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Venezia 83: Look Back di Hirokazu Kore-eda

A volte basta incontrare qualcuno perché ciò che facciamo non sia più lo stesso. Tratto dall’omonimo manga di Tatsuki Fujimoto, Look Back è la storia di due ragazze e di un disegno che diventa il luogo in cui incontrarsi, crescere e continuare a guardarsi

Ci sono incontri che, mentre accadono, sembrano quasi insignificanti. Una porta che si apre. Un foglio consegnato. Due bambini che scoprono di essersi osservati a distanza senza saperlo. Poi, improvvisamente, tutta una vita comincia a prendere una direzione diversa.

Look Back, il film di Hirokazu Kore-eda tratto dall’omonimo manga di Tatsuki Fujimoto, nasce da qui: da un incontro. E dalla domanda, forse impossibile, che ogni incontro autentico porta con sé: che cosa sarebbe stata la nostra vita se non fosse mai accaduto?

Fujino disegna. Disegna perché le piace, perché è brava, perché gli altri le dicono che è brava. Ma soprattutto perché, come accade a molti bambini, ha già cominciato a costruire attorno a quella capacità una piccola identità. Essere quella che sa disegnare significa essere qualcuno.

Poi scopre che esiste Kyomoto. Non la conosce. Non l’ha mai incontrata. Kyomoto non va nemmeno a scuola. Eppure i suoi disegni sono migliori. È sufficiente questo per mettere in crisi un mondo intero.

La cosa straordinaria di Look Back è che il film prende sul serio quella crisi. Non la considera un capriccio infantile, non la riduce alla gelosia, non la trasforma in una lezione edificante sulla competizione. Perché quando si è bambini — e forse anche molto dopo — il talento degli altri può essere un’esperienza destabilizzante. Non semplicemente perché qualcuno è più bravo di noi, ma perché improvvisamente scopriamo che ciò che pensavamo ci definisse non basta più a distinguerci.

Ed è qui che il film comincia già a dire qualcosa di molto preciso sull’arte. Non sull’arte come espressione di sé, come vocazione individuale, come percorso verso la realizzazione personale. Ma sull’arte come relazione. Perché a volte incontriamo qualcuno che cambia il nostro modo di guardare ciò che facciamo. O forse sarebbe più corretto dire: che ci costringe a ricominciare a farlo in un altro modo.

È questa la trasformazione silenziosa al centro di Look Back. All’inizio il disegno è una cosa che separa. Stabilisce una gerarchia. Produce un confronto. Ci dice chi è più bravo e chi è meno bravo. Poi, poco alla volta, diventa qualcosa che può unire due solitudini. Fujino e Kyomoto disegnano. Inventano storie, personaggi, mondi. Crescono lavorando.

Forse è questo l’aspetto più affascinante di Look Back, che filma il lavoro, non il genio. Le ore passate a una scrivania. I fogli. Le correzioni. La ripetizione di un gesto. La concentrazione. La stanchezza. Le discussioni sulle storie. Il momento in cui un’idea sembra improvvisamente possibile e quello, molto più frequente, in cui non lo è.

Il cinema ha spesso raccontato gli artisti come creature eccezionali. Li ha isolati dal mondo per trasformare la loro creatività in una specie di mistero. Look Back fa quasi il contrario. Riporta l’arte alla sua dimensione più concreta: due ragazze che passano il tempo insieme cercando di fare bene qualcosa. E forse è proprio questo che rende così potente il loro rapporto.

Fujino e Kyomoto non hanno bisogno di spiegarsi continuamente ciò che provano. Il loro legame passa attraverso il lavoro. Attraverso i disegni, le storie che inventano. Attraverso una fiducia che non viene dichiarata, ma che si deposita lentamente nei gesti.

Il film trova qui una delle sue intuizioni più belle: a volte riconosciamo davvero qualcuno non attraverso ciò che ci racconta di sé, ma attraverso ciò che fa. Attraverso la forma che dà alle cose. Ti vedo. Vedo ciò che sai fare. E il fatto che tu esista cambia ciò che io posso diventare. Forse non c’è molto altro da dire sull’amicizia.

Il titolo del film, naturalmente, invita a guardare indietro. Ma Look Back non sembra interessato alla nostalgia. Il passato non è un luogo più bello nel quale rifugiarsi. È qualcosa di molto più ambiguo: il luogo da cui continuiamo a essere guardati. Perché ogni rapporto importante lascia dietro di sé una domanda. Che cosa sarebbe successo se? Se avessi fatto una cosa diversa. Se avessi preso un’altra strada. Se non avessi detto quella parola. Se non avessi aperto quella porta.

Sono domande che il film lascia affiorare senza trasformarle mai in una spiegazione. E proprio in questa discrezione sta una parte importante della sua forza. Ci sono esperienze che il cinema indebolisce ogni volta che prova a renderle troppo esplicite. Non c’è bisogno di sottolineare, di spiegare, di costringere lo spettatore a provare qualcosa. Basta lasciare che qualcosa continui a risuonare.

Ed è qui che Look Back diventa un film profondamente commovente. Perché comprende quanto le nostre vite siano attraversate da incontri che continuano a modificarci anche quando smettiamo di accorgercene. Un tavolo. Una stanza. Un’abitudine. Una storia che, dopo aver incontrato qualcuno, non può più essere esattamente la stessa.

Allora il disegno, che all’inizio era stato il terreno della competizione, torna ad assumere un significato diverso. Disegnare significa continuare a parlare con qualcuno. Scrivere una storia significa permettere a qualcosa di continuare oltre il momento in cui è accaduto. Creare un’immagine significa forse dire: questo momento è esistito. Questa persona è esistita. Io ero qui con lei.

C’è qualcosa di quasi infantile, in tutto questo. E proprio per questo di profondamente serio. I bambini credono ancora che inventare una storia possa cambiare il mondo. Gli adulti hanno (dis)imparato che non è così. Il mondo continua. Le cose accadono senza chiedere il permesso.

Ma forse l’arte non serve necessariamente a cambiare ciò che è accaduto. Forse serve a non lasciarlo scomparire completamente. Look Back è un film sulla memoria, ma non sulla memoria come archivio. Non si tratta di conservare il passato, di riprodurlo fedelmente, di riportare indietro ciò che non può tornare. Si tratta piuttosto di continuare a trasformarlo.

È questo che fanno le storie. Prendono qualcosa che è successo e lo fanno vivere altrove. Lo deformano. Lo reinventano. Lo rivelano. Gli danno un’altra possibilità. Forse per questo Look Back riesce a essere un film così semplice e così difficile da dimenticare. Perché non ci chiede di credere che l’arte possa salvarci da tutto. Sarebbe troppo facile. Ci suggerisce qualcosa di più fragile. Che gli incontri continuano a vivere dentro ciò che facciamo. Che non creiamo mai davvero da soli. Che anche quando siamo davanti a un foglio bianco, dentro ciò che facciamo continuano a lavorare le persone che abbiamo incontrato.

E forse, qualche volta, prendere in mano una matita significa semplicemente riconoscere che qualcuno ci ha insegnato a guardare.

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