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Fabrizio Rondolino

“Ritornare a casa”, dopo una vita “in guerra” nell’agone politico. Tra cani e gatti, esseri misteriosi, «persone di un altro pianeta»

Intervista a Fabrizio Rondolino

Il riposo del guerriero. Dove la “guerra” è la vita, a prescindere. Meglio ancora (o peggio) se combattuta al centro dell’agorà, nell’arena della comunicazione politica, tra gladiatori e peones, abili retori e opinionisti compulsivi. Dove il “riposo” non è la fuga in un luogo esotico, un pensionamento dorato, un ritiro spirituale in beata solitudine, ma una vita “in branco”, nella campagna sabina, circondato da cani e gatti.

La suggestione è omerica e ce la offre Fabrizio Rondolino, nel suo Compagni di viaggio, edito da Rizzoli. Un libro che è diario (intimo) e saggio (etologico), riflessione personale, anche poetica e filosofica (mai indulgente), e manuale animalista, con tanti suggerimenti pratici. Lo stile è limpido, immediato, la trama appassionante come quella di un romanzo, con i suoi personaggi (cani e gatti, appunto) che entrano ed escono dalla storia, rivelando complessità inaspettate.

Un libro sorprendente. Così come la spietata sincerità e la semplicità zen con cui Rondolino dice che «per affermare noi stessi non possiamo non fare del male», che la “guerra” è piena di «urti, delusioni, meschinità», che la contesa della vita porta ad essere «arroganti o servili, ipocriti e sleali», ma poi arriva il momento in cui si diventa grandi per davvero ed «è ora di tornare a casa». Accade nell’Iliade e nell’Odissea. Accade in tante vite, forse quasi tutte, certamente nella sua, che oggi è completamente dedicata a questi esseri misteriosi, «così lontani eppure così vicini, trasparenti ma inafferrabili», che sembrano «persone di un altro pianeta».

I cani e i gatti di Rondolino
“Non ho nessuna nostalgia di ciò che ho lasciato. Non guardo la televisione, non ho twitter, sui social pubblico solo foto di cani. Non ho nessun rimpianto.”

Rondolino ha combattuto per decenni, armato fino ai denti (di parole, che come tutti sanno possono fare malissimo). Arguto, poco diplomatico, odiato dai “nemici”, temuto dagli “amici”, sempre intelligente, spesso controcorrente, con una storia partita dal Pci, l’Unità, D’Alema e arrivata fino a Renzi, di cui appoggiò la battaglia referendaria e il tentativo di dare una svolta riformista e liberale alla sinistra italiana. Scelte che gli hanno procurato attacchi in quantità, a cui ha risposto a tono.

Ma nella sua vita, oltre al giornalismo, la politica, i dibattiti televisivi, ci sono anche racconti, romanzi, programmi tv. E c’è soprattutto una sensibilità che ha poco a che vedere con la durezza del dibattito politico nostrano. La sua bacheca Facebook fino a qualche anno fa era un campo di battaglia, con post polemici che scatenavano commenti anche violenti. Oggi trovate solo orizzonti verdi e blu, colline presidiate da magnifici maremmani, gatti che giocano, scene di vita quotidiana che parlano di un altro tempo (più lento) e spazio (più vasto), vissuto secondo regole naturali, dove uomini e animali convivono nel rispetto delle reciproche diversità.

Perché poi la questione è tutta lì. Per dirla con Henry Beston, citato in esergo: «L’uomo non è la misura degli animali. Essi si muovono perfetti e completi in un mondo più antico e più completo del nostro, dotati di sensi che noi abbiamo perso o che non abbiamo mai avuto, vivendo di voci che non potremo mai udire. Non sono fratelli, non sono sottoposti: sono altri popoli, catturati insieme a noi dalla rete della vita e del tempo, compagni di viaggio nello splendore e nel dolore della Terra».

Come dice Rondolino (che ai cani dedica anche ore di volontariato): è arrivato il momento di uscire defi nitivamente dalla logica degli animali come “creature inferiori”, ma questo non significa trattarli come pupazzi da coccolare, umanizzandoli, imponendo loro abitudini innaturali. Sono compagni di viaggio. Che si chiamano Bob, Claire e Shylock (un cane lupo cecoslovacco, un doloroso “fallimento”), Stella e Jefferson, la gatta Lola (che chiede a Fabrizio di seguirla, perché vuole partorire insieme a lui) oppure Valentino (che ama la musica classica), ognuno con la sua personalità e la sua storia.

Che magari si ritrovano a convivere in un pezzo di terra magica, davanti al monte Soratte, «l’isolotto di roccia nella campagna romana che il dio Apollo – così riferisce Virgilio nell’Eneide – protegge fin dall’origine dei tempi». Rondolino parla delle differenze tra cani e gatti (che ama allo stesso modo), dell’educare un animale come «“portare alla luce” la sua natura e il suo carattere», del lettone “sancta sanctorum” (con la buffa processione dei devoti quadrupedi, seguendo la gerarchia del branco), del dolore «violento, immedicabile» che procura la loro scomparsa, del «piacere ogni volta irripetibile» di avere un gatto che ti dorme addosso, di esseri che conoscono il segreto del vivere nel qui e ora.

Rondolino con i suoi bellissimi maremmani abruzzesi
Rondolino con i suoi bellissimi maremmani abruzzesi

L’intervista capita in uno di quei giorni in cui è necessario correre dal veterinario. Uno dei maremmani ha avuto un incontro troppo ravvicinato con un temibile “forasacco”. «Una scena splatter, l’ha inghiottito e gli è uscito da un fianco. Gli hanno fatto un’ecografia, il veterinario ci ha tranquillizzato». Perché i cani sono persone di famiglia. Con tutte le gioie e le preoccupazioni del caso.

La scelta di vivere in campagna è definitiva.

Vado a Roma solo in casi di estrema necessità. Nel weekend, poi, arrivano amici e famigliari. Ma la mia vita ormai è qua, in bassa Sabina.

Spazi sterminati, orizzonti lontani.

Il punto forte di questa casa è proprio l’orizzonte, la vista. In realtà è un classico casale di campagna, niente di più. Ma si trova su una mezza collina, con vista spettacolare sul monte Soratte.

Un luogo scelto o ritrovato?

Non ero mai stato qua. Una quindicina di anni fa ho deciso di comprare una casa in campagna, fondamentalmente per i weekend, un buen retiro. L’abbiamo trovata per puro caso. Cercavamo un posto vicino a Roma (un’oretta di macchina, non di più), con l’idea magari di fare i pendolari. I romani vanno tutti in Maremma o in Umbria, in Sabina non c’è nessuno. Ci sono inglesi, olandesi, adesso stanno arrivando gli americani, poi ci sono i sabini, i locali. A me piace proprio per questo: è glocal, come si direbbe oggi. Mia figlia veniva qui a fare le escursioni con gli scout, ma nessuno di noi conosceva questi posti. Ci siamo innamorati, perché è campagna vera. Non ci sono i “vip”, non è Capalbio, dove hai quasi degli obblighi sociali (una grossa rottura di scatole). Te lo dico per esperienza, perché c’è stato un periodo in cui ho frequentato luoghi del genere.

I maremmani fanno la guardia
I maremmani fanno la guardia

Però tu la campagna ce l’avevi nel dna. Nel libro parli delle vacanze in Monferrato coi nonni.

Sì, sono per metà monferrino. Quando ero molto piccolo ho vissuto le mie estati in campagna, fino all’adolescenza, quindi immagino ci sia una specie di imprinting.

Una nostalgia che ti porti dentro, una sorta di memoria fisica di quella “libertà assoluta”.

È possibile. A me la campagna piace. Per molti è una noia mortale, io invece vivrei sempre in campagna. Mi piace così tanto che 4-5 anni fa mi sono trasferito qui.

Molto efficace la metafora omerica, l’idea della vita divisa tra “guerra” e “ritorno a casa”. Non ti manca mai il campo di battaglia?

No, per nulla. Non ho nessuna nostalgia di ciò che ho lasciato. In realtà potrei riprendere in qualsiasi momento, ma no, proprio no. Non voglio sputare nel piatto in cui ho mangiato per tanti anni, ma sono disgusta to dal dibattito pubblico italiano, in tutte le sue forme, dalla qualità della classe politica, del ceto giornalistico, dell’informazione televisiva. Mi ritengo molto lontano, ormai. Non guardo la televisione, non seguo i siti, non ho twitter, sui social pubblico solo foto di cani.

Ogni tanto, una volta al mese, mi affaccio sulle notizie e mi accorgo che sono le stesse di cinque anni fa. Non riusciamo a spendere i fondi europei: ah, davvero? Facciamo il presidenzialismo: sì, come quindici anni fa… Sono aggiornatissimo senza sapere nulla perché, essendo una massa di mediocri, non fanno altro che ripetere le sciocchezze che hanno sempre ascoltato. Anche se poi, in realtà, nel nostro circo politico-mediatico non succede mai niente.

Una volta l’anno scrivo un libro e faccio il giro dei talk show, ringraziando i miei amici conduttori che ancora mi invitano, e me ne torno a casa sempre più sconvolto. Non voglio offendere nessuno, perché sono tutti amici miei, lo dico con sereno distacco, non con cattiveria.

Intervista a Rondolino tra cani e gatti
Sergio osserva i cani conviventi

La distanza si sente, nelle cose che scrivi. La serenità.

Il tempo serve anche a quello, a cancellare le asperità.

Nel libro si intuisce anche una specie di pentimento. Tra le righe escono i sentimenti. Rimpianti?

Non ci sono. Hai presente My Way? “Ho qualche rimpianto, ma sono talmente pochi che non vale la pena parlarne”. Il testo di My Way (scritto da Paul Anka) è pazzesco. Tra le mie passioni c’è anche Frank Sinatra. L’ho risentita di recente ed è una bella filosofia: io ho provato a fare le cose a modo mio.

Prova a spiegare, a chi non ti conosce, qual era la tua guerra, il tuo campo di battaglia.

La politica. Una passione costruita, maturata, esplosa fin da giovanissimo. Gli anni Settanta vengono ricorda ti come gli anni di piombo, in realtà sono stati anni di straordinaria creatività e partecipazione. La politica era quello. Decine di migliaia, a volte centinaia di miglia ia di persone che si organizzavano e facevano. La fisicità della politica.

Se dovessi riassumere la mia battaglia, tra virgolette, è stata la modernizzazione della sinistra. Una sinistra riformista, liberale. Su questo punto il fallimento è totale, definitivo. In Italia non c’è una sola persona che si possa definire liberale riformista. Ed è una cosa abbastanza impressionante, se pensi alla storia della sinistra, anche prima della scissione di Livorno, il dialogo tra l’ala massimalista e quella riformista. Qualche volta hanno vinto i riformisti, qualche volta i radicali. Ora invece una cultura riformista non c’è più. Forse solo, a tratti, nelle parole di Renzi e Calenda, che però sono piuttosto marginali.

Il paradosso è che alcune delle cose più interessanti che capita di leggere sulla storia del Pci le scrivi proprio tu, un “nemico della vera sinistra”, un “liberale” che “voleva distruggere la Costituzione”. Penso al tuo libro su Berlinguer, che in realtà non era un politico d’apparato, ma un uomo libero, il cui pensiero era tutt’altro che ortodosso.

Sono contento che tu lo dica perché anch’io la penso così. Ma siamo pochi. Berlinguer è diventato un’icona di Casaleggio, di Rifondazione Comunista, il suo destino post mortem è particolarmente infelice. Lui faceva parte di un mondo che non c’è più, quella dimensione della politica di cui ti parlavo, che era partecipazione. Sparita quella, vince sempre la demagogia, il populismo. Diventa solo una questione di brainwashing, di manipolazione de gli ignoranti, che è un gioco da ragazzi.

Una volta c’era quell’intercapedine che si chiamava intermediazione sociale: sindacati, parrocchie, partiti o bocciofile, qualunque cosa capace di mettere insieme fisicamente le persone, per far crescere una comunità. Se la comunicazione è diretta, se il discorso pubblico è disintermediato, allora vincono per forza i demagoghi e i populisti. Quindi siamo spacciati.

Jefferson, mio punto di riferimento, mio grande amore, insisteva molto su questa cosa: l’obbligatorietà del voto, il suffragio universale, portava con sé l’istruzione obbligatoria, perché per votare consapevolmente bisogna aver studiato almeno due cose. In America era quasi un’e resia già allora. Se hai studiato e se hai un minimo di indipendenza economica, la tua scelta è davvero libera. Oggi quasi nessuno di noi è libero, gran parte della nostra vita è manipolata, condizionata da vizi, luoghi co muni, abitudini. Che ne è della nostra libertà di scelta?

Jefferson, nel tuo libro, è anche una sorta di mediatore culturale tra il mondo umano e quello animale.

Sì, quando affronto il tema del diritto alla felicità.

Felicità come soddisfazione di essere ciò che sei, fare ciò per cui sei venuto al mondo. A prescindere dalla specie di appartenenza. In realtà il tuo libro è anche una riflessione filosofica e sociale. Non sei diventato un eremita, uno che si è tirato fuori dal mondo.

No, però un pochino sì. In realtà ho tanti amici politici e giornalisti, mi arrivano le informazioni, mi piace parlare di queste cose, non vivo in cima a una montagna, ma non è più il centro della mia vita. Sono molto distaccato. Mi piace semmai ripercorrere pezzi di storia, Berlinguer, il Pci. La distanza ti permette di guardare le cose in modo diverso. Ma non voglio essere un nostalgico, uno di quelli che dicono “ai miei tempi” (anche se forse l’ho già detto tre o quattro volte). In realtà penso che ogni generazione abbia il diritto di fare le sue scelte, che il mondo non finisce mai, che non c’è mai nulla di definitivo, che c’è sempre un altro punto di vista… Una posizione di fondo non apocalittica. Diciamo però che non fa più per me, non mi ci ritrovo.

Più che un nostalgico, da questo libro viene fuori un praticante zen, radicato nel presente. Un po’ come i cani e i gatti. C’è un capitolo in cui par li della “coscienza del tempo”. Noi esseri umani «siamo gli unici – almeno per quanto ne sappiamo finora – ad avere il concetto del passato e del futuro: e questo doppio concetto, come ben sap piamo, può essere un motore potente per le nostre attività oppure, al contrario, una causa decisiva della nostra infelicità».

Cani e gatti sono “buddhisti”, vivono nel presente, non coltivano rancori e aspettative. Loro ci riescono naturalmente, come i bambini. Per noi adulti, invece, ci vuole tutta una vita a tornare come loro e spesso non basta.

Recuperare quel saper essere e stare interamente in ciò che fai… Se tutti lo facessero, ci guadagnerebbe anche la collettività, non solo il benessere individuale.

In un certo senso il massimo dell’egoismo lo considero il massimo dell’altruismo. Se stai bene, sei felice, sei libera to, non puoi che fare del bene agli altri, e anche la gente intorno a te sta bene.

I cani e i gatti di Rondolino
Otto, Bonnie e Valentino

Il libro si apre con una bella citazione di Beston.

Lui è stato uno dei primi a vivere da solo nella natura, nella wilderness, a scrivere di queste cose. Parole di grande verità.

Come dice Beston, c’è anche qualcosa di mistico nella contemplazione di questo mondo completo in sé. Tu non sei affatto religioso, ma c’è del sacro in questa prospettiva.

Io direi “misticismo scientifico”. È la nostra scienza che è arrivata in ritardo nella considerazione del mondo animale. Prima c’era questa ideologia degli animali considerati come strumenti, oggetti, invece abbiamo scoperto la ricchezza di quella realtà, l’interconnessione. Ti concedo l’aspetto mistico, ma fondato su solide basi scientifiche.

La tua formazione, in fondo, è filosofica. Ti sei laureato in filosofia teoretica.

Una grandissima passione, che in qualche modo è rimasta.

Si vede ad esempio nell’immagine finale del libro, particolarmente poetica: la Terra che rotola senza sosta in un universo inanimato, e noi che siamo aggrappati a questa “madre” che «ci protegge, ci avvolge e ci coccola, e così protetti ci conduce a spasso per il cosmo».

Si prova una certa vertigine pensando a certe cose. Lì siamo davvero al confine col mistico.

Che rapporto hai con l’ambientalismo e l’animalismo più radicale?

Non è my cup of tea. Ci vedo una sorta di irrazionalismo estremo. Ma soprattutto c’è una visione capovolta e altrettanto malata della natura: noi l’abbiamo usata nei secoli come una sorta di cava da cui prendere tutto ciò di cui avevamo bisogno; loro invece la pensano, all’opposto, come un museo intoccabile, anzi talmente intoccabile che noi possiamo anche scomparire. Una concezione che non ha nulla di scientifico e che reifica la natura, allo stesso modo dell’atteggiamento di chi la vuole sfruttare. Ultra-conservazionista, concettualmente sbagliata e anche nevrotica, legata all’ossessione per la cura del corpo. Poi, per carità, meglio un ambientalista radicale che un cementificatore folle. Anche se hanno una concezione molto simile.

L’idea principale che emerge dal libro è quella della necessità di accettare cani e gatti come “un mondo completo” accanto al nostro, che va rispettato in quanto tale.

Rispetto forse è la parola giusta. Ognuno è perfetto nel proprio ambito. Dal punto di vista scientifico è esatta mente così. Lo dice l’evoluzione. Una cosa che non abbiamo ancora totalmente digerito, perché continuiamo a considerarci come separati dalla natura.

Parli anche degli animali come “persone”. Anche se “aliene”. Qui il dibattito si fa complesso.

Perché il concetto di persona evoca un significato religioso. Io sono profondamente convinto che gli animali abbiano una loro personalità, un carattere, emozioni, pensieri. Mentre è ancora diffusa questa idea pre-darwiniana della superiorità dell’essere umano, la concezione dell’uomo come unico essere vivente capace di usare degli utensili e quindi di sviluppare una cultura. In realtà abbiamo scoperto che anche gli scimpanzé costruiscono strumenti e trasmettono una cultura. Sappiamo addirittura che specie diverse di scimpanzé hanno comportamenti diversi, e quindi culture diverse. Certo non è come dire “gli Egizi e i Sumeri”, ma non c’è nessuna differenza rintracciabile, scientificamente dimostrabile, tra l’homo sapiens e le altre specie di animali. Bisogna accettare, interiorizzare un’impostazione del genere. Siamo tutti compagni di viaggio dentro questo mondo. Ignoriamo le origini e il senso della natura, ma siamo tutti qua, insieme.

Charles, l'ultimo arrivato in casa Rondolino
Charles, l’ultimo arrivato

Compagni di viaggio è anche una sorta di manuale, pieno di consigli pratici. Ed è un romanzo corale, con tanti protagonisti (cani e gatti), ognuno con la sua personalità.

Col tempo si approfondiscono i rapporti, esattamente come con gli umani. Più li frequenti più ti accorgi del loro carattere, che diventa inconfondibile.

Parlaci della tua idea di “educazione montessoriana”. Che forse hai scoperto nel corso degli anni. Avevi animali anche quando vivevi in città?

Ho vissuto con dei gatti, fin da quando sono andato via di casa da ragazzo. I cani sono arrivati soltanto in tempi più recenti. Bob, il primo cane adottato, è arrivato se dici-diciassette anni fa e ora non c’è più. Racconto anche questo. Il tema dell’educazione è molto complesso, ci sono persone molto più qualificate di me per affrontarlo. Diciamo che tra gli educatori cinofili ci sono anche pensieri radicalmente diversi. Ma la scuola ampiamente prevalente ormai è quella del rinforzo positivo, che condivido anch’io, cioè premiare i comportamenti corretti (evitando invece le punizioni quando sbagliano). Io non uso bocconcini, lo trovo sbagliato perché “umano”, uso la carezza, un “bravo” detto con un tono dolce, basta per renderli felici. Anche in questo gli animali sono straordinari, come i bambini. Poi capita di entrare in un negozio per animali e vedere, orrore!, una “colomba per cani”. Mi hanno detto che ne vendono tante. Vendono anche panettoni.

Quelli sono trastulli per noi umani.

Sì, ma ti rendi conto, il fraintendimento radicale? Come puoi immaginare che all’animale possa interessare una cosa del genere? Il punto è farli essere piena mente animali, non trasformarli in umani. Se li voglio rendere felici, vado dal macellaio, che sottobanco mi dà un ginocchio di bue. Per un cane è il massimo. Per ché dovrei comprare una cosa chimica, con una forma strana, che diverte me, ma non certo lui? Il cane, negli ultimi ventimila anni, non ha mai incontrato un panettone, mentre invece ha incontrato molte ossa. A me comunque interessa l’atteggiamento di fondo. L’ani male deve certamente imparare delle cose, ma la lezione principale è la trasparenza dei sentimenti, la fiducia e il rispetto reciproci.

Oggi quanti animali ci sono nel tuo branco?

Ci sono sempre i tre maremmani abruzzesi, due di razza quasi pura, mentre Valentino è un pochino più picco lo. Tutti adottati. E poi ci sono sei gatti.

Uno in più, rispetto al libro.

Sì, è arrivato dopo, si chiama Charles, lo puoi vedere su Facebook: un micetto bianco che ho trovato vicino a casa un paio di mesi fa.

Si è già integrato?

No, non si è integrato, è diventato il padrone della casa! Il gatto più spavaldo, arrogante e incosciente che io abbia mai incontrato. Fa quello che vuole.

Quindi è il tuo preferito.

In questo momento sì, lo ammetto.

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