| Incontri

Massimo Cacciari

La metafisica? Un sapere concreto.
Il reale non si può ridurre a ciò che è calcolabile e manipolabile.
Un dialogo tra filosofia, mistica e poesia.

«Che miracolo sono queste vite / che l’impensabile vogliono pensare, / che ciò che mai fu scritto pure leggono, / che ciò che è più confuso hanno nel pugno / e nelle tenebre trovano la vita».

Massimo Cacciari ha scelto queste parole di Hugo von Hofmannsthal, tratte da Il folle e la morte, un “piccolo dramma” datato 1893, per aprire l’ultimo capitolo del suo Metafisica concreta, intitolato Realphilosophie. Un capitolo lungo una quarantina di pagine, che forse è una delle cose più alte e profonde, misteriose e lucide insieme, che il pensiero filosofico contemporaneo abbia prodotto negli ultimi decenni.

Leggendolo, viene in mente ciò che proprio von Hofmannsthal scri veva nel suo Filosofia del metaforico: «Vorrei che avessimo un maggior numero di quelle parole che, affascinanti e tremende, paiono risuonare dal cuore delle cose, quelle che qua e là un uomo dimenticato ha scalfito sul coperchio di un sarcofago, su una pietra incisa o su un esile vaso». Lui che, scrivendo di Gabriele D’Annunzio, parlava della vita come di una coppa piena, che però perde il suo contenuto da un’incrinatura, lasciandoci «infinitamente assetati», «così nel possesso sentiamo la perdita, sentiamo nell’esperienza ciò che ogni volta ci sfugge» e ci aggiriamo come «ombre chiaroveggenti eppure cieche alla luce del giorno».

Non è certo un caso che il libro di Massimo Cacciari, edito da Adelphi, sia dedicato, in esergo, «al claro del bosque», all’immagine-concetto con cui Maria Zambrano ha indicato l’indicibile che non possiamo fare a meno di dire, evocare, cercare in ogni momento, con gli strumenti che abbiamo. In un abbraccio tra filosofia, mistica e poesia, tra pensiero, visione (sogno?) e intuizione creativa.

Eppure qui si parla di “metafisica concreta”, della necessità di superare il pregiudizio anti-metafisico che ha finito per distorcere, e poi capovolgere, il significato vero di questa parola. Perché la metafisica è tutto fuorché astrazione speculativa o divagazione sull’oltre-mondo, qualsiasi esso sia. E ancora meno è la ricerca di un fondamento che dia alla realtà un ordine razionale definitivo e conclusivo, la cui logica totalizzante rischia di diventare oppressiva per l’individuo (ciò che ha sempre sostenuto, tra gli altri, anche un caro amico di Cacciari come Gianni Vattimo, che infatti citava volentieri Adorno secondo cui “la metafisica prepara Auschwitz”).

La tesi la diciamo subito, visto che è il frutto di decenni di riflessione: in realtà ogni vera metafisica (anche quelle classiche di Platone o Aristotele) è un sistema aperto, che guarda a ciò che è al di là di ogni determinazione. Avere un pensiero metafisico significa «considerare l’essente nella sua integrità», è una filosofia del reale, perché la realtà stessa ha un carattere metafisico, rimanda a una provenienza non determinabile e a un fine inosservabile.

Pavel Florenskij
Pavel Florenskij, filosofo, matematico, teologo, mistico, uno dei più importanti pensatori del ‘900.

Questo cosa comporta? Che non si può ridurre il reale a ciò che si può calcolare, determinare, manipolare, possedere. Ecco il punto critico. Su cui peraltro concordano, oltre ai più grandi filosofi di ogni tempo, anche i più importanti scienziati del Novecento

Metafisica concreta doveva essere il titolo dell’opera-summa di Pavel Florenskij, filosofo e e matematico russo, sacerdote ortodosso, teologo ed esperto di mistica, che morì fucilato dal regime sovietico. Secondo Cacciari (e non solo) uno dei più importanti pensatori del Novecento. L’opera del filosofo italiano vuole ribadire il «Sì alla vita» di Florenskij, per cui «l’essere vivente è la manifestazione più evidente dell’idea», e quindi «altro che metafisica come creazione di un “mondo dietro il mondo”! Fedeltà al lógos, invece, che connette il singolo vivente, già in sé molteplice, al suo mondo e questo alla struttura del cosmo».

Connessione, ecco un’altra parola fondamentale, che abbiamo finito per banalizzare, men tre scivolavamo verso l’iper-specializzazione dei saperi, destinati inevitabilmente a diventare “idioti” (parola che in greco richiama colui che pone i suoi interessi particolari al di sopra di tutto, che pensa alla sua vita come se fosse unica, isolata). Malattia questa da cui si può guarire solo esercitando un pensiero filosofico, metafisico, che adotti lo strumento dell’analogia, che provi ad approssimare le distinzioni.

Per non parlare poi di quell’ottuso scientismo riduzionista che pensa di far coincidere l’uomo con i suoi meccanismi fisici-biologici. Come se la corrispondenza tra mente, coscienza e meccanismi neuronali fosse una dimostrazione di causalità. Brevi ma affascinanti le considerazioni dedicate all’intelligenza artificiale, alla macchina che è frutto di una determinazione, così come lo è la sua eventuale evoluzione, a differenza di ciò che accade per l’umano, fondato sul “sapere di non sapere”, spinto a indagare l’ignoto proprio da questa ignoranza fondamentale, questa mancanza mai totalmente colmabile, che non può essere determinata (né in principio né alla fine). «Appare evidente quale sia l’intenzione, del tutto filosofica, sottesa alle teorie che identificano mente e cervello: solo su questa base sembra infatti concepibile perseguire l’obiettivo della realizzazione della macchina intelligente a nostra immagine e somiglianza. Più che fantasia esoterico-magica, compimento rovesciato del dogma dell’Incarnazione!».

"Due uomini che contemplano la luna", un'opera del pittore tedesco David Caspar Friedrich
“Due uomini che contemplano la luna”, un’opera del pittore tedesco David Caspar Friedrich, realizzata tra il 1825 e il 1830, conservata al Metropolitam Museum di New York (Met, OA)

Il poderoso volume, a tratti, mette a dura prova il lettore, perché non è sempre facile seguire il filo del ragionamento di Cacciari, i suoi continui e innumerevoli rimandi, anche sorprendenti, ad altri pensatori, filosofi e teorici, ad artisti e scienziati, a poeti e romanzieri, a testi sacri dell’Occidente cristiano ed ebraico o dell’Oriente vedico e buddhista. Ma si rimane avvinti sia dal percorso che dal processo, dal pensiero che pensa il pensiero, attraversando la storia della filosofia e della scienza, tappa dopo tappa, ritrovando alcuni concetti fondamentali che vengono illuminati di una luce nuova, per rintracciare il vero significato della metafisica, ma anche il senso del nostro stesso interrogarci e il ruolo fondamentale del dubbio.

Forse non ha senso, in una rivista di cultura varia, scendere nel dettaglio dei passaggi cruciali di questo ragionamento, utilizzando il linguaggio specifico della riflessione filosofica. Importante, invece, perché riguarda anche la nostra vita quotidiana, è provare a capire come mai la filosofia sia stata sempre più relegata a un ambito strettamente accademico, finendo per ripiegarsi in una riflessione chiusa in sé stessa, a tratti quasi impressionistica.

E come questo processo sia stato veicolato anche da un modo malinteso di interpretare la funzione della scienza, che nel frattempo, grazie alle sue stesse scoperte, aveva perso la propria ingenua pretesa di essere la risposta a tutte le domande e la soluzione di ogni problema. Generando un vuoto di pensiero che, inevitabilmente, ha lasciato campo aperto alla tecnica ed è stato riempito dai (dis)valori dell’efficienza, dell’utilità, del profitto a prescindere.

La questione riguarda anche la politica, la sua capacità di andare oltre l’ethos osservabile, il coraggio di confliggere con la legge, pur osservandola. La politica deve guardare oltre il cammino già compiuto: «Il Politico “metafisico” sarà oltre l’éthos osservabile, che esige di essere osservato, e a un tempo con il destino che questo rappresenta». La legge è solo un confine, che va contraddetto, «ogni legge positiva è abbracciata dalla legge dell’anima».

Come sottolinea giustamente Cacciari, echeggiando il “sonno della ragione che genera mostri”, in realtà i mostri vengono generati anche quando si smette di sognare. Ecco perché trova spazio in queste pagine anche il sogno politico kantiano della Federazione mondiale, uno Stato di diritto e della pace, che non è una fantasticheria ingenua, ma un fine a cui «avvicinarsi sempre», «è non soltanto “pensabile”, ma costituisce un nostro dovere».

La ricerca fondamentale, però, la domanda decisiva, diventa quella su ciò che noi siamo, nel nostro esserci: in cosa consiste quella dimensione che non è riducibile all’osservabile e al calcolabile? Cacciari va oltre “l’essere per la morte” di Heidegger, abbracciando “l’essere per l’Impossibile” di Dostoevskij. Lo scrittore russo ci arriva attraverso lo strumento della fede, il filosofo invece ci deve arrivare attraverso la logica e l’indagine razionale. Arrivando anche a concepire la possibilità che la morte non sia morte, perché pensare l’Impossibile come estremo del possibile, significa aprirsi alla possibilità che ogni possibile sia.

Per chi non è allenato all’esercizio del pensiero filosofico, questo potrebbe sembrare un ragionamento astratto, invece è la cosa più concreta e decisiva che ci possa essere per la nostra vita e il nostro rapporto con la realtà, con tutti i suoi risvolti, umani, etici, politici, artistici, scientifici. Il salto «all’idea di Impossibile, costituisce il contenuto stesso della libertà, in sé, infatti, anch’essa indimostrabile». In un’ottica cristiana, si può dire che «ogni misura finita è compresa nell’Impossibile del Dono di pura grazia», quello che va al di là di ogni logica dello scambio, «l’infinita energia del perdono», l’idea dantesca dell’attingere da Dio «una impossibile misura di libertà», nella convinzione «che l’Amore divino vinca tutto, anche la stessa misura della propria giustizia, e dunque possa giungere a salvare tutti, e non solo il Poeta o coloro che ne ascolteranno la profezia».

La questione si pone anche per il non credente che «non può non pensare, a sua volta, l’ultimo del Dono, che nel senso di una tale incommensurabile misura: perdonare in verità è perdonare l’Imperdonabile». E qui ci ritroviamo ad altezze davvero vertiginose, quelle proprie al pensiero mistico, e a quel pensiero poetico e filosofico che dialoga con esso (ad esempio, appunto, Maria Zambrano).

Robert Musil
Robert Musil, ovvero la possibilità di “percepire l’istante di una incommensurabile chiarezza”.

Ma torniamo alle pagine finali di Metafisica concreta – che, lo ricordiamo, porta a compimento un percorso trentennale, cominciato con un altro testo pubblicato da Adelphi nel 1990, Dell’inizio (a proposito di libri importanti) – in cui si danno convegno alcuni dei grandi spiriti che Cacciari ha chiamato a raccolta nel percorso, divagante ma ineso rabile, del suo ragionamento: ci sono Kant e Wittgenstein, Plotino, Pascal e Giordano Bruno; c’è il Leopardi dello Zibaldone, che esplicita l’idea della «materia che pensa», e l’ultrafilosofia, capace di conoscere «l’intiero e l’intimo delle cose»; ci sono Dante, Kafka e Shakespeare, spesso al centro delle sue riflessioni, Musil e Dostoevskij, così fondamentali in questo libro, ma anche lo Schönberg di Mosem und Aron, espressione potente del reale come «parola che manca» («la parola poetica ne è il simbolo», ma in certe esperienze musicali contemporanee lo si intuisce ancora meglio).

In questo capitolo si evoca «il silenzio da cui tutto proviene», che è anche «il fine della parola», non per un qualche ascesso lirico, o per fare della “teologia negativa”, ma per farci capire che ogni nostro atto e parola è inscritto in questa realtà, nella «singolarità irripetibile di ogni cosa», tanto che si pone la possibilità (ecco il Mistico!) di «percepire l’istante di una “incommensurabile chiarezza”», come ha scritto Musil. Veniamo da decenni in cui la metafisica, intesa come possibilità di cercare un fonda mento ultimo, è stata quasi demonizzata. Come tutto ciò che guarda all’universale in vece che al particolare, all’individuale. Come se farsi certe domande, o andare alla ricerca di un fondamento, fosse la premessa di una

La metafisica, dice Cacciari, non è, non può essere dogmatica, non vuole fondare l’ente come se fosse un mero derivato del fondamento. Metafisica è ciò che permette di ragionare sulla realtà delle cose fisiche, spingendoci a cercare l’arché, «e cioè quali princìpi diano il senso del loro operare». È ciò che consente di connettere i vari rami della conoscenza. Ed è, soprattutto, «l’analogia costruibile tra ciò che è fenomenica mente osservabile e precisamente calcolabile e ciò che dobbiamo cercare di dire o in-dicare poiché è semplicemente impossibile tacere della propria vita». Non si cerca una qualche via per andare “oltre l’essente”, in un paradiso artificiale, per fuggire dal reale, ma si guarda «alla inesauribile ricchezza del suo essere-relazione».

Tutto questo è troppo importante perché si guardi a un libro del genere come a una riflessione filosofica riservata agli “specialisti” (anche qui). La speranza è che la firma di Massimo Cacciari, personaggio noto anche al grande pubblico, invitato spesso a ragionare e dibattere sull’attualità (mai banale anche nelle sue manifestazioni di im pazienza e fastidio, di fronte a ragionamenti ideologici, o meglio, privi di ogni logica filosofica, metafisica) – possa riportare questi temi, per quanto impegnativi, al centro del dibattito pubblico. Ne avremmo urgentemente bisogno.

Moses und Aron
Mosem und Aron, espressione potente del reale come “parola che manca“.

Intanto ecco le risposte del prof. Cacciari alle nostre domande, che ci aiutano a capire meglio alcuni temi cruciali del libro.

Già il titolo, in un certo senso, è un messaggio, un pensiero controcorrente. Per il lettore comune, anche quello che ha qualche lettura filosofica alle spalle, la metafisica è ciò che va oltre la fisica, nel senso di un altrove imponderabile, un po’ astratto, solo mentale, forse anche spirituale. Appartiene quasi allo stesso campo della riflessione teologica, o dell’immaginazione di altri piani della realtà.

Il titolo recupera in qualche modo il senso originario del termine: meta-ta-physikà non sono cose “al di là” delle fisica (della Physis), ma la spiegazione dei principi dell’essente in quanto essente – e cioè il massimamente concreto. Si tratta di tentare di dire, di approssimarsi a una rappresentazione integra dell’essente. In base a principi filosofici e scientifici una tale rappresentazione non potrà riguardare né il soggetto né l’oggetto considerati in sé, ma solo la loro relazione. E questa relazione sarà necessariamente, per ragioni ricordate nel libro, sempre indeterminata – o, meglio, conoscibile soltanto in base a un principio di indeterminazione.

Qual è l’urgenza da cui nasce questa sua riflessione? Quali aspetti della realtà contemporanea l’hanno convinta che fosse necessario scrivere questo libro che, appunto, è anche molto concreto, nel senso che riguarda il modo in cui conosciamo, il rapporto tra scienza e filosofia, le domande fondamentali sulla coscienza? In un certo senso sembra proseguire anche la riflessione sul ruolo della politica che ha affrontato ne Il lavoro dello spirito.

È vero – mi fa piacere che sia stato colto – vi è un legame profondo tra questo libro e il mio precedente saggio Il lavoro dello spirito. Il riconoscimento della potenza del lavoro scientifico deve comportare quello del suo potenziale ruolo politico. La sua è anche produttività sociale – e in questo senso è necessaria una politica che ponga la sua utilitas come bene comune. L’opposto di ciò che accade. Perché questa prospettiva si apra è necessaria una scienza co-sciente della prospettiva meta-fisica della sua indagine sulla natura.

Viviamo in una sorta di relativismo obbligatorio, che invece di essere la constatazione di una realtà, il fatto che il mondo sia interpretabile all’infinito (Nietz sche), si è trasformato in un “tutti hanno ragione”, “l’alto è uguale al basso”, e quindi nulla ha più senso, conta solo provare ad essere felici nel chiuso delle proprie vite. La libertà di cui parla lei, più che un mero emanciparsi, sembra invece stare nell’intelligenza della connessione, tra le cose e le persone.

Mi piace molto la sua definizione di “relativismo obbligatorio” per la cultura contemporanea. Tutto è relativo – ma tutto deve esserlo. Una religione del relativo, nel senso della scambiabilità di ogni “valore”. Il relativismo scientifico che ha smantellato ogni concezione deterministico-meccanicistica della natura assume un significato opposto: esige, per così dire, il più serio, esatto “avvicinamento” alla verità (all’essenza dell’essente): un costante, inesauribile congetturare il vero.  Su questa linea ho “convocato” nel mio libro filosofi moderni e contemporanei (Leibniz e Florenskij, per dirne due), scienziati come Heisenberg e Pauli, poeti come Leopardi, Musil, e soprattutto Dostoevskij.

L’emergenza sanitaria ci ha dimostrato gli effetti perversi di questa mancanza di riflessione profonda sul conoscere, il senso dell’esistere, le possibilità e i limiti della scienza. Si è parlato della scienza come una sorta di sapere dogmatico, garantito da un comitato di esperti, che però viene scelto dalla politica, che si ritrova a decidere dei diritti fondamentali dell’essere umano, dalla salute alla libertà. Lei è stato uno dei pochi ad aver avuto il coraggio di esporsi pubblicamente, quando il dibattito era diventato impossibile, ai tempi del greenpass.

Secondo questo “relativismo” si deve combattere la religione imperante di scienza e tecnica – che ha fatto paradossalmente mostra di sé durante la crisi covid. Non c’era un solo “scienziato” che propriamente dicesse le stesse cose, ma non importa: la Scienza andava venerata. Che il cogito nasca dal dubito e faccia col dubito tutt’uno doveva essere assolutamente dimenticato. Più cresceva l’incertezza e l’insicurezza, più questa religione doveva affermarsi. Filosofia e scienza nascono dalla lotta contro ogni dogmatismo e ogni “opinione” comune. Bisogna riprendere questo atteggiamento fondamentale.

Un’altra questione epocale, secondo molti inquietante, è quella che riguarda l’intelligenza artificiale, di cui parla anche nel suo libro. Partendo dalla di stinzione fondamentale tra naturale e artificiale, che va pensata in una logica metafisica, non scientista, quindi non determinista e riduzionista.

Occorre sottoporre a critica filosofi co-scientifica certe ideologie riguardanti le nuove, sensazionali innovazioni prodotte dal “general intellect”, prime tra tutte l’A.I. Filosofia e scienza debbono con precisione tracciare la differenza tra artificiale e naturale. Il grande logico Goedel tentò di farlo nei confronti di Turing. Oggi siamo a uno stadio infinitamente più avanzato – ma rimane la questione, che indico nel libro (e su cui intendo tornare): la A.I. ricorderà mai di dimenticare? L’esserci umano è per natura paradossale. E proprio la paradossalità è ciò che nella A.I si vorrebbe eliminare. L’esserci umano complica – la “macchina” semplifica (o altrimenti non serve).

C’è anche una questione più profonda, che riguarda il senso del nostro stare al mondo e il rapporto con ciò che ci trascende, quel mistero che proviamo a vivere, più che risolverlo, attraverso l’arte, la poesia, la musica (tema particolarmente caro a noi di Redness). Lo scarto che percepiamo tra la concretezza della vita, le sue esigenze quoti diane, e l’aspirazione al cielo, se possiamo chiamarla così, all’infinito ignoto, la totalità perduta. Penso alle pagine, molto belle, che dedica, tra gli altri, a Dante, Dostoevskij, Pound.

La poesia è molto presente nel mio libro poiché ritengo che nelle arti in generale si possano appunto ritrovare con la massima chiarezza i tratti di quel rapporto tra osservabile e inosservabile che è proprio anche dell’attuale scienza della natura. La poesia mostra che nessuna parola esaurisce in sé il proprio significato – e per dire questo “proprio” essa mostra come la parola stessa le manchi. È l’esperienza di un’assenza o di una “povertà”, che costituisce la sua ricchezza!

C’è anche qualcosa di mistico in questa tensione. Non nel senso che ha assunto oggi la parola, quasi sinonimo di misterioso o misterico, ma in quello di apertu ra alla possibilità infinita, o se vogliamo all’impossibile, a ciò che non è afferra bile ma di cui si può fare esperienza, in qualche modo. Penso alla mistica come la intende Marco Vannini, visto che su Redness di questo mese si parla del libro che ha dedicato ad Agostino, “Sulla religione vera”, in cui provocatoriamente dice che la filosofia era tale solo nel mondo classico, quando era pratica di vita, “esercizio di morte”, come ascesi che porta a superare le piccolezze dell’ego, i condizionamenti interiori ed esteriori. In questo senso, secondo lui, la vera filosofia coincide con la religione vera (intesa come ricerca interiore, Dio come Spirito) e quindi con la mistica speculativa.

Sì, in questo senso preciso si può parlare di Mistica. Si vedano nel libro le pagine su Musil. Il titolo viene da Florenskij – e così la sua idea di fondo: che il Logos si incarna per essere tale. Che l’Infinito non sarebbe tale se escludesse da sé il finito. Che l’Altro non sarebbe tale se non fosse anche altro dall’Altro, e dunque non si trovasse in lui la mia stessa particolare anima. Essente, to on in greco, è participio: l’essente partecipa alla vita degli altri e ognuno e tutti alla Vita del Tutto.

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