Ukiyo è una parola giapponese che significa “mondo fluttuante”. Ci ricorda la bellezza dell’effimero, la fioritura dei ciliegi, che va amata e ammirata in quanto tale, nel momento in cui c’è, senza preoccuparsi del fatto che domani non ci sarà più. Ci dice che il mondo è in perenne cambiamento e che il modo migliore di vivere è cercare un equilibrio, un’armonia, tra il dentro e il fuori, l’individuo e la collettività, la cultura e la natura.
Sta qui la sostanza del nagomi. Un concetto fondamentale per chi vive in Giappone. «Non è un’esagerazione affermare che si trova al vertice della cultura e al centro della filosofia di vita giapponesi» come scrive il neuroscienziato Ken Mogi in La via del nagomi – Per vivere in pace e armonia (Einaudi).
Noi occidentali abbiamo molto da imparare da quel modo di intendere la vita. Non bisogna essere monaci buddisti per capire quanto sia importante alimentarsi in modo consapevole e provare gratitudine per il cibo che mangiamo. Neanche per tenere una stanza in ordine e pulita, esercitando l’arte dell’attenzione e della misura.
Non è necessario essere nati in Giappone per imparare a convivere serenamente con gli altri, per esercitare le virtù del riserbo e del silenzio, l’importanza della curiosità, l’accettare se stessi, l’accogliere ciò che non si può cambiare (il gaman, legato all’autodisciplina dei samurai e allo zen).
Ken Mogi, con grande semplicità, ci spiega che il nagomi è «equilibrio, benessere e tranquillità del cuore e della mente». Riguarda qualsiasi aspetto della vita, che sia il giusto mix di sapori e ingredienti in cucina o il modo per costruire un giardino, l’attività fisica e quella intellettuale, il rapporto con noi stessi (accettare i limiti) e con gli altri (lo zatsudan, la chiacchiera che appiana i conflitti).
Dentro ci trovate l’ikigai, la tradizione del kintsugi, il satoyama (equilibrio tra civiltà e natura) e concetti come l’hara hachi bu («stomaco all’80 per cento», perché è meglio non saziarsi completamente a tavola).
Chi impara la via del nagomi sa come mantenere buoni rapporti con gli altri, anche quando c’è disaccordo, imparare sempre cose nuove, pur restando fedeli a se stessi, trovare un senso di pace in tutto ciò che fa. Vale la pena provarci.
«L’approccio giapponese al mantenersi giovani non è quello di rifiutare il cambiamento, ma di accoglierlo come un evento del tutto naturale nel mondo fluttuante. Da noi esiste il concetto di tokowaka, che letteralmente significa «giovane per sempre». Nella nostra filosofia di vita il tokowaka occupa una posizione di rilievo, ma l’aspetto più interessante è che si riferisce a un processo: niente rimane uguale e tutto si rinnova (…)
Per restare eternamente giovani, insegna questa filosofia, è necessario lasciare andare il passato e accogliere, persino salutare con gioia, i cambiamenti. In pratica il tokowaka è un processo in cui si instaura un nagomi con l’invecchiamento. La filosofia tokowaka è celebrata anche dai fondatori del teatro No, tradizione giapponese oggi inserita nel patrimonio culturale immateriale dell’Unesco (…)
Zeami ci ha lasciato un’analisi teorica scritta dove si fa la distinzione fra due tipi di «fiore» di un attore: uno è il «fiore di un momento», che caratterizza l’attore o l’attrice nella sua giovinezza, e l’altro il «fiore autentico», che resiste al tempo o si manifesta in età matura, quando l’interprete ha ormai le rughe, si muove lentamente e magari ha anche la schiena curva. Il «fiore autentico» è l’eterno giovane della filosofia tokowaka, realizzato dalla grande arte del teatro No attraverso la disciplina e il duro lavoro. Un esempio di tokowaka nel mondo naturale è la fioritura dei ciliegi a cui assistiamo in primavera. I deliziosi fiori rosa dell’albero di ciliegio sono indelebilmente associati al Giappone e celebrati proprio per la loro effimera esplosione (…)
L’hanami, la tradizione giapponese di ammirare i fiori, è in fondo sinonimo di apprezzamento della vita nell’attimo presente, perché sappiamo che un giorno finirà. Dovendo riassumerla in una frase, la filosofia di vita giapponese suonerebbe all’incirca «il cambiamento è l’unica forma di permanenza di questo mondo».
(Ken Mogi)


