| Letture

“Contro la cultura di massa”

di Christopher Lasch
(eléuthera)

Christopher Lasch

«Ma davvero la libertà consiste nel poter scegliere cosa consumare? Una banale “assenza di vincoli” fondata sull’illusione della varietà? Come non vedere che l’apparente libertà della produzione culturale di massa, in realtà, riduce le idee a merci? L’insaziabile appetito di “novità” del mercato «ha elevato la “visibilità” a unico criterio del merito intellettuale».

Christopher Lasch scriveva queste cose in un saggio del 1981. Ma più passano gli anni e più diventano attuali. Per questo è benvenuta la riedizione di elèuthera, in un libro intitolato Contro la cultura di massa, che ci aiuta a capire l’importanza del pensiero di questo storico delle idee, scomparso nel 1994, reso celebre dal saggio La cultura del narcisismo.

Ci aiuta Vittorio Giacopini, che nella prefazione ci ricorda le provocazioni di Lasch, che lo avevano trasformato nella bestia nera di liberal, femministe, ex figli dei fiori, acrobati di Wall Street e varie minoranze.

La sua difesa della famiglia tradizionale, del particolarismo culturale, delle credenze religiose, gli aveva procurato la nomea di “reazionario”. Lui che in realtà, da libertario qual era, si rivolgeva alla sinistra perché si liberasse da una concezione sbagliata del progresso, dall’equivoco dell’élite, la sua “visione turistica del mondo”, il culto del benessere e della salute, dentro una società di Io-senza-Io.

Colpite e affondate l’uguaglianza e la fratellanza, ci sono buone possibilità che venga gettata via «anche la maschera vigliacca del liberismo per dire addio una volta per tutte anche alla libertà».

Ci aiutano gli acuti scritti di Jean-Claude Michéa, che smonta il postulato, privo di senso ormai da trent’anni almeno, per cui qualsiasi “modernizzazione” (sul piano etico, culturale, tecnologico…) sia per definizione giusta e “rivoluzionaria”.

Per Lash teoria marxista e sociologia liberale, “sinistra” e “destra”, condividono il mito del progresso storico che deve recidere i legami tradizionali per “liberare” il popolo, tagliare le sue radici culturali, per avvicinarlo agli standard fissati da un’élite illuminata. Ma così i cittadini vengano trasformati in meri consumatori.

«Dopo il Settecento, l’offensiva contro i particolarismi culturali e l’autorità patriarcale, che incoraggiava – almeno inizialmente – la fiducia in sé stessi e il pensiero critico, è andata di pari passo con la creazione di un mercato universale delle merci, i cui effetti hanno portato a esiti del tutto opposti. La crescita di un mercato di massa che distrugge l’intimità, scoraggia lo spirito critico e produce dipendenza dai consumi negli individui, annulla le opportunità emancipatorie (…)

Di conseguenza, la libertà da quei vincoli equivale spesso alla semplice libertà di scegliere tra merci più o meno indistinguibili. L’uomo e la donna moderni, illuminati ed emancipati si rivelano, a un esame più attento, consumatori dalla sovranità piuttosto incerta. Più che alla democratizzazione della cultura, siamo di fronte alla sua completa assimilazione alle esigenze di mercato (…)

Occorre stringere un’alleanza con quelle forze della vita moderna che resistono all’assimilazione, allo sradicamento e alla “modernizzazione” forzata (…) Randolph Bourne aveva ragione quando sosteneva che il cosmopolitismo deve essere radicato nel particolarismo. L’esperienza dello sradicamento non porta al pluralismo culturale, ma al nazionalismo aggressivo, alla centralizzazione e al consolidamento del potere sia dello Stato sia delle grandi aziende (…)

Un’autrice, dopo aver osservato con stupore come «certe epoche in cui i mezzi materiali di comunicazione erano pressoché assenti abbiano superato la nostra per ricchezza, varietà, fecondità e vitalità delle idee in circolazione», ha proposto una visione del rapporto che lega tra loro lo sradicamento e il provincialismo arrogante che soggiace al consolidamento delle nazioni moderne: «Gli uomini sentono che c’è qualcosa di orribile in un’esistenza umana priva di qualsivoglia lealtà», scrive Simone Weil, e purtroppo nel mondo moderno «non esiste nulla, a parte lo Stato, a cui la lealtà possa aggrapparsi». L’indebolimento di ogni forma di associazione popolare spontanea non elimina il desiderio di associazione. Lo sradicamento sradica tutto, salvo il bisogno di radici»

(Christopher Lasch)

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