Ci sono luoghi dell’immaginazione che sembrano più veri di quelli “reali”. Uno di questi è Pandora. Anche se, parlando di Avatar, la distinzione reale/immaginario rischia di risultare inadeguata, oltre che invecchiata male. Un po’ come quella tra animazione e cinema live (“live action” è l’azione dal vivo, il film interpretato da attori in carne e ossa).
Che cos’è Pandora se non una gigantesca opera d’arte virtuale, digitale, che prende forma sulla schermo, e diventa reale, sfidando la nostra incredulità? E cosa dire di quegli esseri blu, giganteschi, quegli indigeni di un altro pianeta, più umani degli umani, che sono insieme attori e personaggi animati, corpi trasfigurati, inter preti mascherati elettronicamente (foto-video-ritocco in performance-capture)?
Avatar parla di incarnazioni, trasformazioni, superamento di vecchie categorie, già a partire dal titolo. Oggi la parola indica il personaggio virtuale che ci rap presenta sul web, che ci raffigura, oppure che ci trasfigura, in tutti quei casi in cui assomiglia più a come ci vediamo (o ci immaginiamo) che a come siamo (o come gli altri ci vedono). Ma l’avatar, in India, è soprattutto l’incarnazione di un dio, l’apparizione in forma terrestre di un’entità sovrannaturale, che di solito avviene in periodi di crisi, quando l’umanità ha smarrito la strada, per ristabilire una connessione tra terra e cielo. Guarda caso Krishna – l’avatar per eccellenza – è tradizionalmente dipinto di blu.

I due significati convivono nella creazione di James Cameron, che da una parte è fantascienza futuribile, evoca tecnologie in grado di trasportare una coscienza da un corpo umano a un’altra entità, dall’altra ha un’anima antichissima, spirituale, panteista, che guarda al pensiero orientale e alla sua tradizione filosofica e religiosa.
Su Pandora tutto vive in armonia, Na’vi e natura, essere animali e vegetali, attraverso una divinità chiamata Eywa, in una inter-connessione che ricorda un concetto fondamentale di varie discipline spirituali orientali. Ma allo stesso tempo quell’essere connessi rievoca in qualche modo anche il web, il grande villaggio virtuale globale – “villaggio”, appunto, come se tutto il mondo fosse una grande tribù con cui ognuno può condividere immagini, pensieri, ricordi – alludendo alle sue potenzialità positive, ancora inesplorate.
Pandora non è un banale contesto, non è solo scenografia spetta colare. Sì, certo, si parla di visioni che devono suscitare stupore, perché il (grande) cinema deve catturare l’occhio, oltre al cuore. Ma Pandora è anche un’ipotesi di realtà futura, uno stile di vita alternativo, un’idea di mondo che assomiglia a un Eden perduto (ma ritrovabile), un’utopia realizzabile, in cui umani (e umanoidi) vivono in armonia tra loro e con la natura. Sono passati 13 anni da quando Avatar ci ha restituito la meraviglia del cinema. Lo stupore infantile che accompagnava i primi fantasmagorici film di Méliès. Quelli che lasciavano gli spettatori a bocca aperta di fronte a un’arte-tecnologia in grado di dare vita anche a mondi immaginari.

Troppo cinema tutto uguale, frastornante, povero di idee e di immaginazione, è passato sotto i nostri occhi, soprattutto dopo la moltiplicazione degli schermi e dei sistemi di riproduzione (dalla tv allo smartphone), che hanno esaltato la quantità più che la qualità e l’ambizione. Sono pochi i registi contemporanei che hanno provato a conciliare le ragioni dell’arte e quelle del sogno, la ricerca estetica e l’universalità del messaggio (l’eterno Spielberg, Nolan, Villeneuve…).
James Cameron non è mai stato uno che si accontenta, come ha dimostrato la visionaria megalomania di Titanic (il finale di Avatar 2 ci riporta ai momenti più spettacolari di quel film). Avatar non era semplicemente un gigantesco blockbuster, frutto di investimenti milionari. Era il prodotto di una nuova tecnologia, su cui il regista di Terminator e Aliens scontro finale lavorava da tempo.
Un film pensato, girato e realizzato in 3D con apposite tele camere – a differenza dei soliti film tridimensionali, frutto di un trucco in post-produzione – che generava sostanzialmente una nuova dimensione, la profondità di schermo, la possibilità di sviluppare la scena in direzioni finora solo immaginate. Indimenticabile l’impatto di quelle sequenze di volo, nei cieli di Pandora, che andavano ben al di là dell’effetto luna park dei movimenti 3D, e suggerivano la necessità di guardare le cose in modo nuovo, di andare più in là con lo sguardo, più in profondità. Era il tema principale del film: “Io ti vedo”, dicevano (e dicono) i Na’vi per evocare un modo di guardare che è anche un sentire, un entrare in connessione profonda con l’altro.

Il primo Avatar aveva la struttura narrativa di una fiaba, evocava temi e trame ancestrali, i buoni e i cattivi, un popolo indigeno che vive in armonia (con un’innocenza edenica che ricorda i nativi di Terrence Malick) e un esercito invasore che uccide e distrugge senza pietà, per depredare le sue risorse. C’era la solita storia di resistenza, ma dentro un discorso fortemente ecologico. E poi c’era la storia d’amore, la vicenda fondativa dell’esploratore-invasore che si innamora dell’indigena, la coppia di amanti nemici che manda all’aria le categorie ed evoca la convivenza possibile.
Ma sotto la trama-tema principale, c’era anche un discorso fondamentale sull’io e i suoi limiti, esplorato secondo categorie tipicamente orientali. La coscienza di un uomo che dentro un altro corpo, un altro sguardo, un diverso modo di intendere la vita, scopre di poter andare letteralmente oltre i propri limiti e vivere la “verità” di un mondo che non riusciva a capire. Bisogna rinunciare al proprio piccolo falso io (l’ego) per scoprire il vero sé, che è connesso al resto dell’universo.

Avatar 2, tredici anni dopo, riparte da lì, in tutti i sensi. Innanzitutto per lo spettacolo “bigger than life”, un cinema alla vecchia maniera che però utilizza una tecnologia nuovissima e ha senso solo nelle dimensioni del grande schermo (anzi, più grande è meglio è). Si va in direzione contraria rispetto alla stragrande maggioranza delle produzioni odierne, i film nati con un occhio allo streaming, nella consapevolezza che la maggior parte delle persone lo vedranno a casa propria, su una qualche piattaforma digitale.
Torna la cara vecchia esperienza dell’immersione in un mondo immaginario ma verissimo, nel buio di una sala. Immersione favorita dall’idea visi va alla base del film. Le possibilità del 3D (che non hanno avuto lo sviluppo sperato, in questi tredici anni) non hanno un valore in sé, meramente ludico, ma permetto no di sperimentare quasi fisica mente quella “scoperta dell’acqua” che vivono i protagonisti del film.
Nel primo episodio si trattava di ampliare lo sguardo, vedere in modo nuovo, qui invece si tratta di buttarsi e nuotare, di lasciarsi andare, di sentire. Ancora una volta Avatar è una straordinaria esperienza sensoriale. Le poetiche rocce galleggianti delle Hallelujah Mountains lasciano spazio alle magnifiche vastità sottomarine.
Ma cambia anche l’approccio “filosofico”. Il tema principale non è più il superamento del vecchio sé, ma la connessione con il “tutto”, da esplorare in modo nuovo, anco ra più profondo. Vedi la figlia della coppia meticcia (un uomo diventato Na’vi e una nativa) che sente il divino, si perde nella contemplazione del mondo, e cade in vere e proprie estasi misti che (che per l’uomo occidentale, moderno, sono il frutto di epilessia…).
Al posto dell’aria, stavolta, c’è l’elemento acqua, qualcosa che è dentro e fuori di noi. «La via dell’acqua non ha inizio e non ha fine», si dice, rievocando temi taoisti. Ma c’è anche il pranayama yogico, la necessità di impara re a respirare, che sono i figli a insegnare ai genitori, perché sono i giovani a vivere più intensamente quella connessione (sono i giovani, nei nostri tempi, che lottano per salvare il pianeta Terra, distrutto dai padri).

Quello che vediamo sott’acqua è quasi un mondo astrale, come fosse la dimensione in cui si entra in un altro stato di coscienza, che si raggiunge attraverso la meditazione. Un terzo del film è pura contemplazione, con momenti alti, poetici, e altri più scontati e già visti. Ma è questa la logica di Cameron e di un cinema proiettato nel futuro, in cui l’azione è sempre fondamentale, spettacolare, ma il messaggio passa anche solo attraverso l’esperienza visiva, formale.
Poi c’è la cara vecchia epica e la forza espressiva tipica di ogni fiaba, che va a toccare i grandi temi della vita e della morte, dell’amici zia e dell’amore. Per certi versi, in Avatar 2, sembra di stare ancora dentro un vecchio film western. Il tema, in questo caso, è provare a coniugare valori antichi ancestrali, come l’appartenenza, la famiglia, il sacrificio per l’altro, con il “nuovo sguardo” che connette alla natura, l’unità con l’universo e la comunità, che vale più dell’individuo, gli dà un senso.
Nel frattempo i cattivi sono pronti a incarnare i propri (dis)valori, l’o dio, la vendetta, la volontà di potenza, in nuovi corpi. Stavolta non si cerca un’energia inesauribile, ma un liquido che dà la longevità, che guarda caso si chiama amrita, come l’acqua della vita eterna della mitologia indiana.
I poveri stolti occidentali, gli invasori, spietati cacciatori di balene in formato tulkun (splendidi animali marini, intelligentissimi, al centro della trama di Avatar 2), pensano che il problema sia avere qualche anno in più, l’immortalità del corpo. Non possono capire quell’altra forma di immortalità (evocata simbolicamente dall’amrita). Così come non capiscono che «l’energia è sempre in prestito» e prima o poi va restituita, come ci insegna il commovente finale.

Ma proviamo a inoltrarci nel processo creativo di James Cameron e dei suoi collaboratori, per a capire il modo in cui nasce e si sviluppa un luogo (narrativo) complesso come quello che va in scena in Avatar, ormai destinato a diventare una saga.
Jake Sully e Neytiry – interpretati da Sam Worthington e Zoe Saldaña – ora hanno quattro figli, di cui una adottata (una nascita “miracolosa”) e devono convivere con un diverso popolo di Pandora, il clan acquatico Metkayina. Ebbene sì, Pandora è molto più grande e varia di quanto immaginassimo. Lo scopriremo un sequel dopo l’altro, visto che sono già stati girati anche il terzo, il quarto e il quinto, che usciranno ogni due anni (nel 2024, nel 2026, nel 2028).
Si dice che James Cameron abbia accumulato più di 15 mila pagine tra note, idee narrative e variazioni della storia, poi affidate a un team di sceneggiatori per svilupparle in torno al tema centrale della fami glia. Dentro quelle pagine ci sono anche i vari ambienti di cui è fatta Pandora, che è una luna orbitante intorno al pianeta Polifemo, nel sistema stellare Alpha Centauri-A.
Come dice il co-produttore Jon Landau «Pandora è un personaggio del film. Abbiamo usato Pandora come metafora del nostro mondo: potremmo viaggiare per secoli e non vedere tutte le meraviglie che contiene. Quindi, Jim (Cameron, ndr) ha deciso di esplorare nuovi ambienti e nuove culture di Pandora». Niente di più affascinante, per un amante del mare come Cameron, immaginare un nuovo popolo legato all’oceano, che è anche fisicamente diverso rispetto agli abitanti della foresta, adattato alla vita in acqua, ma non sfugge alle dinamiche tipiche dei popoli terre stri, quando vengono in contatto con il simile ma diverso.
Ma il meglio dell’immaginario cameroniano si esprime nella creazione delle specie acquatiche, variazioni visionarie degli animali marini della cara vecchia Terra. Per testimoniare la vocazione ambientalista e animalista di Avatar, non c’è nulla di più efficace della spietata sequenza di caccia al tulkun, che ci riporta a scene sanguinose viste tante volte nei mari terrestri, e che esaltano l’orrore sottolineando l’intelligenza di quelle fantasmagoriche balene, in grado di comporre musica, di comunica re con i Na’vi, di provare emozioni anche più intense delle nostre.
Cameron ha fatto creare al fronte alla tecnologia più avanzata, ma anche alla massima artigiana lità, alla necessità del realismo più accurato e minuzioso. Poi, certo, se sei Cameron puoi lavorare anche con una rivoluzionaria Virtual Camera che consente di girare dentro un ambiente digitale come se fosse reale. Il regista con quella macchina da presa poteva vedere i giganti blu nel loro ambiente, invece degli attori in movimento in spazi vuoti.

La performance-capture ha ormai raggiunto livelli impressionanti, soprattutto dal punto di vista delle espressioni del viso, riprodotte con Manhattan Beach Studios un’e norme cisterna, perché bisognava replicare le condizioni di vita reali in un oceano, per poi procedere con la performance-capture, che riproduce digitalmente i movimenti degli attori e le loro espressioni.
Il problema è che non era possibile utilizzare bombole e respiratori, bisognava evitare le bolle d’aria che disturbavano il sistema di cattura delle immagini: da qui la necessità di recitare, e riprendere le scene, trattenendo il respiro (si dice che Kate Winslet fosse capace di trattenerlo per più di 7 minuti). Come capita spesso nel cinema di Cameron, siamo di una fedeltà mai vista prima.
Il lavoro fatto insieme alla Weta di Peter Jackson ha permesso poi di creare l’incredibile complessità e accuratezza di quel mondo acquatico. Ci sono voluti cinque anni per riuscire a sviluppare software e hardware adeguati all’impresa. Per usare le parole di Cameron: «Abbiamo dovuto capire come si muove l’acqua quando un’enorme creatura ne sposta tonnellate con la sua pinna o quando la più piccola goccia di pioggia cade sulla fronte di qualcuno, scendendo lungo il sopracciglio e lungo il viso».
Sembrano dettagli, ma fanno la differenza. Come fa la differenza poter lavorare su alcune sequenze in 48 frame al secondo (HFR), invece dei canonici 24, garantendo una maggiore luminosità, fluidità e realismo alle scene d’azione in 3D (sì, il film va visto in una sala 3D, altrimenti perde gran parte del suo fascino e del suo senso). Ma tutto questo sarebbe solo un’esibizione di muscoli (cinema come della realtà, a un altro possibile modo di stare al mondo.
A volte il cinema cosiddetto mainstream, quando è opera di un artista visionario a cui tutti è concesso (visti i suoi risultati al botteghino), sa fare industria) se Avatar non avesse il fascino senza tempo delle fiabe, la semplicità per nulla banale di quel le storie che sanno toccare corde profonde, che parlano di noi, delle nostre paure, così come dei grandi temi del nostro tempo. In più c’è l’elaborazione pop di suggestioni antiche, filosofiche e spirituali, che aprono a una diversa percezione spettacolo e arte insieme, mostrando la via. «La via dell’acqua non ha inizio e non ha una fine, è dentro e fuori di noi».


