Scorrono le immagini di Amsterdam, oggi. Vie, case, palazzi, anche l’interno di appartamenti e locali pubblici, con la gente che vive la sua vita, più o meno tranquilla. Ma la voce fuori campo parla di cose e persone vissute tra il 1940 e il 1945, ai tempi dell’occupazione nazista. Persecuzioni, deportazioni, brutali omicidi, storie tragiche, aneddoti raccolti dalla voce di testimoni e famigliari.
Il passato è come una presenza fantasmatica, che aleggia nell’aria, in forma di suono e memoria, e che si insinua tra le pieghe del presente, immagini dense o rarefatte, pittoresche o astratte, disegnate con occhio d’artista dall’inglese Steve McQueen (fotografo e scultore, prima di diventare regista). Ma il presente è anche quello dell’emergenza sanitaria, le piazze vuote, i locali chiusi, le manifestazioni contro il lockdown, mentre il racconto parla di guerra e priva zione della libertà.

Occupied City per certi versi è il film-simbolo di questa edizione del festival. L’esempio più clamoroso, per l’eloquenza e la durata (quattro ore!), di uno spirito che ha aleggiato su Cannes, in tante forme diverse. L’urgenza di ragionare sul presente appellandosi al passato, di riscrivere le regole di convivenza e gli strumenti di interpretazione del mondo.
Anche solo (solo?) il bisogno di ribadire quanto sia potente quello strumento che chiamiamo cinema, l’occasione di una narrazione diversa, di una coscienza critica fondata sullo stupore e su immagini capaci di mettere in crisi le nostre abitudini di sguardo.
Non è un caso che molti dei film visti in questa ricca, ricchissima edizione, siano nati ai tempi del Covid, quando in molti hanno avuto la sensazione che fosse tutto finito. Progetti bloccati dall’emergenza, sceneggiature rimaste in stand-by, oppure nate proprio in quel periodo.

A proposito di nazismo e male assoluto (assolutamente “banale”) – e del perché bisogna continuare a parlarne – The Zone of Interest sceglie di rimanere al di qua del lager di Auschwitz, nella vita quotidiana di una famigliola felice (?), nel lussureggiante giardino addossato al muro del campo di concentramento, nei gesti alienati, da burocrati dello sterminio, dei gerarchi e degli ingegneri che ragionano sull’efficienza dei forni crematori.
Niente che non sapessimo già. Eppure c’è qualcosa di estremamente perturbante nel modo in cui Jonathan Glazer racconta quella realtà, in immagini piatte e larghe, geometrie claustrofobiche, carrelli che invece di ampliare lo sguardo lo ingabbiano e lo inchiodano all’orizzonte delle ciminiere. Se Il figlio di Saul di Nemes ci immergeva nell’orrore, pur lasciandolo fuori fuoco, per sentirlo di più e meglio, qui il fuori campo è assoluto, ma la presenza della morte quasi si respira, si percepisce l’odore dei corpi bruciati, si sente un rumore di fondo che è impossibile rimuovere dalla coscienza.
Un nero lunghissimo come prologo, un rosso angosciante in cui precipita il film, una musica che fa quasi girare la testa, fino alla nausea. Un film che ci ricorda quanto è facile diventare ciechi e sordi, se il mondo intorno (i forti, i vincenti, i padroni del mondo) ti dice che in fondo “è giusto così”.
Sembrava giusto agli americani bianchi, nell’Oklahoma degli anni ’20, ingannare, derubare, uccidere gli Osage, la tribù che si era ritrovata improvvisamente ricca, grazie al petrolio. Martin Scorsese in Killers of the Flower Moon non si limita a una ricostruzione storica, non si accontenta dello spettacolo della violenza, non è interessato a facili comizi o moralismi didascalici. Lui possiede la lucidità intellettuale e la maestria stilistica necessarie a raccontare anche l’umanità del “malvagio”, la sua desolante ingenuità, per dire che in realtà il nostro mondo è figlio di quella mentalità, che il benessere americano è fondato anche sul sangue e la rapina, che è troppo facile riconoscere gli errori passati senza metterli in prospettiva col presente.

Non è solo una questione politica. E non si tratta solo di memoria storica. C’è anche un gran bisogno di ripercorrere la propria vita, il senso del proprio lavoro, di fronte a un mondo sempre più caotico, di cui si sono perse le misure. Vedi Retratos fantasmas di Kleber Mendonça Filho, uno dei film più belli in assoluto visti a Cannes (anche questo fuori concorso, così come Scorsese e McQueen), che racconta i cinema chiusi di Recife – vittime del sistema economico, della società che cambia, della smaterializzazione delle immagi ni – dentro un diario personale pieno di affetto (per la madre, ad esempio), di oggetti raccolti lungo la via, di documenti storici. Fotografa il mutamento della città e quello delle persone. Non per appellarsi alla nostalgia, alla resistenza contro la modernità, ma per cercare una via possibile per il futuro, consapevole di ciò che è stato.
Vari autori hanno realizzato film che sembrano voler fare i conti con il proprio cinema, e allo stesso tempo ragionano su ciò che è vero e ciò che non lo è, sull’ambiguità del reale e soprattutto della sua rappresentazione (uno dei problemi capitali della modernità, in cui è sempre più difficile distinguere il fake, e la scelta tra fonti diverse e punti di vista sembra diventata puramente ideologica, o peggio, sentimentale).
Monster di Kore-eda semina false piste e sovrappone varie prospettive, per dire quanto è facile ingannarsi e giudicare, soprattutto in una società che promuove la dissimulazione e il perbenismo. May December di Todd Haynes mette in scena la messinscena, mostra il cinema allo specchio, nella sua illusione di verità, l’arroganza con cui pretende di capire le persone e raccontarle. Parla di ambiguità del reale (della parola, in questo caso, e dei sentimenti), anche Anatomie d’une chute di Justine Trier, che ha vinto la Palma d’Oro come miglior film (forse troppo generosa, visti i con correnti, ma non scandalosa).

Più bello – e sottilmente ambiguo – è il film del turco Nuri Bilge Ceylan, About Dry Grasses (nella foto di apertura), storia di un insegnante esiliato in Anatolia, accusato di molestie da un’allieva, incapace di condividere un qualsiasi ideale collettivo. Poi arriva il cinese Wang Bing, che ha trascorso cinque anni della sua vita a documentare il lavoro delle fabbriche in cui si producono vestiti (per il mercato interno, ma anche per noi), e ti annichilisce.
Guardare la realtà, senza filtri, senza abbellimenti, a volte è un esercizio difficile, faticoso da un punto di vista intellettuale (tre ore di cinema che non lasciano scampo), sentimentale (come tollerare tanta miseria?), spirituale (eppure c’è così tanta umanità, vitalità, per fino gioia, in quella vita ai limiti del degrado e oltre). Non ci sono risposte. Se non l’appello unanime alle ragioni dell’umanità, della dignità, di ciò che ci unisce (il bisogno di amore, sicurezza, felicità), sempre più importante di ciò che ci divide (il luogo in cui siamo nati, la religione che professiamo, il colore della pelle). Questa sembra essere l’unica bussola.
Per questo sono benvenuti i premi a Glazer (Grand Prix) e a Kore-eda (miglior sceneggiatura), ma soprattutto quello ad Aki Kaurismaki (Fallen Leaves), che sa raccontare la speranza come nessun altro, pur dentro un contesto che sembra senza vie d’uscita. E fa piacere il premio al grande Kōji Yakusho, protagonista del film di Wim Wenders, Perfect Days, in cui si racconta un uomo che di mestiere pulisce i bagni. Le giornate (in apparenza) sempre uguali, la vita semplice, ma anche la poesia delle piccole cose, la capacità di radicarsi nell’attimo presente, nella sua bellezza gratuita, la sua grazia.


