Viscerale. Commovente. Con una pronunciata vocazione “evangelica” che farebbe sorridere, nella sua pretenziosa incongruenza, se non fosse un film-celebrazione (nel senso del rito) in cui la forza della musica vince su tutto, anche sulle contraddizioni. Tipo il riferimento insistito alle origini proletarie degli Oasis, la working class di Manchester, e la mistica dell’individualismo spinto, il “farcela da soli”, “l’essere come voglio”. Tipo l’esaltazione quasi religiosa che dà un concerto atteso per 16 anni, la sensazione di far parte di qualcosa di grande, e le dinamiche commerciali del business musicale miliardario.
Ma in Oasis: Don’t Look Back in Anger non c’è spazio per analisi o riflessioni meta-musicali. Non è questa la sua vocazione. Come non lo è la glorificazione divistica dei fratelli Gallagher (non è una banale apologia) o, peggio, il mero documento visivo/sonoro di un celebratissimo tour (non è solo fan service).
Merito, soprattutto, della scelta di affidare l’ideazione del film a Steven Knight – sì, proprio lui, il regista e sceneggiatore britannico, nonché creatore di tanti programmi tv – che ha assoldato vari direttori della fotografia cinematografici per riprendere le tappe del tour: il risultato è che ogni capitolo-live ha il suo “carattere” e che non ci sono i soliti luoghi comuni visivi che rendono questo tipo di operazioni tutte simili tra loro; parliamo di un film bello da guardare, oltre che da ascoltare.
Merito dei registi, Dylan Southern e Will Lovelace, che si sono concentrati sulla dimensione emotiva dell’esperienza (dei fratelli musicisti e dei fan di tutto il mondo), sulla potenza del suono ritrovato, sulla trasformazione di questi concerti in eventi collettivi memorabili.
Al centro c’è il tour 2025, quello della reunion. Don’t Look Back in Anger usa il repertorio per ripercorrere la drammatica (e grottesca) rottura tra Liam e Noel. E quando si mette a osservare, quasi a distanza, le prime prove che segnano la riconciliazione, riesce a costruire una tensione narrativa, dentro cui emergono le personalità completamente diverse dei due fratelli: vedi Noel che arriva prima di tutti e prova e riprova, cercando il giusto riff e il rullo perfetto della batteria, e Liam che arriva per ultimo, entra, si lamenta, fa il suo e se ne va (le mdp erano nascoste).
L’idea centrale del film è che sia proprio questa differenza a creare l’alchimia. Quando i due fratelli se ne rendono conto, ecco la consapevolezza grazie a cui la musica degli Oasis acquista una dimensione ulteriore, oltre alla rabbia, la malinconia, la sfida al mondo, la voglia di fare, andare, vivere, nonostante tutto.
È commovente, anche per chi non è fan, vederli entrare mano nella mano prima dei concerti, e guardarsi a distanza, ed emozionarsi per la magia ritrovata. Così come ascoltarli mentre parlano uno dell’altro, e il senso della loro musica, quasi sorpresi di riscoprire quanto le loro canzoni siano importanti per la vita di tante persone, meravigliati dal fatto che la nuova generazione si commuova quasi più dei padri e delle madri (che hanno trasmesso ai figli il loro amore per la musica come strumento di resistenza e ribellione).
Non aspettatevi discorsi profondi sui massimi sistemi del mondo, non è roba da Oasis, anche se Noel fa notare quanto sia ridicolo definirli “di destra” (Liam, nell’occasione, lancia uno degli innumerevoli “fuck” che innervano il film). Aspettatevi invece di emozionarvi per le emozioni dei fan, le lacrime a fiumi, le innumerevoli immagini che raccontano la commozione del pubblico: volti, corpi, storie (le classiche mini-storie che seguono alcuni fan dalle loro case, i loro problemi, al rito liberatorio del concerto).
Ne esce un vero e proprio inno alla forza del perdono, “settanta volte sette”, con tanto di predica pastorale e apertura all’utopia di un mondo meno incasinato, stupido, violento, con meno Trump, Putin, guerre, ingiustizie sociali, e più persone che hanno il coraggio di chiedere scusa, di abbracciarsi e basta, senza troppe spiegazioni.
Le ingenuità, le ovvietà, i momenti naïf, sono ampiamente compensate dalla potenza della musica, che arriva forte e chiara, trascinante, con la sua promessa di libertà e riconciliazione.


