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Nel deserto di Bombay Beach, per riscoprire l’essere comunità

Susanna della Sala e il suo magnifico “Last Stop Before The Chocolate Mountain”.
Dal disegno alla regia, per raccontare il mondo degli outsider.
Il mondo magico di un’artista che ha trovato l’America, quella vera.

Ci sono storie e personaggi che solo la realtà sa scrivere. Ecco perché il miglior cinema, a volte, è quello che ha l’umiltà di mettersi in ascolto, di osservare, di “lasciarsi usare”. Quello che si mette al servizio del reale (la sua folle bellezza, la sua verità nascosta).

Last Stop Before Chocolate Mountain, ad esempio. Non è certo un caso che la regista Susanna della Sala venga dal disegno e dalla scenografia, che sia anche scrittrice e montatrice – non un solo talento, ma tante passioni creative, non l’ossessione di “arrivare”, ma il gusto di cercare, sperimentare, magari anche cambiare insieme a ciò che incontri.

Il suo mondo poetico è magico e delicato, abitato da figure surreali e personaggi eccentrici, pesci, sirene, pierrot circensi. Un antidoto alla durezza e al cinismo dei tempi in cui viviamo. Un po’ come la storia che racconta nel suo film, fatta di outsider filosofi e artisti in fuga dalla società di massa, emarginati mezzi matti e musicisti anarchici. Persone sole che si fanno comunità, in un luogo incantato ai margini del mondo.

Joséphine Wister Faure in Last Stop Before Chocolate Mountains
Performance di Joséphine Wister Faure, dal film “Last Stop Before Chocolate Mountain” (foto Jessica Steiner)

Chi potrebbe inventarsi un posto come Bombay Beach? Poche case sperdute, nel deserto californiano, vicino a un lago tossico. Qualche roulotte, tante abitazioni abbandonate, montagne di rifiuti ovunque. Era un luogo alla moda, un tempo, frequentato da gente come Frank Sinatra e Bing Crosby. I filmati di repertorio mostrano bagnanti sorridenti e gente che fa sci d’acqua nel lago. Poi un disastro ambientale ha allontanato i turisti, ha sterminato la fauna del lago (il Salton Sea), ha spopolato la contea (nel 2010 si contavano 295 abitanti).

Una meta vacanziera à la page trasformata in una città-fantasma, abitata solo da chi non poteva permettersi di andare via o da chi era troppo legato a quella terra per abbandonarla. Una terra di nessuno, un rifugio per disperati (apparentemente), ma anche un luogo con un suo fascino misterioso, di quelli che attraggono artisti, creativi, “mistici” nomadi. Nasce da qui la seconda vita di Bombay Beach. La città ripulita, le case ricomprate, la creazione di un evento artistico, una Biennale, che ha attirato anche grandi nomi della mu sica, della pittura, del teatro.

Ma ciò che spicca, qui, sono le persone. La matriarca del luogo, una signora gentile approdata da giovane in questa terra con i figli, in fuga da un marito violento. Un rapinatore di banche in pensione, che passa il suo tempo girando in bici nel deserto e realizzando disegni poetici. Un “aristocratico” creativo, figlio di un uomo straordinario e ingombrante (il principe Dado Ruspoli, amico di Salvator Dalì e Brigitte Bardot, sperperatore di ricchezze, dedito all’oppio). Un poeta dai mille talenti che riesce a trasformare dei pezzi di ferro arrugginito in opere d’arte, improvvisa strofe rap e ha un modo tutto suo di celebrare il sacro della vita e del mondo.

Bombay Beach è un luogo unico, un angolo di mondo sperduto, ma è anche una metafora universale. È resistenza e riscatto. È la ricerca della realizzazione e della liberazione individuale, che si concretizza nella riscoperta della collettività, dentro una mini-società anarchica, senza leggi, senza classi, completamente autogestita, ma anche senza l’arroganza di diventare un esempio, una comunità alternativa.

Susanna della Sala si è innamorata a prima vista di questo luogo e ha avuto la sua dose di “risposte” (di esperienza collettiva e liberazione personale). Il cinema – e l’arte, in generale – dovrebbe essere sempre così: non una rappresentazione di sé, ma un’immersione in una realtà altra, una diversa possibilità, da vivere e da con dividere.

Susanna della Sala
Susanna della Sala in costume da giullare a Bombay Beach (foto Damon James Duke)

Ne parliamo con lei in un locale di Milano, vicino al cinema Beltrade, mentre aspettiamo che arrivi l’ora della proiezione. È una tappa del tour del film in giro per l’Italia. Fra poco lo presenteremo al pubblico milanese, dopo che il documentario è stato selezionato dal festival di Locarno e proiettato al Festival dei Popoli (dove ha vinto tre premi). Oltre a Firenze è già stato a Roma, Bologna e Genova.

Lei, ovviamente, non manca mai, perché questo è uno di quei film che vanno accompagnati e sostenuti in ogni modo, per trovare il suo spazio in un mercato bulimico e impietoso, in cui sopravvive solo il più forte. Non è certo un caso che a Milano venga presentato al Beltrade, oasi del cinema indipendente, di culto, d’autore. Così come è giusto che una delle prossime tappe, a gennaio, sia al Cinemino, altra avamposto milanese del cinema di qualità.

Come sei arrivata a Bombay Beach?

Grazie a Tao Ruspoli, uno dei protagonisti del film, che ho conosciuto per caso nel 2011. Mia sorella lavorava in America a San Francisco. Sono andata a trovarla e volevamo improvvisare un road trip di due giorni. Abbiamo trovato un camper da affittare e il proprietario era lui. Quindi è una storia cominciata per puro caso, più di dieci anni fa. Assolutamente casuale. Tra l’altro, alla fine, il camper non lo abbiamo più affittato. Ma lui ha questa personalità così forte, eccentrica, e visto che eravamo italiane come lui, ci ha invitato a casa sua a Venice Beach, a Los Angeles. Lo abbiamo conosciuto, abbiamo bevuto un caffè e ci ha raccontato la sua storia. Poi siamo rimasti in contatto, perché lui a quel tempo faceva il documentarista.

Tu eri ancora agli inizi.

Non avevo ancora girato il primo corto. Siamo rimasti in contatto a distanza. Uno scambio artistico. Gli chiedevo consigli. Quando poi gli ho mandato il corto Il Dottore dei pesci – che in fondo parla di emarginazione e di accettazione, il protagonista è un outsider eccentrico – lui mi ha detto che si stava trasferendo a Bombay Beach e mi ha suggerito di cercare quel luogo online. Mi ha detto: “È un posto che fa per te, vieni a girare qualcosa!”.

Era un luogo già conosciuto?

Quando ho iniziato a fare ricerche ho letto di un lago tossico, di un luogo definito “discarica”, di una cittadina fantasma fatta di rovine, di un progetto imprenditoria le fallimentare. Eppure quei “fantasmi” si sono rivelati di una vitalità che non avevo mai incontrato prima, spinti dalla voglia di ricostruire, di creare, di collabora re, di comunicare. In quel momento gli artisti non c’erano ancora, ma sapevo che Tao aveva intenzione di coinvolgerli. Ha fatto i primi tentativi nel 2015-2016 con pochi artisti. Quando sono arrivata io, alcuni avevano già iniziato a trasferirsi a Bombay Beach, comprando le proprietà.

Last Stop Before Chocolate Mountains
“Avevo letto di un lago tossico, di un luogo definito una “discarica”, di una cittadina fantasma. Eppure quei “fantasmi” si sono rivelati di una vitalità che non avevo mai incontrato prima, spinti dalla voglia di ricostruire, creare, comunicare”.

Hai deciso subito di girare?

Sì, ho fatto una scelta di pancia. Alla fine sono rima sta 9-10 mesi in totale, facendo tre mesi alla volta, per questioni di visto. Inizialmente abbiamo prodotto il documentario con una raccolta fondi, lanciata in Italia, su Indiegogo. Non era una produzione ufficiale. Anzi, all’inizio avevamo anche paura di essere cacciati. È girato tutto con la camera a mano anche per questo motivo. All’inizio non sapevo cosa sarei andata a raccontare. Ma nello stesso momento in cui siamo arrivati, ho iniziato a girare. So che ci sono documentaristi che prima fanno lunghe ricerche. Io invece ho pensato fosse meglio che si abituassero a me con il terzo occhio. Era un piccolo terzo occhio, si parla di un budget bassissimo: il primo anno abbiamo raccolto 6mila euro. Avevamo una piccola 5D, con un piccolissimo microfono, ed eravamo in due. Dopo quaranta giorni il direttore della fotografia se n’è andato e sono rimasta sola. A volte tenevo anche la videocamera abbassata, per non perdere mai il contatto con la persona che avevo davanti. Andavo a sentimento.

Gli abitanti del posto ti hanno dato subito fiducia?

No, anzi, è stato difficile. Ci sono tanti filmati su quel luogo finiti online che per loro sono “porno-povertà” (poverty porn). Avevano paura che anch’io fossi lì per guardarli in modo morboso, tirando fuori il peggio di quel luogo.

Il rischio c’è sempre: l’autore intellettuale che osserva i marginali e li racconta per edificare il pubblico borghese.

Per fortuna col tempo hanno capito che il mio sguardo era di tutt’altro tipo. Forse anche perché non ho mai in vaso i loro spazi, non sono mai entrata nelle loro case, che spesso sono arrabattate alla meglio. Hanno cominciato a fidarsi quando hanno capito che a me interessava ciò che loro volevano raccontare, non il mio punto di vista. Io non avevo nessuna pretesa o richiesta, anche dal punto di vista del linguaggio cinematografico. Ero lì per ascoltare ciò che volevano dirmi.

Più che scegliere io i personaggi, sono loro che hanno scelto me. Chi ha voluto mi ha cercato spinto dall’esigenza di raccontare la propria storia, a volte per esorcizzare il proprio passato e a volte per gioco, un modo per stare assieme e comunicare. In questo senso il film è nato in maniera spontanea e collettiva, proprio come le innumerevoli installazioni, le performance, le parate. Il mio metodo di approccio a questo film è stato quello di lasciare libertà, di non imporre il mio sguardo. Bombay Beach è un luogo libero e stravagante, non potevo incatenarlo in un linguaggio unico prestabilito e formale.

Last Stop Before Chocolate Mountains
(© Doclab 2022)

Ci sono personaggi davvero incredibili, a partire da Sonia, la magnifica matriarca, e da suo figlio Adam, l’ex-rapinatore di banche.

Lui è il primo che ho conosciuto quando sono arrivata. È un personaggio fantastico, che non si può inventare, lo puoi solo trovare. Lo abbiamo incontrato appena approdati a Bombay Beach. Un uomo sui 50 anni con le braccia ricoperte di tatuaggi intento a scarabocchiare su scarti di cartone. Mi sono avvicinata attratta dai suoi disegni che lui mi ha presentato come “scarabocchi”. Mi ha colpito, perché anch’io disegno e curo una pagina che si chiama “la scarabocchiatrice”. Ci siamo seduti con lui e ci ha raccontato la sua storia. “Ho imparato a disegna re in carcere, ci sono stato 26 anni per aver rapinato 8 banche” ha detto. “Disegnare è la mia terapia”. È stato quell’incontro a far scattare la scintilla.

A scriverlo, un personaggio del genere, risulterebbe poco credibile.

Forzato, sì. Lui ha questa personalità estrosa, esuberante, ma i disegni sono esattamente all’opposto, molto geo metrici. La sua mente riesce a sintetizzare ciò che vede in modo simbolico. Quando parla, fatichi a seguire il filo di ciò che sta dicendo. Ma poi realizza opere come l’immagine finale del film, con quella porta in fondo alla strada che rivela finalmente una via d’uscita. Lui ha trovato un senso grazie all’incontro con gli artisti. Perché ha scoperto di far parte di quella realtà, della comunità degli artisti

Ma al di là del camera a mano, delle scene “rubate” alla realtà o improvvisate, ci sono anche immagini poetiche, piani lunghi, inquadrature che sembra no quasi video-installazioni. Il tuo film, in un certo senso, corrisponde a ciò che guarda e dà vita a quel progetto artistico, oltre a raccontare la verità di quelle persone.

L’intenzione era raccontare il luogo e i personaggi. Ma sottolineando l’emotività, ciò che provano le persone, e la magia del luogo. Man mano che sono entrata in confidenza con loro e con il posto, con la comunità, ho avuto anche la possibilità di trovare un linguaggio per il film che fosse meno improvvisato. Sicuramente c’è stata anche un’evoluzione stilistica. Però l’intenzione principale era quella di raccontare le loro emozioni e il modo in cui loro percepiscono il luogo in cui vivono.

Sonia, la matriarca, lo dice espressamente: qui c’è una magia che non so spiegare ma c’è. Ci sono aspetti del reale che sono nascosti, legati alla sfera emotiva del luogo e delle persone ma che per me esistono, fanno parte della realtà anche se poco tangibili. È stato proprio questo che ho cercato di indagare e rappresentare. Quelle sensazioni, la poesia, la magia, l’energia di quelle persone. Sicuramente il contesto mi ha aiutato. Il deserto è un luogo violento dove sopravvive solo ciò che ha davvero una forza. Forse è per questo che gli artisti sono attratti da questo posto. È rimasta l’essenza delle cose. 

William Attaway
L’artista William Attaway è uno dei protagonisti del film (foto Jessica Steiner).

La rinascita di quel luogo è reale? Sta continuando?

Il luogo si è trasformato e anche le persone, la loro storia individuale. Nel film ad esempio vediamo che Sonia supera il lutto per suo figlio. Vediamo il veterano che ri trova sé stesso e riesce a definirsi in modo nuovo (“io sono Timmy, non sono più il marine”). C’è una rinascita, per le persone e per la cittadina. Ed è dovuta anche all’arri vo degli artisti. L’arte alla fine è diventata un modo per fare delle cose insieme, semplicemente, fisicamente. Non si parla di una trasformazione radicale del luogo. Esiste il rischio della gentrificazione di cui si parla nel film. Ma è comunque un luogo molto ostile, c’è il deserto, un lago tossico, il vento perenne, il freddo. Per costruire qualcosa lì, devi davvero metterci l’anima, perché il deserto si mangia tutto. Certamente però il luogo si è trasformato a livello umano.William Attaway,Il luogo si è trasformato e anche le persone, la loro storia individuale. Nel film ad esempio vediamo che Sonia supera il lutto per suo figlio. Vediamo il veterano che ri trova sé stesso e riesce a definirsi in modo nuovo (“io sono Timmy, non sono più il marine”). C’è una rinascita, per le persone e per la cittadina. Ed è dovuta anche all’arri vo degli artisti. L’arte alla fine è diventata un modo per fare delle cose insieme, semplicemente, fisicamente. Non si parla di una trasformazione radicale del luogo. Esiste il rischio della gentrificazione di cui si parla nel film. Ma è comunque un luogo molto ostile, c’è il deserto, un lago tossico, il vento perenne, il freddo. Per costruire qualcosa lì, devi davvero metterci l’anima, perché il deserto si mangia tutto. Certamente però il luogo si è trasformato a livello umano.

Cosa ti ha colpito in particolare di Bombay Beach?

Le persone. È stato un innamoramento. In ogni cosa che dicono, che improvvisano, che cantano nelle scene rap, c’è una saggezza, una profondità incredibile. Sono frasi che scriverei, che inciderei sulla pietra. Una saggezza che probabilmente deriva anche dal contesto ostile, dal fatto che sono persone partite dal niente. È stato illuminante anche a livello personale. Erano degli insegnanti per me. Maestri di vita. C’è stata una trasformazione anche mia.

In quanti momenti diversi lo hai girato?

Quattro momenti. I primi tre mesi nel 2018, nel 2019 altri tre e nel 2020 a distanza: un operatore che ho conosciuto lì e che fa parte della comunità teneva il cellulare in mano e io interagivo con Adam e Sonia al telefono. Una delle scene che ho girato così è quella finale, in spiaggia. Io stavo parlando con Adam e gli ho chiesto se aveva ricominciato a parlare con sua madre. Lui mi ha detto che quel giorno stavano andando a camminare sulla spiaggia. Ho chiesto di poterli riprendere. Ero lontana, ma ero lì con loro.

Ad un certo punto l’emozione è talmente forte che entri addirittura nel film, dal fuoricampo, e abbracci Sonia. Non so se lo hai fatto apposta, ma il messaggio arriva chiaro: questo è un cinema che non se ne sta a contemplare la realtà dall’alto, in disparte.

Non riuscivo a rimanere lì e limitarmi a guardare. Conoscevo il suo trauma, la morte del figlio, l’avevo vissuto con lei. Impossibile non intervenire in quel momento. Si parla di persone vere, il film passa in secondo piano.

Qual è il messaggio che arriva da questa storia, secondo te?

Ce ne sono diversi. Sicuramente dà un messaggio di speranza: si può sempre ripartire e ricostruire. Bombay Beach per me non è un luogo fisico in un determinato contesto, rappresenta un luogo metaforico e uni versale che racchiude l’esigenza di tutti noi di sentirci parte di qualcosa, di sentirci accettati, di poter ricostruire partendo dalle rovine del nostro passato. Il film è un tributo alla collettività, al potere della con divisione ma è anche una storia di genitori e di figli. Tutto ciò che fa Sonia, in fondo, il suo promuovere gli artisti, è nella speranza di integrare il figlio. Tao fonda una Biennale d’arte come un monumento al padre.

Sei rimasta in contatto con loro.

Sì, assolutamente. Tornerò a Bombay Beach a marzo, per la prima del film. Alcuni lo hanno già visto, volevo che sapessero cosa andavo a raccontare di loro. Sonia, ad esempio. Altri lo stanno aspettando. Lo proietteremo nel loro improbabile drive in, fatto di macchine abbandonate e devastate.

Il lago tossico è quasi solo contesto, se ne par la unicamente quando è citato dagli abitanti di Bombay Beach. Ma è una presenza costante, anche inquietante.

La storia di quel posto è molto complessa e stratificata e io non volevo fare un film d’inchiesta o ambientalista. Non era ciò che mi interessava raccontare. Ma il lago ha la sua importanza. A Roma, dopo una proiezione, Vito Mancusi, che insegna recitazione al Centro Sperimentale, ne ha parlato come di un personaggio che, nella sua tossicità, vomita degli scarti, e questo suo liberarsi porta a qualcosa che si rigenera e rinasce. Mi è piaciuta come descrizione. Così come mi piace pensare a quel luogo come una specie di miraggio. La scena finale (l’immagine della locandina, ndr) è l’unica installazione che ho fatto con loro. Non hanno avuto nessuna paura a entrare nel lago e sono entrata anch’io. Hanno sfidato il lago tossico.

Susanna della Sala in "Neolovismo"
Susanna della Sala in “Neolovismo”

Questo per quanto riguarda il film. Poi c’è la regista. Anzi, prima. C’è il suo percorso professionale ed esistenziale. Non è un caso che ci sia anche lei, fisicamente, dentro Last Stop Before Chocolate Mountain, seppure solo per qualche secondo. È anche lei un personaggio della storia. Lo è il suo sguardo (lirico, sognante) prestato a quello degli abitanti di Bombay Beach (e viceversa). Lei che invece è nata nel la “Po Valley”, per citare la sua biografia online. Ci ridiamo su. Susanna ride spesso e volentieri. È un’ottimista per natura. E il senso dell’umorismo è parte fonda mentale della sua poetica.

Lo sa chi ha visto il suo stravagante corto d’esordio, Il Dottore dei pesci (che pure ha una sua malinconia). Ma soprattutto chi ha potuto godersi l’auto-fiction di Neolovismo (visto al festival di Pesaro nel 2021), spassoso ritratto di una coppia alle prese con l’amore e la noia, il desiderio e l’incomprensione, realizzato a quattro mani (e due cuori) con Mike Bruce: buffo, cinefilo, eccentrico, anzi completamente matto, con “trascendenza” finale (e addio). Tra l’altro qui Susanna rivela anche doti inaspettate da attrice.

Ma la definizione giusta per lei è “artista visiva”. Al di là delle forme, gli strumenti, i mezzi utilizzati. La formazione ufficiale passa attraverso il Politecnico di Milano (design degli interni) e il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Quella informale invece spazia dalla scrittura al montaggio. E se la professione l’ha portata anche a lavorare per grandi produzioni (da Wonder Woman al film Netflix Murder Mistery, passando per la pubblicità, anche la mini-serie di Gus Van Sant per Gucci), la vocazione l’ha spinta verso «personaggi e storie non-convenzionali, gli outsider, i marginalizzati, le vittime della modernità».

Il cuore della sua immaginazione? I Doodles, gli scarabocchi che la accompagnano da sempre e che potete vedere sul sito susannadellasala.com, nel segno del realismo magico e del surreale.

"The Salton Sea"
“The Salton Sea (Il lago di Salton) di Susanna della Sala.

Se a Los Angeles leggono “Po Valley” chissà cosa si immaginano.

Invece è semplicemente Val Padana, zanzare e nebbia.

Come mai sei fuggita da Pavia?

Principalmente per la mentalità, gli stimoli, gli spazi. Per la voglia di ricercare.

Fuga creativa sognando il cinema?

Non ho mai deciso di “fare la regista”. Non sono tra quelli che hanno preso in mano la telecamera da bambini. Non sono un’intellettuale e neppure un’esperta di cinema. Io disegnavo. Sono partita da lì. Il disegno mi ha anche permesso di campare finora, passando dal design alla scenografia, per poi arrivare al cinema. I disegni in fondo sono dei racconti, sono personaggi che poi ho trasformato in parole. È così che è nato il mio primo cortometraggio, da una serie di illustrazioni.

Sei anche montatrice.

Questo però l’ho imparato da sola. Per necessità, quando ho girato Il Dottore dei pesci. Ammetto onestamente di averlo fatto con dei tutorial online. Per me, in generale, è molto difficile comunicare a parole. Penso e mi esprimo per immagini. Quando mi sono trovata a lavorare con le montatrici del film, per me era più facile spiegare ciò che avevo in testa facendolo, montandolo in prima persona. Loro poi lo aggiustavano per trovare una struttura più funzionale. Non riuscivo a spiegare ciò che volevo a livello di emotività e di atmosfera.

Susanna della Sala in "Neolovismo"
Un’altra immagine di “Neolovismo”.

A proposito di stranezze, anche Neolovismo non scherza.

Quel film l’ho girato insieme a Mike Bruce. L’ho conosciuto a Bombay Beach. Io stavo lavorando al documentario e lui stava girando in spiaggia un video musicale per Noel Gallagher. L’ho anche ripreso, quando ancora non ci conoscevamo. Uno degli artisti mi ha detto: lui è un film-maker come te, parlatevi! Ci siamo conosciuti e ci siamo messi insieme.

Un film sulla fine di un amore. Divertentissimo, però. Sembra quasi girato in epoca Covid. Due re gisti innamorati in isolamento.

In realtà era l’estate 2019. Eravamo stati ingaggiati per scrivere l’episodio di una serie. Avevamo deciso di metterci in isolamento in Italia. Ci sembrava un’ottima idea, invece non è stata una scelta molto intelligente. Sono usciti i problemi. E quei problemi li abbiamo tra sformati in un film. Lui ha un occhio fotografico speciale. Io mi sono dedicata di più alla scrittura.

Ti senti un po’ una outsider anche tu?

Probabilmente sì.

Una fuga che non finisce mai…

Sì, in effetti, mi sento un po’ fuori posto.

Non posso dire di essere propriamente un’outsider, in realtà, perché vivo in un contesto normale, una vita canonica. Però forse ammiro gli outsider perché hanno una vita che io vorrei, ma che non ho il coraggio di perseguire fino in fondo.

Susanna della Sala
(Foto Marco Minniti)

Nel frattempo fai cose che belle e fuori moda, difficilmente collocabili nel mercato dell’audiovisivo.

Motivo per cui continuo a fare la scenografa. Ma non ho mai avuto l’idea di “arrivare”, guadagnare, vincere premi. Non ho quel tipo di astuzia. Mi piace credere che se una cosa è fatta con sentimento, a qualcuno arriva. Sono cose che faccio perché ne sento la necessità. Quello della regista è un mestiere che “ho trovato”. Ora ho capito che è quello più adatto a me, perché riesce a mettere insieme tutte le mie inclinazioni.

Quindi non sei la tipica regista indipendente che vive la sofferenza di non poter campare con il proprio lavoro.

È chiaro che mi piacerebbe vivere di questo, ma sono anche realista. Ho avuto la fortuna di avere un piano B. Non ho quell’esigenza economica che potrebbe portarmi all’esaurimento. Non ho ancora quel tipo di frustrazione.

La vita ti ha riportato in America, dove hai vissuto da piccola.

Mio padre è ingegnere e in quegli anni lavorava per una compagnia statunitense. Un’esperienza ostica. Le scuole elementari e medie le ho fatte lì. Eravamo in New Jersey. Io ero l’unico studente straniero nella storia di quella scuola.

Vittima di razzismo?

Mi chiedevano: “Is your father from mafia?”

Tua madre, invece, cosa faceva?

Mia madre si occupava di noi aprendoci lo sguardo all’arte, alla musica, al teatro. Ama il rock, era al famoso concerto di Jimi Hendrix a Londra nel ‘66.

E ha cresciuto tre figlie creative.

Silvia, la sorella grande, che insegna Lettere e Storia, ha fatto da consulente nella scrittura del film e ha scritto il documentario Res Creata per la regia di Alessandro Cattaneo. Linda, la musicista, ha composto un pezzo per il film.

A proposito di contributi eccellenti, il pezzo fina le è firmato da Alex Ebert che tutti conoscono per la colonna sonora di All Is Lost.

Lui è quello che in una performance, come fosse una cerimonia di purificazione, vomita e scrive su una vecchia parete: “the heaven”. È un musicista straordinario, che ha vinto il Golden Globe per la migliore colonna sonora, ma ha deciso di regalarmi un suo pezzo. Io che sono sua fan da anni ero sotto shock. Quella di Bombay Beach è una comunità, sono cose che accadono solo in quel posto.

Il video per il suo pezzo Hands Up (regia di Tao Ruspoli, assistente alla regia e costumi Susanna della Sala) sembra uscito dal film. Così come quel lo di Vera Sola per The Colony.

Sono stati girati tutti e due a Bombay Beach. Tutti i progetti artistici in quel luogo sono atti collettivi e in qual che modo sono legati uno all’altro.

"Equilibristi della vita"
“Equilibristi della vita”, un disegno di Susanna della Sala.

Tornando ai disegni, il tuo è un mondo poetico e sognante. Anche un po’ infantile, se vuoi. Io direi soprattutto delicato. Se non ti dispiace come aggettivo.

No, anzi, mi ci ritrovo benissimo.

Pesci, sirene, nasi buffi, esseri circensi…

Ho sempre amato il mondo circense, che ho ritrovato in Adam. Lui ricorda il giullare di corte, che fa il matto ma in realtà ha una profonda saggezza, offre una visuale straordinaria sulla realtà. Il giullare era l’unico, in un ambiente rigido e pieno di regole, che poteva mettere in discussione le azioni del re. È l’eroe misconosciuto della creatività. Un po’ come il dottore dei pesci, uno che di mestiere cura i pesci rossi, ma ha una saggezza tutta sua. Amo anche cercare la personalità in oggetti e cose apparentemente inanimate.

C’è chi nutre un certo sospetto verso chi racconta la marginalità arrivando da situazioni privilegiate.

Mi viene in mente Diane Arbus, che fotografava emarginati ed eccentrici. Era di famiglia borghese, e in tanti le dicevano: perché proprio tu? E lei rispondeva: perché è necessario, è uno scuotersi, un risvegliarsi. È una ricerca dell’essenza.

Il tuo film sembra che racconti un gruppo di artisti che salva una cittadina e i suoi abitanti. In realtà succede anche il contrario. È un rapporto reciproco.

Non credo che gli artisti salvino la cittadina. L’arte è già dentro Bombay Beach, sta tra le bambole e le bizzarre sculture del giardino della signora Shirley, nell’istallazione di pietre colorate di Lloyd geologo in pensione, nel modo di vestire di Sonia, nella voce del cantante dello Ski Inn, nei disegni di Adam, nei colori del deserto. Gli artisti arrivano attratti da tutto questo e ritrovano anche una dimensione famigliare, come l’ho ritrovata io. In America non è come in Italia, la famiglia multi-generazionale non è così diffusa. Gli anziani in America vanno nelle case di riposo. Per gli artisti era strano vedere un giovane a cena bersi una birra insieme a un vecchietto di 80 anni. Oltretutto gli anziani del posto sono più vitali dei giovani, che invece sono i più conservatori. Sonia, a 76 anni, diceva: noi porteremo avanti la festa!

Il tuo prossimo passo?

Sto scrivendo e sto preparando un altro documentario. All’inizio pensavo di essere più portata per la finzione, per l’immaginario fantastico. Poi ho capito che la mia strada è un’altra. Il fantastico deve essere estratto dal reale.

Adam Herbert
Adam Herbert (foto Andrea Josè di Pasquale)

Alla fine la sala era piena. Tanti applausi, tante emozioni. E, come accade spesso al Beltrade, il pubblico ha potuto fare le sue domande alla regista. Che ci ha tenuto a ribadire la natura collettiva del film (prodotto da DocLab, distribuito da ZaLab, fotografato da Andrea José di Pasquale, montato insieme ad Aline Hervé ed Elisabetta Abrami, musicato da Vittorio De Vecchi, ecc.).

In sala c’erano molti di quelli che hanno dato un piccolo o grande contributo economico per trasformare l’impresa in realtà (collettività!). E Susanna della Sala ha spiegato che a lei interessavano le emozioni di quelle persone, la loro storia, il loro modo di guardare il mondo. Perché è questo che fa la differenza, e indica una direzione anche per noi, oltre che per loro. È lo sguardo dell’innamorato del mondo e della vita, nonostante tutto, che vede la magia dietro il dolore, oltre lo squallore, trasfigurandoli letteralmente. Che reagisce all’ingiustizia rimboccandosi le maniche, costruendo, collaborando a un sogno strambo. Cose difficili da vedere stando al “centro del mondo”, con la sua narrazione meccanica fatta di sviluppo, consumo, successo, sociali tà virtuale. Stando ai margini del mondo, a volte, si può vedere meglio, più lontano.

Chi se lo dimentica più il rapinatore di banche in pensione che ama il Rinascimento e si chiede come mai sia scomparso così all’improvviso? O l’ex marine che difende gli artisti, quando qualcuno in città comincia a criticarli, con la sua saggezza semplice: «La gente scatta fotografie e le appende al muro. Raccoglie piante… E questa è arte. Da quello che vedo, ciò che state facendo è solo bellezza. Molte persone sono perse, vivono rinchiuse nelle loro case, se venissero qui a guardare cosa fate e parlassero con voi, ne resterebbero stupite. Insomma, è una connessione».

Sonia Herbert
Sonia Herbert: ” Penso che le persone vadano in un luogo di riposo, dove tutto è pensiero, tutti quanti si conoscono e hanno qualcosa da fare” (foto Damon James Duke)

Soprattutto ricorderemo Sonia, che cammina sulla spiaggia, al tramonto, ricordando il figlio a cui non ha potuto dire addio, e dice cose che nessuno sceneggiatore potrebbe scrivere, perché rischierebbe di sembrare retorico, mentre questa è vita, con la sua verità: «Penso che le persone vadano in un luogo di riposo, dove tutto è pensiero, tutti quanti si conoscono e hanno qualcosa da fare. È come un arazzo dove tutto si mescola a meraviglia. Un bellissimo mondo fatto di arte».

L’arazzo è fatto di vita, cinema, poesia, canzoni (Bowie sulla luna!), parole d’amore, meditazioni. E un mondo da (ri)costruire. Per dirla con l’artista William Attaway, folgorato sulla via di Bombay Beach: «Qui puoi guarire, serve solo tempo e spazio, e che le persone intorno a te facciano qualcosa di stimolante. Le anime delle persone si elevano quando sentono che chi è intorno a loro vive quella stessa elevazione. È una società così difficile in cui vivere, in cui ci si deve adattare a questa idea di avere successo…. Ora è il momento di creare non di arrivare».

Locandina "Last Stop Before Chocolate Muntains"

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