Possiamo quasi vederlo Giovanni Lindo Ferretti, con la cresta punk colorata, gli stivali dell’Armata Rossa, le braghe militari della DDR, mentre torna a casa dopo una giornata di prove con i suoi CCCP.
Guida una vecchia R4 (rossa, naturalmente). E mentre si avvicina alle sue colline, al paesino dell’Appennino in cui è nato, sente affiorare sulle labbra delle parole fuori tempo e fuori luogo: «Madre di Dio e dei suoi figli / Madre dei padri e delle madri / Madre! oh Madre, oh Madre mia / l’anima mia si volge a te».
Una canzone citata spesso da chi si ostina a cercare una continuità, una logica (esistenziale, spirituale), un filo rosso (ancora) che unisca il Ferretti filo-sovietico e rivoluzionario con quello, criticatissimo, della “conversione”, della tradizione, dell’ammirazione devota per papa Benedetto XVI.
Ma il genio mistico e poetico va oltre le polemiche, le interpretazioni, le categorie. E lo si ritrova intatto in questo magnifico volumetto edito da Aliberti, Óra, in cui il libro stesso diventa tema e discorso.
“difendi, conserva, prega”, recita il sottotit lo, rigorosamente in minuscolo. Dall’ultimo Pasolini all’ultimo Ferretti, che si dichiara “invecchiato”, “selvatico”, “residuale” (anche “stupido” e “debole”), che rievoca l’infanzia e la famiglia, che (re)cita e chiosa preghiere, esalta il Rosario, e poi rievoca canzoni e dischi che riascolta per la prima volta (la «dimensione religiosa» c’è sempre stata, lo riconosce anche lui).
Ha creduto fosse una libera scelta, smettere di pregare. Ha ricominciato perché gli «si allargava il cuore».
Orazioni, ricordi, pagine autografe, fotografie, ironie puntute sulla cultura del “produci e consuma”, parole imbevute di senso e umanità
«Credo il pregare un ragionevole atto, intimo e sociale. Di valenza cosmica. Credo la preghiera fortezza pura, vivificante e il tempo del pregare un tempo eterno (…) La mia preghiera, ne ringrazio Dio, è fiorita su un substrato pagano redento e salvato che mi appartiene. È cambiato l’orizzonte, la prospettiva, la teologia, non l’uomo che alza gli occhi al cielo pronunciando parole di lode, richiesta di aiuto, consolazione. I miei avi pregavano, lo so. Cammino gli stessi passi, gli stessi ambiti domestici, gli stessi spazi esterni nello stesso ordine di pensieri: si nasce, si vive, si muore. Ci sono luoghi, momenti, situazioni in cui si può solo pregare e pregare fa la differenza. Diventammo cristiani nella seconda metà del primo millennio, non è cambiato granché, da allora (…)Ho imparato a pregare nel lettone di mia nonna prima di addormentarmi. In casa eravamo solo io e lei, erano tempi difficili, di disgrazie, di dolore, ma non per me che crescevo bene e in salute. Non c’era televisione né radio, chiacchieravamo, la nonna aveva le sue faccende, io le mie, il silenzio ci faceva compagnia, fortificava pensieri e azioni (…) La preghiera apre uno spiraglio che concede al finito di percepire, accedere all’Infinito».
(Giovanni Lindo Ferretti)

