cui si confondono vivi e morti, realtà e immaginazione.

Tutto gira intorno a quella domanda: «E voi come vivete?» (interrogativo aperto anche al futuro, al “come vivrete”). Quel Kimitachiwa Do Ikiruka che nella prima versione del titolo internazionale era diventato un How do you live? Il titolo di un romanzo di Genzaburo Yoshino, che guarda casa il regista giapponese ricevette in regalo dalla madre, quando era ragazzo. Una domanda che ha un significato etico ed esistenziale: suona come un passaggio di testimone, il messaggio della vecchia generazione a quella nuova, un appello alla consapevolezza, alla necessità di riflettere sul nostro posto nel mondo; ma anche come un ragionamento a ritroso, la riflessione di un uomo in là con gli anni che si chiede come ha vissuto, se è stato all’altezza delle premesse, i talenti, le aspettative (sue e di chi lo ama), se è riuscito a dare agli altri qualcosa di importante e duraturo.

La madre di Mahito in "Il ragazzo e l'airone"
La madre acquisita di Mahito

È lo stesso Miyazaki a spiegarci che il film ha anche un carattere autobiografico. Esperienze vissute da ragazzo. Elementi biografici in cui ci siamo già imbattuti in altri film. Il padre ingegnere aeronautico, come il papà di Mahito, giovane protagonista della storia. Il dolore per la madre alle prese con una brutta malattia, che la costrinse spesso in ospedale. La guerra, come ricordo lontano ma sempre presente, oltre che come tremenda attualità.

Parliamo di un film dedicato esplicitamente al nipote, una sorta di passaggio generazionale, tema presente in modo esplicito all’interno della trama. Un messaggio che la scia a lui e a tutti noi, vestendo i panni di un “grande vecchio” che usa l’arte, la conoscenza, l’invenzione, per creare mondi, per immaginare un universo alternativo, un’altra realtà, forse più giusta, più bella, meno dolorosa, ma pur sempre fondata su un equilibrio sottile, che può essere infranto da un gesto violento, un atteggiamento superficiale, un’inutile volontà di potenza.

Sappiamo dell’ossessione di Miyazaki per la perfezione, del suo lavoro meticoloso, con i suoi risvolti umanamente discutibili, a cui allude il film. Ma Miyazaki è anche il ragazzo protagonista, che va alla scoperta del mondo, è quel viaggio nel regno della fantasia, alla ricerca di un senso, in cui si è cimentato in ogni suo film.

«Un ragazzo di nome Mahito, desideroso di ritrovare sua madre, si avventura in un mondo abitato dai vivi e dai morti. In quel luogo la morte giunge al termine, e la vita trova un nuovo inizio. La guida di Mahito è mezzo airone e mezzo uomo e mescola abilmente verità e menzogna» . La trama viene raccontata così nel pressbook (le note che la casa di produzione scrive per presentare il film alla stampa). Ed evoca temi grandi e importanti, rimanendo ad altezza bambino, un ragazzino di dodici anni.

La morte, soprattutto. Il dolore che porta con sé, la fatica che facciamo ad accettarla. Ma anche le bugie che ci raccontiamo per vivere meglio, per non pensare a quel dolore, per provare a costruire una vita immaginaria che ci metta al riparo da ciò che non vogliamo affrontare. E poi il potere dell’amicizia e dell’amore, che ci portano oltre noi stessi, che ci fanno capire perché la vita vale sempre la pena di essere vissuta.

Mahito «odora di morte», come dice uno dei personaggi che in contra nel regno dell’altrove. Porta con sé una ferita che non può scomparire. E però ha un coraggio ammirevole, un’ostinazione tipica dei personaggi di Miyazaki, che imparano a guardare la paura negli occhi e si trasformano in piccoli eroi. «Mahito fa fatica a gestire i complessi sentimenti che prova sia nei confronti di suo padre, uomo audace ed energico, che nei confronti della nuova matrigna Natsuko, che peraltro è la sorella minore di sua madre».

Mahito, il ragazzo protagonista, insieme al buffo/spaventoso airone mezzo uomo.
Mahito, il ragazzo protagonista, insieme al buffo/spaventoso airone mezzo uomo.

Come sempre, nel cinema di Miyazaki, gli adulti portano con sé un’ambiguità di fondo, con le loro certezze esibite, e l’arroganza di chi pensa di avere la risposta giusta, di poter controllare le cose della vita. Come sempre, per risolvere le cose, serve lo sguardo di un bambino, il suo bisogno di avere risposte, la sua capacità di stupirsi e di credere.

Alla fine il messaggio è sempre quello: accettare la fragilità, essere consapevoli dei limiti; tenere gli occhi aperti, spalancati, per cogliere la bellezza e la ricchezza del mondo; ricordarsi che abbiamo questo potere immenso, l’immaginazione, la capacità di creare mondi, che è propria dell’arte, il cinema, la mu sica, la letteratura, uno strumento quasi magico, che magari non può darci risposte certe, ma può aiutarci a fare le domande giuste.

Scriveva Miyazaki, con la consueta severità nei confronti di sé stesso: «Non c’è niente di più patetico che annunciare al mondo il proprio ritiro a causa dell’età, e poi fare marcia indietro. Ci si può rendere conto di quanto sia patetico, ma ciò nonostante farlo lo stesso? Una persona anziana non illude forse sé stessa credendo di essere ancora capace, malgrado la smemoratezza tipica dell’età, di poter dare il massimo? Puoi scommetterci che si illude!».

Sì, fortunatamente Miyazaki continua a illudersi di capire questo nostro mondo «confusamente alla deriva, indefinibile e incomprensibile». Non è certo un ottimista, la sua arte non è banalmente consolatoria, soprattutto in un film cupo come questo.

Il prozio demiurgo de "Il ragazzo e l'airone"
Il prozio demiurgo.

Eppure c’è qualcosa di luminoso, di magico, di misterioso, che dà un senso a qualsiasi dolore, che nobilita i dubbi e risolve le paure, che ribadisce quanto sia straordinario il mondo (quello visibile e quello invisibile) e il viaggio che chiamiamo vita.

Può darsi che ci sia anche un messaggio “nascosto” in questo film, la fatica di un artista che ha portato l’animazione a livelli poetici mai visti, tenendo insieme le ragioni dello spettacolo e quelle dell’arte, con la consapevolezza però che quel modo di fare cinema forse è destinato a scomparire.

Il Prozio non ha più eredi. E però, allo stesso tempo, non è detto che l’eredità sia solo una tecnica, un modo di in tendere la creazione. Il Prozio forse è solo la proiezione di una scelta possibile ma sbagliata, quella di ri chiudersi in una torre d’avorio, per proteggersi dal mondo che cambia velocemente, dalla vita che ti segna.

No, la fantasia e la meraviglia non sono vie di fuga. Il mondo è pieno di spiriti, ogni cosa ha un’anima, bisogna solo imparare a vederla, quotidianamente, anche nelle piccole cose. Il messaggio non cambia, ma è sempre più potente e convincente. Grazie mastro Miyazaki!

La locandina italiana de "Il ragazzo e l'airone"

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