Lo senti già dalla voce che Dolcenera ha “qualcosa” in più. Qualcosa che va al di là del talento (indiscutibile), della tecnica, del suo stesso amore per la musica. Lo capisci subito che dentro di lei c’è un fuoco che cova, in qualche insondabile profondità, che manda bagliori da lontano (segnali di fumo, anche) e poi divampa all’improvviso.
Chi ha ascoltato Anima Mundi, il suo nuovo album, sa di cosa stiamo parlando. È un disco che scalda, come un falò su una spiaggia tropicale, mentre da noi è in verno. Come il sole di quell’alba che inseguiamo da sempre, anche ingenuamente, quella che illumina un mondo nuovo, una nuova armonia, e che vista da qui (dall’Occidente addormentato) assomiglia a un’ topia.
Lo fa senza cercare chissà quali virtuosismi o solipsismi musicali, senza esibizionismi cantautorali. Con la poesia limpida e l’energia di chi è sempre stato “diversamente pop” e non ha niente a che vedere con il Mondo Take-Away, in cui si fa a gara «a chi si mangia prima» (musicisti compresi).
Con una voce del genere potrebbe vincere facile (ascoltare per credere la sua versione di Feeling Good di Nina Simone). Ma lei va avanti per la sua strada. Ed è proprio grazie a quella libertà che può permettersi un disco anfibio come questo, in cui pratica i ritmi della terra (il sud della Terra) e la liquida melodia del Mediterraneo, il pop e il cantautorato (in salsedine cubana), la musica brasiliana e la dance anni ‘80, la canzone italiana e il beat che ti costringe a saltare, però partendo sempre dalla scrittura, dall’idea. Sociale e vitalista. D’autore e da ballare.

Anima Mundi, in effetti, non è il disco-contenitore in cui viene infilato quello che capita, possibilmente ciò che “funziona meglio”. Assomiglia più a un concept album, in cui testi, ritmi e melodie dialogano tra loro. Tanto che oltre alle canzoni inedite, si trovano pezzi già usciti negli ultimi anni, che vanno nella stessa direzione (ideale).
Si parte da Un altro giorno sulla terra, che ha quattro anni, ma è perfetto per dare la scossa iniziale («Sveglia!») e farti saltare in piedi mentre lo ascolti: «Che fai, smetti di credere, alla tua luna piccola, perché sorge il sole lassù? (…) Non arrendersi mai è una bella verità, se ci penso però che fatica si fa…». E si finisce con il nuo vissimo Lo-Fi, quello in cui si parla degli influencer che postano seduti sul bidet, del mondo «sesso, politica e trap», che ha perso il rispetto e il senso di civiltà. In mezzo c’è la fine del mondo e la sua possibile resurrezione, la lotta che non si deve mai fermare. L’oceano e la stella chiarisce la questione brutalmente: «Siamo incatenati, siamo annoiati, si fa tutto e non si pensa a niente… ogni sera spegnersi davanti a un cellulare».
Ma non c’è da aver paura, anzi. Basta ricordarsi della nostra «scintilla, che è piena di luce, piena di amore, piena di vita» (come è Piena di vita la canzone in cui duetta con la voce di Gabriella Ferri). Amaremare evoca la «metà del Pianeta di plastica», dice che «serve spazio mentale per avere morale», ma il suo mantra suona come un incantesimo liberatorio (infatti l’ha adottato anche Greenpeace). Tanto che poi ci si ritrova lanciati nello spazio, «come avere il cosmo dentro gli occhi, guardare fuori dall’oblò di uno Spacecraft».
Viviamo in un «crocevia di culture», basterebbe anche solo ricordarsi da dove veniamo per ritrovare la strada. Lei l’ha trovata evocando Calliope: «Questo pazzo mondo, vecchio mondo, resiste, resiste a tutto, alle violenze, a tutto il male. E madre natura si è già organizzata con la primavera come sempre». Chi non vuole un po’ di «pace alla luce del sole»?
In effetti lo abbiamo sempre saputo che Dolcenera aveva qualcosa in più, anche quando vinceva Sanremo e Music Farm, incassava un disco di platino dietro l’altro (da Un mondo perfetto a Il popolo dei sogni), firmava hit radiofoniche e canzoni premiate (Il mio amore unico, Il sole di domenica, L’amore è un gioco, Ci vediamo a casa, Niente al mondo…) ed era diventata la nuova stella su cui scommettevano l’industria della musica e la televisione. Ma lo sappiamo anche meglio da quando ha avuto il coraggio di non farsi travolgere dal successo, continuando a fare ciò che ama, proteggendo la sua di versità (nelle intenzioni e negli ideali, prima ancora che nelle scelte musicali).

Incontrare Manu Dolcenera – la persona, non solo il personaggio – significa andare oltre le domande di rito e lasciarsi andare al flusso, cavalcando l’onda della sua energia. Lei racconta, condivide e chiede a sua volta, con una sincerità disarmante. In effetti è un dialogo più che un’intervista. Peccato non poter trascrivere i silenzi e le esitazioni, le risate improvvise e le smorfie buffe, che fanno la sua bellezza, dentro e fuori. Ma già le parole rendono l’idea. Per tutto il resto, c’è la musica.
Qual è la tua redness? La cosa che ti fa alzare la mattina?
A questa domanda possiamo arrivarci alla fine? Ti spiego perché. Se me l’avessi chiesto due o tre anni fa, te l’avrei detto che cos’è: il fuoco della creatività. Come penso e spero sia per la maggior parte di quelli che fanno un lavoro creativo. Però negli ultimi tempi ho la sensazione che molto spesso, anche quando un mestiere è creativo, viene governato da altre leggi, che non sono la libera espressione, il guardare dentro sé stessi e provare a trovare una voce unica.
Ma il fuoco rimane, no?
A me un po’ l’ha spento ultimamente. Il lavoro dell’album è stato pieno di fuoco, un fuoco enorme, che aveva la sue origine nell’Anima Mundi proprio. Adesso, però, mi guardo intorno, cerco qualcun altro che la pensi come me e non lo trovo.
Magari non lo trovi nel mondo dello “show business”, ma altrove ci sono. Il problema è che ognuno fa la sua cosa, anche bella, creativa, ma poi manca una vera connessione con gli altri. Ci hanno separati. Tante solitudini che faticano a dialogare. Così siamo più “leggibili” e controllabili. Basta guardare Facebook, ognuno vive la sua vita e la racconta, e tanto basta.
Questa cosa che dici è importante. Fa riflettere. Il fatto che nel momento della massima comunicazione – almeno per ciò che sappiamo oggi, domani non si sa – ci sia questa distanza, questa solitudine, soprattutto per una certa categoria di persone.
Ma non volevo arrivare subito ai massimi sistemi. Lo so che sei anche un po’ filosofa.
No, non sono filosofa, ma sono anni ormai che faccio solo dei ragionamenti sui massimi sistemi e non so neanche perché.
Ho ascoltato i tuoi podcast (“Una canzone, una storia: psicografia di un’artista femminile”). Pensavo fossero semplici biografie, il racconto di una vita e di una canzone. Invece dentro ci sono filosofia, psicanalisi, mitologia, esoterismo, simbologia…
Un lavoro apocalittico. Pur con tutta la passione che nutro per questo tipo di letture. Accostare questi temi alla vita di una cantante, a un’anima che hai studiato, è sta to un lavoro davvero enorme. Anche lì, però, mi sono fermata. Ne ho fatti tre (Nina Simone, “Feeling Good”: l’Alter Ego; Judy Garland, “Over the Rainbow”: la vocazione e il Mito della Diva; Aretha Franklin, “A Natural Woman”: il Mito della Madre, ndr). Ne ho pronto un altro. Però quello su Aretha Franklin ho dovuto tagliarlo tre volte perché durava 1 ora e 55.
Poi è diventato 1 ora e 20.
Ho scoperto che i respiri umani durano almeno quanto il parlato e a un certo punto ho cominciato a segare i respiri, per dare la sensazione che fosse più veloce… Ma niente, non riesco a stare nell’epoca corrente nemmeno con quello. Ti dicono: il podcast deve durare la massimo un quarto d’ora, venti minuti a dir tanto.
Perché in teoria deve accompagnare chi stira, chi si sposta in macchina, oppure chi ha una pausa veloce.
Questo invece è un podcast che non deve accompagnare un cazzo di nessuno! È una cosa che volevo lasciare “alla storia”. Una ricerca. Poi, nel tentativo di non sentirmi un’alienata rispetto al mio tempo, ho detto: mi fermo, tanto non mi corre dietro nessuno. Ho sempre fatto le cose in totale libertà. Non ho qualcuno che mi dice: devi pubblicare questo! Da un lato è un pro, dall’altro è un contro.
A volte si dà il meglio di sé quando si ha una scadenza.
Diciamo che mi sono fermata perché volevo provare a riabbracciare questa epoca che dice che i podcast devono durare tot minuti. Ma la cosa si è spenta solo momentaneamente, perché mi conosco: prima provo a riabbraccia re la realtà, poi vado avanti per la mia strada.
Fammi fare lo psicologo: quel podcast, forse, è il frutto di un desiderio che riguarda la tua vita e il tuo lavoro di musicista; nel senso che ti piacerebbe essere guardata in quel modo.
Sì, è vero. E arrossisco un po’ mentre ti dico che è vero. Mi vergogno. Perché tu mi puoi dire: che cosa vuoi dalla vita? Vuoi che ti guardino in profondità? Risposta: sì! Vuoi che la percezione di te avvenga su un altro piano? Risposta: sì! Vuoi trovare qualcuno che viva, che pensi, che senta il mondo come te? Risposta: sì, cazzo, sempre!
La solitudine di cui parlavamo prima, la solitudine della scrittura, è un desiderio di condivisione. È una cosa diversa dal desiderio di “fare gente”. Quando scrivo, se utilizzo una certa parola so già a chi mi sto rivolgendo. So che un certo tipo di persone verrà attratta da quella parola. Ma sono persone difficili da raggiungere visto che io, comunque, sono nel “mainstream del pop”. Dolcenera, mai nome fu più azzeccato! Vivo una doppia linea di comunicazione, due strade diverse. Sono nel mainstream e non lo sono. Infatti mi definiscono “diver samente pop”.
Qual è il rapporto tra Emanuela Trane e Dolcenera? Sono due possibilità? Due personalità che vanno più o meno d’accordo? Ricordo ciò che dicevi nel podcast su Nina Simone ed Eunice Kathleen Waymon, sull’alter ego e il doppio.
Emanuela è molto più estrema di Dolcenera. Ma non vivo lo sdoppiamento di Nina Simone, il doppelgänger non è una cosa che fa parte di me. Io in un certo senso sono ancora più estrema: Dolcenera farebbe ancora più pop.
Ma Dolcenera ti piace.
Mi piace, sì, ma ha un po’ nascosto la parte più estrema. Intendo quella totalmente senza regole, che si esprime fuori da ogni categoria, parlando di scrittura musicale. Non ho dato molto peso a quella cosa. Perché c’è un’altra parte di me che invece è molto rigorosa, legata a una for ma, alla volontà di eccellere all’interno di uno schema.
Quindi c’è una parte anarchica, totalmente libera, selvaggia, e ce n’è un’altra che ama seguire lo spartito ed eseguirlo nel miglior modo possibile.
Nell’idea però di cosa sia per me, in quel momento, “lo spartito”. Si tratta di abbracciare un’onda di ispirazione. Una cosa che da sempre gli artisti hanno creato e di cui hanno fatto parte. C’è chi la chiama “moda”. È quel movimento, quell’onda, che ti dà lo spartito, il contenitore dentro il quale vuoi stare in quel momento. Adesso, però, io quell’onda non la sento. In questo momento non c’è nessuno che mi ispira.
Magari l’onda la fai partire tu.
Eh.

In te convivono due parti, una molto razionale…
…cervellotica…
…e un’altra vitale, animale, sensuale, quell’energia pura che esce in Calliope.
Vero.
Ma tu sei metodica? Ti alzi la mattina e hai un programma da seguire? Oppure sei anarchica?
Ci provo ad avere un metodo. Ho un compagno che cerca di insegnarmi che il metodo esiste. Però sento dentro di me che per scrivere serve l’inaspettato. Tante canzoni le ho scritte in macchina, nel momento in cui meno me l’aspettavo.
Quando non ti sforzi e non ci pensi.
Io scrivo soprattutto quando sono felice. Questo è strano però. La maggior parte degli artisti, nella storia, hanno sofferto parecchio e nella sofferenza nasceva la scrittura. Anch’io soffro, soffro come un cane, ma ho questa strana energia positiva, questo desiderio di comunicare solo la parte solare, quella che ha trovato la soluzione, o che pensa di averla trovata. Anzi, diciamo quella che ha trovato il pensiero che alleggerisce l’animo. Perché io non ho la soluzione al Mondo Take-Away. Però dico: “amore mio cammina siempre”, hasta la victoria, e in quel momento quella frase mi dà uno slancio, la forza di reagire alla depressione, ad esempio quando vedo l’Africa mangiata dai cinesi, dopo che l’abbiamo già mangiata noi. Infatti nella mia vita ho scritto poche canzoni d’amore. Perché le canzoni d’amore si intendono come sofferenza d’amore.
La sublimazione del dolore.
L’ho fatto, all’inizio, quando ero più ragazzina. Ma subito dopo è entrata un’altra cosa, un altro modo di intendere l’amore. Quello per cui la vita di coppia non ha senso se non è contestualizzata nel momento storico. E da lì mi è partito il pippone cosmico: noi all’interno dell’equilibrio dell’universo. Non ci sono più state vere e proprie canzoni d’amore e questo probabilmente non va proprio bene, perché il 90% delle persone (delle femmine) vuole ascoltare canzoni d’amore. Però vogliono sentirsi lagnare d’amore soprattutto gli uomini, non le donne.
Esattamente vent’anni fa, proprio a febbraio, hai vinto Sanremo Giovani con Siamo tutti là fuori. Quando ti guardi indietro, e vedi quella Dolcenera, cosa pensi?
Ero totalmente da compiere. Sono sempre stata una per sona da compiere. Una che è cresciuta in ritardo rispetto alla sua età. Là avevo 26 anni, ma ero una perfetta adolescente. Come persona crescevo meno rispetto agli altri, come pensiero e ideali invece no. Mi mancavano le “relazioni”. Non sono mai stata brava a relazionarmi con le persone. Da bambina avevo una sorta di mutismo selettivo, parlavo solo con chi aveva da insegnarmi qual cosa che non conoscevo.
Quindi non era timidezza.
No, forse non era timidezza. Perché dentro di me sentivo di avere un fuoco, un bisogno di esprimermi… La Dolcenera del 2003 era un’ingenua. Pensa che mi sono messa sempre lo stesso vestito. Non avevo riflettuto sul fatto che ci si potesse cambiare. Nella mia testa dicevo: io scelgo una cosa, un abito che mi rappresenta, e quello è. Ero talmente concettuale che non conoscevo la forma e i modi della realtà, della comunicazione. D’altra parte però mi rendo conto che quella cosa mi ha anche aiutata.
Quella lì del 2003 ha dato un’idea molto definita di lei, nonostante io mi sentissi ancora indefinita. Pensa solo a quella maglia che indossavo, a mo’ di amazzone. Non sapevo perché mi piaceva, l’ho scelta perché mi sapeva di battaglia, di guerra, ma anche di sacri valori dell’Antica Grecia, c’entravano anche gli studi che avevo fatto, il classico… Sai cosa è successo, poi? Che ogni volta che ho indossato una “monospalla” ho vinto qualcosa.
Una magia.
Vogliamo andare un po’ nel mistico? Ad un certo punto io e Gigi facciamo un viaggio che io non volevo fare, ad Atene. Se non ricordo male ero in concerto a Mykonos. Avevo un giorno libero prima di tornare in Italia, ma ero stanca morta, perché era la tournée di Ci vediamo a casa, con tantissime date. Mi opponevo con tutte le mie forze a quella gita. Ma lui si è impuntato e ha comprato i biglietti a mia insaputa. E così mi ritrovo a camminare per Atene tutto il giorno, incazzata nera. Fino a quando, nel tardo pomeriggio, saliamo fino al Partenone e, quando arrivo, impazzisco totalmente! Mi levo le scarpe, mi butto a terra, comincio a girare come una matta e a urlare “Gigi, Gigi, questa è casa mia”! Ho sentito qualcosa… Non so, forse c’ero stata in una vita precedente. Ero sicuramente un’atleta.
Ti ci vedo nei panni dell’atleta.
Alla grande! Un’atleta finita male, però, perché tutti finivano male nell’antica Grecia.

Ieri guardavo alcuni tuoi video di tanti anni fa e sai cosa ho pensato? Che sembri più giovane adesso. Non so se è la libertà che ti sei data, l’energia, la curiosità. Da ventenne eri totalmente assorbita dalla performance. Eri più bloccata, lontana.
Anche lo sguardo era bloccato. Occhi spiritati, immersi in un altro mondo, senza coscienza di me. Avevo coscienza solo della musica. Io non esistevo. Non so, magari “quella lì” aveva più magia. Ma quando mi riguardo dico: dove stavo?
C’è chi ti rimprovera il fatto di aver partecipato a cinque Sanremo, di aver vinto premi e conquistato dischi di platino, ma di non aver vissuto fino in fondo la tua carriera. Sei rimasta come “di lato”. Quando ti rinfacciano questa cosa tu che reazione hai?
Non è facile rispondere. Da una parte c’è un po’ di tristezza, perché se avessi vissuto una vita come “si doveva”, lavorativamente parlando, probabilmente oggi avrei la possibilità di condividere con più persone alcuni messaggi a cui tengo tanto, tipo quello di Calliope. Dall’altra penso che probabilmente, se fossi rimasta completamente in quel mondo, Calliope non sarebbe venuta fuori.
Se rimani in quel mondo rischi di spegnerti, di andare avanti in automatico. C’è chi fa la stessa cosa da vent’anni.
Scrivere Calliope è stato un atto di libertà. Piangevo e ridevo… Quel momento me lo ricorderò per sempre. Come quando è nata Ci vediamo a casa: in macchina, mentre andavamo verso Milano. Dico a Gigi “senti questa cosa” e la canticchio, così… mi è venuta spontanea.
Il titolo Anima Mundi c’era fin dall’inizio o è arrivato dopo?
C’era già. Questo disco è proprio un concept. Magari non sembra a un orecchio più superficiale, ma chi va in profondità lo sente. Poi chi mi conosce davvero, personalmente, sa che lì dentro c’è tutta me stessa: la me selvaggia, quella di “Donne che corrono coi lupi”, il libro di Clarissa Pinkola Estés, quella che stava ad Atene; c’è la voglia di vedersi dentro un contesto che non è il tuo piccolo mondo, ma è collegato al resto del pianeta; c’è la voglia di energia positiva; c’è l’idea che siamo tutti accomunati, a livello ritmico, musicale, dalle percussioni del sud del mondo; c’è la mia passione per lo spazio, la conoscenza, l’esplorazione, che esce in Spacecraft e che si è fatta anche persona.
In che senso?
Ho conosciuto un ingegnere capo della Nasa che è un mio grande fan. All’inizio non ci credevo. Mi ha scritto e ho visto in calce alla mail il simbolo della Nasa. Pensavo mi prendesse in giro. Invece era un fan sfegatato, che conosceva tutti gli album a memoria, le parole di tutte le canzoni. Mi ha detto la cosa più bella che un uomo potesse dirmi nella vita: “Manu ricordati che quando ti arriverà un’immagine di questo sistema solare, o degli altri, sappi che tu con la tua musica hai contribuito a ispirare un piccolo uomo a fartele arrivare”. La mia passione che diventa realtà.
Gli incontri non sono mai casuali.
No, non lo sono.
Altre cose che ci sono nell’album?
Il mio spirito di opposizione, l’essere un bastian contrario. Se tutti fanno una cosa io devo farne un’altra. C’era il pe riodo in cui tutti facevano il reggaeton e io dicevo: va bene i ritmi del sud, va bene Cuba, l’idea di tornare alle origini ancestrali della musica, ma non farò mai il reggaeton.
Non la chiamerei world music, però nel tuo al bum ci sono suoni e ritmi che arrivano da mondi diversi. Poi c’è la tua voce soul, l’anima rock, la scrittura cantautorale. Il risultato è pop, ma nel senso buono del termine: tu hai bisogno di comunicare, di condividere. Non sei l’artista che fa la sua cosa e “se mi capisci, bene, altrimenti chi se ne frega”.
Vero. Non so bene a che filone appartenga questo modo di comunicare.
“Diversamente pop” è una definizione che funziona.
Sì, forse sì.
Sottolinea la diversità, ma anche il fatto che la tua musica potenzialmente può piacere a tutti.
Il fatto è che nella storia della musica le cantautri ci donne, di solito, sono persone che se la tirano un po’. “Se mi capisci bene, se no vaffanculo”. Io invece non riesco.
Perché hai voglia di provare a cambiare la testa delle persone.
Ma perché? Chi cazzo sono io?
Ma perché no? Uno nasce con questo bisogno.
Ma perché?
Non lo so perché. È una cosa di cui non puoi fare a meno.
Forse lo so il perché: perché io questa cosa la cerco negli altri. Come quando da piccola parlavo solo con quelli che mi stimolavano intellettualmente. Nel dare quella cosa, io in realtà la sto cercando. Faccio l’esempio di una musica lontana dalla mia: quando Bruce Springsteen canta Born in the U.S.A. riesce, con quella sua spavalderia, a lanciare un messaggio che è anche di protesta, un messaggio meraviglioso, potente. Quella visione, nella mia follia, è la stessa di Ci vediamo a casa, dove dico “la chiamano realtà questo caos legale di dubbie opportunità”. Una canzone che mi fu censurata a Sanremo.
“Quella cosa” la cercavi fin da bambina.
Mi ricordo quando mio zio Beppe mi fece vedere il Mistero buffo di Dario Fo, in cui recitava in grammelot. Avevo undici-dodici anni. Mio zio aveva un sacco di videocassette, era un patito di cinema, da adolescente mi ha fatto vedere Arancia Meccanica, Full Metal Jacket, Qualcuno volò sul nido del cuculo… Mi ricordo quei momenti come diamanti della mia crescita. Così giovane, poter vedere quelle cose, sapere che esiste un’altra possibile visione della realtà. La visione di Dario Fo mi colpì così tanto! Pensavo: come ha fatto a inventare un’altra lingua? Non avevo l’età della coscienza. Ma cominciai a guardarlo e riguardarlo, di continuo, per impararlo a memoria.

Tornando all’Anima Mundi. Quel concetto – l’idea della natura come un unico organismo vivente, l’esistenza di un principio cosmico unificante, la convinzione che siamo tutti collegati a un’ani ma universale – ha una lunga storia. È platonico, ma è anche al centro del pensiero orientale, in tutte le sue forme, ha avuto un grande successo nel Rinascimento, è stato rievocato dal Romanticismo, poi è stato sconfitto dalla storia, dal meccanicismo. Ma è qualcosa che continua a tornare, che scorre come un fiume carsico e ogni tanto riemerge. Avatar è un kolossal, non è certo un film intellettuale, è un’opera pop, ma parla proprio del sogno di vivere in un mondo in cui siamo tutti collegati, tra di noi e con la natura.
L’ho visto due settimane fa. Avevo letto vari articoli sul senso di depressione che il film lascia a molti spettatori. E devo dire che è vero: alla fine sei depresso dalla tua nullità… Oggi, su instagram ho trovato un post dedi cato a una frase di Battiato: “L’uomo crede di essere importante, s’immagina al centro dell’universo. Invece è zero, niente. E si rende ridicolo pensando di decidere, dominare. L’uomo diventa essere straordinario soltanto se si accetta come nullità”. Nullità, ovviamente, tra virgolette.
Anche dal tuo disco esce questa cosa. L’idea che accettando di essere una parte del tutto possiamo riconnetterci con noi stessi, con gli altri, con le cose. E quindi scoprire la nostra vera grandezza, che non è l’egoismo, ma è la comunità, è lo spirito. Nel tuo disco c’è l’apocalisse, ci sono la disuguaglianza, l’inquinamento, la gente che vive solo sui social, ma c’è anche tanta vitalità. C’è luce. Chi ascolta il tuo disco ne esce felice.
Sì, assolutamente sì.
Tu che collabori con Greenpeace, cosa ne pensi di ciò che sta accadendo oggi sul fronte ambientale? Da una parte ci sono i movimenti, guidati dai ragazzi, che danno speranza. Dall’altra c’è un greenwashing diffuso, sempre più plateale. Lo vedi anche tu? Come se ne esce?
Lo vedo benissimo. E dico questo: quando non se ne parlava per niente, vuol dire che eravamo lontani anni luce dalla possibilità di trovare una soluzione. Negli anni ‘80 non sapevamo nulla dei rischi dell’industria, dell’amianto, dell’inquinamento, eravamo lontani da una coscienza del pianeta. Oggi invece, tutti quelli che praticano il greenwashing, nella loro malignità, fanno il nostro gioco, perché ci ricordano dove sta la verità, la cura e l’attenzione per il pianeta che dobbiamo avere, nonostante loro.
Giusto. Me lo ricorderò la prossima volta che sentirò parlare di “riconversione ecologica”.
Quanto più si espongono, tanto più fanno il nostro gioco. Tu che produci energia in quel modo parli di “green”? A posto! Forza, parliamone… aggiungi dettagli… spiega!

Ora mi vuoi rispondere sulla redness?
Ma come, è già finita l’intervista?
Siamo a 58 minuti, non voglio rubarti troppo tempo.
Ma non è niente! Un autore televisivo mi ha tenuto un’ora e venti per un’intervista in televisione da 8 minuti. E mi ha chiesto quattro cose lette sui siti di gossip.
Allora parliamo dei tuoi programmi, dei tuoi sogni.
Ai sogni per adesso non ci penso. Non faccio programmi a lunga scadenza. Vivo molto il momento. Sono anni ormai che vivo con l’idea di trovare il modo di non far mi appesantire dalla vita per poter scrivere. Quindi in questo momento sto vivendo un momento di vuoto mentale. Per poi ritrovare la me piena di quel fuoco che ora è leggermente sopito. Ora sono un po’ delusa.
Da cosa, dalla risposta? Da come è stato recepito il disco?
No, non è questo. Sono delusa perché non mi ritrovo nella musica di oggi.
Non c’è niente che risuoni in te, che faccia “onda”?
Forse solo i Coldplay, ogni tanto. Come dicevi tu, il tema dell’Anima Mundi “ha fatto il giro” e ogni tanto esce… Ma vedo tanta omologazione nella musica, proprio nel momento in cui doveva esserci l’apoteosi delle diversità. Siamo tutti “connessi” e facciamo tutte cose uguali.
Forse sono solo alti e bassi, come diceva Boosta sull’ultimo numero di Redness. Ora c’è una libertà che sembra totale e invece è solo presunta, perché non c’è modo di orientarsi in questa scelta infinita, mancano guide, “maestri”. Magari fra qualche anno il caos prenderà una direzione.
Io rimango un’entusiasta. Il mio fuoco è sempre stato la scrittura. Ora sto lottando per ritrovarlo.
Gli orientali dicono che se non c’è il vuoto non ci può essere neanche il pieno. Serve innanzi tutto il coraggio di svuotarsi (dall’ego). Se sei “vuota” sei pronta ad accogliere “qualcosa”.
Il mio percorso da sempre è fatto di tanti vuoti. Tante volte sono rinata. Anche vuoti che ho creato io stessa. A partire da quell’incredibile scelta, quando ero sovraesposta dal punto di vista televisivo, all’apice del successo. L’apice è sempre l’inizio di una carriera, la gente si ri corda dei tuoi inizi, solo gli appassionati seguono tutto. All’apice del successo ho deciso che il personaggio ormai era davanti alla canzone, e quindi sono sparita. Brava Manu, bravissima Manu!
È così poetica questa cosa! Vuoi mettere? Sono capaci tutti di vivere di rendita davanti ai riflettori.
L’ho fatto in un momento storico in cui la legge era: se non ci sei sempre, muori. Anche avere a che fare con un assunto del genere ti fa stringere il cuore. Ti fai delle domande sulla tua visione, il tuo percorso. Ma non ho ancora trovato risposte. Sono una persona in evoluzione. Una persona che probabilmente, prima o poi, farà qualcosa di strano. Magari condurrò un programma televisivo. Forse, in un momento in cui ci sarà bisogno di qual cosa di diverso, tirerò fuori la cosa che ho dentro. Non mi dispiacerebbe. Pur non guardando mai la televisione.
Proprio mai?
In televisione, in tutta la mia vita, ricordo di aver vi sto il Sanremo di Pippo Baudo quando c’erano in gara gli ospiti internazionali, con Ray Charles che cantava Toto Cutugno. Per il resto la mia tv è fissa sul canale 64, Supertennis, la mia grande passione. E poi, in età un po’ più adulta, ho scelto delle serie televisive. Ogni tanto guardo La7 o Rai3. Aggiungo Celentano, quando fa ceva Fantastico. Ecco lui mi ha inciso il cervello. Avevo dieci anni, ero una fan sfegatata.
Quindi pur non guardando mai la televisione…
…penso che potrei fare una cosa bella. Ma dovrei prima sistemare una cosa, la stessa che devo sistemare per la tournée in partenza ad aprile. Devo mettere insieme il fatto che io non posso avere canovacci, perché così do il meglio di me, con la necessità di avere una scaletta.
Ma un canovaccio è solo una traccia.
No, non ne voglio sapere!
Ti vorranno mettere un auricolare nell’orecchio, altro che.
Ah ah. A me? Non credo proprio! Io riesco a dare il meglio quando so che qualcuno può andare via.
Nel senso di alzarsi e uscire?
Sì. Sono convinta che riuscirei a trovare il modo per non farlo andar via, usando l’imprevedibilità. Non so come dire: ho imparato a sentire come si muove l’atmosfera… Ma non riesco a razionalizzarla questa cosa.
Non razionalizzarla, falla e basta.
Giusto.

Una delle canzoni simbolo dell’album è Lo-Fi. Cos’è il “dubbio” di cui parli, che si insinua, che ti prende. Perché parli di “rivincita dell’asino”?
L’asino è quello di Collodi. È chi non studia e quindi non può avere una strada sua, perché non ha le basi per poter fare un suo percorso personale. Siamo in un momento storico in cui vedo attorno a me tante regole, regoluzze e regole del cazzo, le regole dei social, le regole delle piattaforme, gli algoritmi, che servono solo a uniformare. Le vedo dappertutto. Il momento storico che stiamo vivendo è quello della rivincita dell’asino. Il dubbio, la paura fottuta, è quella di perdere la redness. Si insinua dentro, potentemente, il dubbio di essere entrata anch’io in quest’epoca. Di essermi fatta fottere.
La comunicazione è impazzita.
È una comunicazione deviata. Ma potentemente si insinua il dubbio di far parte di quelli che abboccano. E comunque la comunicazione estremista di oggi è colpa dei social. Non c’è un decadimento dell’umanità. I social hanno favorito questo tipo di comunicazione urlata, fatta di slogan. Nessun concetto può mai essere semplice. Devi spendere più parole per spiegare e riflettere, non si può farlo su twitter! Ogni pensiero richiede un tempo di elaborazione e poi di condivisione.
E noi rispondiamo a questa deriva con sedici pagine di Dolcenera! Leggeranno in 40 mila, o in 4 mila, e ce ne saranno almeno 40, o anche solo 4, che ne ricaveranno qualcosa di buono.
Magari qualcuno pensasse: “non sono solo”.

Tornando al dubbio di “esserci dentro”, il discrimine comunque è la consapevolezza. Se sei consapevole, ci sei dentro ma non ne sei vittima.
La consapevolezza di Matrix.
O del buddhismo (e di ogni vera disciplina spirituale). Se sei consapevole, se riesci a guardarti con distacco, vedi i condizionamenti che ti spingono ad agire o a pensare in un certo modo.
Però è una lotta continua.
Certo. Nel frattempo continueremo a chiederti se non ti manca Sanremo e appariranno titoli tipo: “Dolcenera contro L’Isola dei famosi”.
Non è che io sia una ribelle. Non sono Che Guevara, Non sono Neo dentro Matrix. Però un occhio critico sul la realtà l’ho sempre avuto. Al massimo mi si potrebbe accusare di voler stare con un piede in due scarpe.
Alternativa e mainstream.
Dovrei prendere la decisione di non postare più niente su Instagram.
L’isolamento non è una soluzione.
Quello che pesa è il senso di solitudine.
Provato spesso dalle persone consapevoli.
Ma non è che la mia consapevolezza è limitata?
Come quella di tutti. Fossimo tutti illuminati, forse non avremmo bisogno di fare riviste o scri vere canzoni contro il Mondo Take-Away. Staremmo tutti a ballare nudi e felici sulla spiaggia.
Ah ah. Io mi faccio sempre un sacco di domande. Posso valere tantissimo ma anche un cazzo. Continuo a vivere quest’onda emotiva. Sono sempre sulle montagne russe.
Ma il tuo messaggio arriva! Noi di Redness ci crediamo: le minoranze cambieranno il mondo.
Una volta ci credevo anch’io.
Non dire così. Una coscienza alla volta ci si arriverà, ci volessero pure mille anni.
Apprezzo l’ottimismo… Ora, comunque, sono pronta a rispondere,
A cosa?
Alla domanda su qual è la mia redness.
Vai.
È la continua ricerca dell’entusiasmo del bambino. Non l’entusiasmo, ma proprio la ricerca.
Bellissimo finale.
Sì.


