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Venezia 83: I Plant My Hand in the Garden

Identità in movimento dentro inquadrature fisse, per un film che ragiona sulle convenzioni e le istituzioni, sulla libertà di radicarsi nel terreno ideale, famiglia o Stato che sia. Un notevole film-performance dei filmaker berlinesi Hoda Taheri e Boris Hadžija, originari di Iran e Serbia.

Una figlia, un tablet, una madre. Un dialogo tra Germania e Iran, con una finestra in mezzo. C’è un matrimonio da celebrare, possibilmente insieme. E sullo sfondo, come incisi di un dialogo pieno di affetto, un contorno, una cornice che comprime il quadro, ci sono le proteste, la connessione internet che va e viene, i problemi per ottenere un visto. Ma l’incontro avviene, in piano sequenza, dentro un movimento di macchina che va a sbirciare dalla finestra, e racconta l’arrivo e l’abbraccio. L’inizio della storia, dentro il flusso della Storia quando è ancora attualità.

I Plant My Hand in the Garden è insieme fissità rigorosa, claustrofobica, e flusso in movimento, libero, sorprendente. È fatto di inquadrature fisse, costruite con grande sapienza, che sembrano evocare la rigida struttura burocratica su cui è costruita la cittadinanza (i suoi diritti), così come l’insieme delle convenzioni che definiscono l’identità (le due cose sono strettamente connesse). Ma è fatto anche di fluidità, sessualità libera, identità in trasformazione, di inquadrature che si allargono o si stringono per spostarsi nel tempo o attraversare lo spazio dell’immaginazione.

I filmaker berlinesi Hoda Taheri e Boris Hadžija – originari rispettivamente dell’Iran e della Serbia – hanno coinvolto anche le rispettive famiglie, per mettere in scena questa riflessione sulla propria esperienza di vita, di immigrati, rifugiati, queer, ma radicati negli affetti, senza voler rimanere impigliati in maschere e convenzioni.

C’è un bambino che sta per nascere. Ma c’è anche un rapporto fuori dai canoni, in cui lui e lei hanno rapporti sessuali con altri/e. Ci sono documenti, permessi, passaporti veri e falsi, cittadinanze da conquistare. E c’è soprattutto una vicenda elusiva che procede a strappi, che si ferma a lungo dentro un dialogo apparentemente banale, un episodio qualunque, una scena prolissa, per poi scartare improvvisamente, e lasciarti stordito, mentre ti chiedi cosa e successo e perché, chi è cosa, ciò che è vero e ciò che è falso.

Programmatico? Certamente. Ma anche molto stimolante, con una sua bellezza misteriosa e una sovversione sottile che divampa all’improvviso, senza urlare, quasi fosse nella natura delle cose. Di fatto, arrivati a metà film, diventa difficile capire cosa è vero o falso, come separare vita, sogno e immaginazione.

Anche il corpo – ci ritroviamo dentro le viscere dove rimbomba un dialogo fuori campo, per poi percorrere il canale vaginale, fino a sgorgare in superficie (Courbet o Almodovar, fate voi) – è passibile di cambiamenti radicali, di innesti, protesi, falli di plastica o pance in silicone.

La famiglia non è l’istituzione naturale su cui fondare l’organizzazione sociale, da cui far dipendere il riconoscimento istituzionale. Assomiglia di più al giardino del titolo, in cui piantare affetti, speranze, identità in movimento, per provare a interpretare il ruolo che più ti si addice o ti può rendere felice in quel momento. Hoda Taheri e Boris Hadžija inseriscono ovunque specchi, aperture, trasparenze, oltre a device che danno l’illusione di attraversare confini, lingue e barriere identitarie.

La famiglia va scelta, così come il terreno su cui crescere e dare frutti, piantando letteralmente la propria carne, come recita la poesia di Forough Farrokhzad (“Un’altra nascita”!), da cui è stato ricavato il titolo del film. Non è solo questione di essere padri, madri, figli. Si può generare anche un’identità, una performance esistenziale, un film. Un bel film.

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