Luoghi fisici e luoghi dello spirito. Boschi, montagne, grotte, eremi nascosti. Ma anche selve interiori, torrenti impetuosi di emozioni, mari di quiete e pace profonda.
Voci dal silenzio (edizioni Tea) è “un viaggio tra gli eremiti d’Italia” pieno di scoperte, emozioni, illuminazioni. Ed è anche un’ottima occasione per andare al di là dei luoghi comuni sull’eremita, visto a volte come un folle in fuga dal mondo e dalla realtà, quando invece si tratta di donne e uomini che la realtà la vogliono conoscere in profondità.
Persone in cerca di se stesse e della comunione con Dio, e che per questo scelgono di vivere in mezzo alla natura, lontano dalle chiacchiere, la frenesia, la violenza della cosiddetta civiltà. E che in quel loro ritirarsi riscoprono anche il senso della relazione con l’altro, oltre a una vita più autentica.
Alessandro Seidita e Joshua Wahlen hanno percorso l’Italia da nord a sud per incontrarli e realizzare nel 2018 un film che ha avuto un incredibile successo in termini di proiezioni, incontri, relazioni e riflessioni che ha suscitato. Motivo per cui è nato anche un libro – fatto di racconti, interviste (anche non presenti nel documentario) e 63 fotografie realizzate dagli autori – riedito alla fine del 2021 da Tea.

Un volume preziosissimo, di cui pubblichiamo alcuni estratti, accompagnati da immagini inedite e da una breve intervista ad Alessandro e Joshua, per capire cosa è rimasto di quella straordinaria avventura. Come scrive Antonella Lumini nella prefazione, al di là degli incontri sorprendenti, del gusto di scoprire come e dove vivono questi esploratori dello spirito, e quindi il “viaggio esteriore” in giro per l’Italia, il libro «fa intravedere le tracce di quell’itinerario interiore a cui anelano, spesso inconsapevolmente, ogni donna e ogni uomo», «una sete di spiritualità che cerca nuove modalità per emergere e ritrovare una giusta collocazione nel cuore di un’umanità inquieta e disillusa».
Gli incontri risalgono al 2016. I due cineasti parlano, all’inizio del libro, del fascino per quella vita estrema, immersa nella natura, e dell’ammi razione nei confronti di chi «per abitare le proprie profondità e dare un senso al proprio vivere, erano disposti a lasciare tutto e intrapren dere un percorso di ricerca intimo e solitario». Una fascinazione che risale al 2010, mentre giravano l’Italia con il loro camper per realizzare il primo progetto cinematografico, alla ricerca di «monaci, alchimisti, sufisti e curanderi».
Cosa chiedono allo spettatore e al lettore? Un “animo curioso”: «Il nostro augurio è che ognuno possa trovarvi qualche parola che entri in risonanza con la propria ricerca di senso, in un momento storico che richiede di rimanere lucidi e centra ti, in comunione con gli altri esseri, solidali con i nostri simili e con chi simile non è».

Pietro, Eremo di Monte Aspra (Umbria)
Sapevamo che l’eremo era incastonato tra le vette del monte Aspra, ma non avevamo idea di quale strada potesse condurci fin lì (…) La marcia durò diverse ore, ma lo scenario che si aprì all’arrivo ripagò tutti gli sforzi. Immerso in una natura non domata dall’uomo, l’eremo di Pietro sorgeva solitario, silenzioso e ben protetto dai miraggi urbani (…)
Ai suoni della foresta facevano adesso da contrappunto le dolci note di un flauto traverso. Pietro s’accorse subito del nostro arrivo, ripose il flauto e ci venne incontro alla maniera dei vecchi amici, con un amabile sorriso e le braccia aperte in segno d’accoglienza: «Vi aspettavo per fare colazione, vi ho preparato pane e marmellate, ovviamente fatte in casa!». La giornata prese così un’altra piega e il tempo sembrò quasi dilatarsi (…)
«La mia conversione non ha bussato alla porta: è entrata prepotente mente. Da quel momento la realtà spirituale si è sovrapposta totalmente a tutto ciò che stavo vivendo».

Fra Cristiano, Eremo di Santa Maria Maddalena (Toscana)
Vedemmo spuntare quest’uomo alto e giovane, dagli occhi tondi e lo sguardo pro fondo (…) Fra Cristiano ci permise d’entrare rapidamente all’interno del suo quotidiano. Le interviste si svilupparono mentre lui proseguiva serenamente le sue attività: l’impasto del pane, la cura dell’orto, i lavo ri in bottega, le funzioni liturgiche, la pulizia del bosco (…)
«Lo spirito dell’eremo francescano si costruisce sull’accoglienza. San Francesco diceva ai suoi frati di accogliere con bontà chiunque arrivasse presso di loro, fossero anche ladri o briganti (…) Il silenzio è una parte importantissima nella vita di ogni eremita, al di là delle tradizioni religiose. Essere presenti al presente. Un’opportunità per eliminare il di più della vita. Una condizione di povertà che rende la parola essenziale (…)
Io non sono fuggito dalla mia comunità. Non sono fuggito dalle mie mansioni. Non sono fuggito dalla città. Se c’è stata una fuga, è stata quella dai luoghi anonimi, dall’impossibilità che dà la vita frenetica di creare relazioni profonde. Quello che si cerca nella vita eremitica è un luogo che sappia veramente restituirti a Dio, agli altri, a te stesso (…) La mia esperienza inizia dallo sporcarsi le mani. La contemplazione inizia da lì. Inizia dal prendere in mano una scopa e mettersi a pulire. Tutto è preghiera se l’uomo si trasforma in una preghiera».

Swami Atmananda, Eremo dell’Armonia Primigenia (Calabria)
Ex pugile ed ex idraulico, Swami Atmananda incarna l’immagine dei santoni indiani, pratica giornalmente la meditazione ed è un esperto di filosofie orientali. Eppure il suo eremo, situato in un suggestivo appezzamento di terra che domina l’intera conca sottostante, è costellato di riferimenti cristiani (…)
«Per incarnare ciò che realmente siamo occorre attenzione. L’attenzione la possiamo declinare in varie forme: c’è un’attenzione al visibile, poi un’attenzione ai pensieri e poi c’è un’attenzione che si trasforma in contemplazione, nella contemplazione di ciò che realmente siamo. Io sono. Lo disse anche Gesù, io sono… hic et nunc. Se viviamo l’attimo presente, ecco che l’immenso comincia a fiorire nell’intimo, si apre qualcosa. Cominciando a vivere questo attimo unico e immenso, inizierà a fiorire nell’intimo questa stupenda corolla, questo fiore della realizzazione (…) È come entrare in una primavera permanente in cui questa identità suprema è sempre in boccio, la senti sempre sgorgare, ti attraversa ma allo stesso tempo sgorga dal tuo cuore e rinnova tutto quello che c’è attorno. Il divino è sempre attorno a noi, ha sempre parlato, e nel momento in cui si entra in contatto con questa presenza si va oltre (…)
Ecco, questa fiaccola adesso la passo a te, Alessandro, e a te, Joshua. Maneggiatela con cura e custoditela con riguardo: è una fiaccola che deve rimanere accesa, altrimenti si alimenta la confusione, la frammentazione di ciò che è. Molti si identificano con l’individualità, col senso del mio e dell’io, e questo vela (…) Il creato merita rispetto. Senza questo rispetto per la natura non c’è cammino spirituale, non c’è realizzazione dell’identità. Nel creato vi sono infatti le tracce visibili per incontrare l’invisibile: un amore incommensurabile di cui non si può dire niente, c’è solo da viverlo».

Rosalba, Grotta di Oulx (Piemonte)
Incontrammo Rosalba dopo una breve ricerca. Nel paese erano in molti a conoscerla. Alcuni la descrivevano come una mistica, altri come una pazza, altri ancora ci svelarono i particolari del suo passato. Rosalba era stata una donna di mondo: lavorava insieme al marito nell’editoria e gli affari le andavano molto bene. Amava la moda, il lusso, i viaggi. Un evento importante, tuttavia, la strappò a quella vita di agi per portarla all’interno di una grotta umida e buia e affrontare un percorso di privazioni e preghiera (…)
La Madonna le era apparsa dinnanzi. Rosalba non era mai stata credente, pensò di essere uscita di senno ma la visione si manifestò nuovamente. La Vergine aveva un messaggio per lei: abbandona tutto… perché la vita che hai scelto non è quella a cui sei destinata e ti porterebbe a una grande infelicità. Rosalba comprese allora che tutta l’abbondanza di cui si era sempre circondata nascondeva una grande tristezza, e decise così di lasciare casa, affetti e averi e di vivere alla maniera degli antichi Padri del deserto. La sua nuova missione era portare la parola di Dio nei cuori della gente (…)
Quando le parlammo la prima volta del documentario Rosalba ci rispose titubante: «Devo chiedere al Signore. Se lui vorrà potrete inter vistarmi». Per giorni ci recammo all’interno della grotta, con la pioggia che cadeva senza sosta, e la trovammo a pregare in ginocchio di fronte alla statua della Vergine.

Padre Daniele, Eremo di San Martino (Toscana)
«Oh, degli ospiti, ma che piacere!» furono le prime parole che ci rivolse Daniele. «Sentite che aria fresca e rigenerante. Se non andate di fretta, potremmo badare insieme al bestiame e fare due chiacchiere passeggiando». Daniele indossava degli stivali da pescatore e una camicia scozzese con sopra un gilet di lana scura ben stirata (…)
Si dava un gran da fare nel comunicare agli animali e questi sembravano comprenderlo e seguirne le indicazioni. La nostra prima impressione fu quella di un uomo attivo, sereno, in pace con la vita e incline a prendersi cura di sé e degli altri (…)
Era il 2010 quando tre ladri fecero irruzione nella sacrestia, lo legarono a una sedia, lo incappucciarono e puntandogli contro un cacciavite, gli intimarono di svelare dove tenesse soldi e oggetti preziosi. Come avrebbero riportato le cronache, ai momenti di violenza e terrore seguirono dei tentativi di dialogo e alla fine Daniele riuscì a persuaderli parlando loro di fede e compassione: i tre rapinatori gli riconsegnarono il portafoglio e andarono via con dei barattoli di miele che Daniele volle offrirgli in dono.

Gianni Menichetti, Eremo di Positano (Campania)
Pochi passi dopo, superato il cancelletto, di animali ne avremmo conosciuti tanti altri: quel piccolo eden era popolato da oche, tortore, pesci rossi, capre, galline, gatti, un asino, un maiale e una tartaruga centenaria che secondo Gianni era la vera custode del posto (…)
«Impari una lingua che non viene capita da altre persone. Io amo questo luogo più di me stesso. Conosco tutte le creature che ci vivono. Però come puoi spiegarlo agli altri? A ben poche persone puoi spiegarlo. È un’esperienza mistica che in realtà non puoi descrivere con parole comprensibili. Appartiene a una lingua più vicina al mondo delle sensazioni e dei sentimenti che a quello della suprema logica intellettuale, di cui d’altronde diffido. La natura stessa è infinita mente generosa e può essere infinitamente crudele (…)
Io non credo alle battaglie, detesto le guerre e la violenza ma, passatemi il termine, il cammino di ricerca è una continua battaglia con se stessi, spesso dolorosa, difficile. È come andare in un luogo dove nessuno è mai stato: ognuno di noi dovrà rifarsi alla propria esperienza. Bisogna entrare in una terra che non ha nessuna mappa, che non è conosciuta e lì trovare il proprio sentiero».

Suor Mirella, Eremo dell’Unità (Calabria)
Fummo accolti con grande amore, materno, contagioso, sincero. La tavola era già apparecchiata (…) La sua storia ci colpì parecchio. Originaria di Siderno, in Calabria, ricercatrice dal 1977 al 1989 alla Sorbona di Parigi in Letteratura comparata, un matrimonio civile, una figlia impegnata nel sociale in Amazzonia, l’esperienza della malattia e una vocazione avvertita fin dalla tenera età (…)
«Sì, è proprio a partire dalla solitudine che si comprende meglio la profondità delle relazioni. La solitudine non è isolamento. Lo è forse nel senso di un distacco fisico, ma non è un ritirarsi dalle vicende umane, con le quali s’instaura invece una comunione più profonda. Quando siamo immersi nel flusso delle relazioni ordinarie e quotidiane, varie e tal volta contraddittorie, non abbiamo né il modo, né il tempo, né il distacco necessari per sentire quello che passa realmente in una relazione. Ancora meno per mettere qualcuno al centro delle nostre attenzioni (…)
Credo davvero, come dice un padre della chiesa d’Oriente che amo moltissimo, Massimo il Confessore, che tutte le cose abbiano radici celesti e che tutto il creato, se noi sapessimo guardarlo, vederlo, è come il roveto ardente che Mosè contemplò nel deserto. Ecco, a me sembra proprio così, soprattutto in certi momenti della giornata, come nel passaggio dal crepuscolo all’alba o al tramonto o alla notte fonda… la percezione della vita, che tutto vive non per una meccanica interna, automatica e scontata, ma che tutto vive veramente per amore e per l’amore di qualcuno».

«Gli eremiti sono maestri di realtà: ci insegnano la presenza e l’ascolto»
Alessandro Seidita e Joshua Wahlen ricordano l’esperienza memorabile tra gli eremiti d’Italia.
Quel vostro viaggio continua a portare frutti dopo anni. Vi aspettavate un interesse del genere per un tema così apparentemente lontano dalla sensibilità contemporanea?
Quando sei anni fa abbiamo cominciato questo viaggio, eravamo mossi da una personale insoddisfazione rispetto a qualcosa che allora non comprendevamo chiaramente, ma che sentivamo essere il riflesso di un malessere che andava al di là della nostra storia personale. Ci sembrava urgente provare a cercare degli approcci differenti all’esistenza che potessero restituire un senso nuovo del vivere e l’eremita ci appariva l’esempio perfetto di questo equilibrio che stavamo cercando, costruito tra vita attiva e contemplativa, tra teoria e pratica. In fondo, la prima immagine che arriva dalla vita di queste persone, ancor prima dell’esperienza della preghiera e del silenzio, è la concretezza del loro quotidiano: la relazione con la terra, con l’acqua, col fuoco, la costruzione di un dialogo perduto col mondo animale e vegetale. Erano tutti aspetti che sentivamo mancare all’interno della nostra vita e di cui nutrivamo una profonda nostalgia.
Quando è uscito il documentario, e successivamente il libro, pur non essendo preparati a tutta l’esposizione che ha generato, è stata per noi una grande emozione avere la conferma che quel sentire era il richiamo di un bisogno comune, che non avevamo fatto altro che dare voce a quel desiderio di ritorno all’essenzialità che continua a vivere silenziosamente tra il fare scomposto e contraddittorio della società contemporanea.
Siete rimasti in contatto con alcuni di loro? Li avete incontra ti di nuovo?
Con la maggior parte di loro abbiamo costruito un dialogo che si mantiene vivo e acceso ancora oggi, fatto di condivisione d’esperienze, di amicizia, di trasformazioni emotive che si contagiano reciprocamente. Con altri invece mantenere il contatto è stato più complesso, se non addirittura impossibile. Non tutti hanno un cellulare, un’email, o un indirizzo fisico di residenza. Ogni eremita, in fondo, sceglie le modalità che caratterizza meglio la sua idea di silenzio e solitudine.
Per alcuni, l’incontro continuo con il pellegrino, con l’ospite, è una risorsa imprescindibile per il silenzio e la solitudine: ci si rende in qualche modo rintracciabili, si adibisce una stanza all’interno dell’eremo dedicata all’accoglienza, si organizzano momenti d’incontro, preghiera o raccoglimento collettivo. Per altri invece preservare il silenzio dalle voci del mondo diventa un elemento fondamentale per viverlo in autenticità, e allora tutti i contatti vanno soppesati e spesso ci si limita alle comunicazioni più urgenti.
Dove posizionare questa “giusta misura” tra silenzio e convivialità non sta a noi dirlo, è qualcosa di assolutamente personale che si sviluppa a partire dalla storia e dalle attitudini di ognuno di loro. Tuttavia, ogni ponte tra eremo e il mondo, può restituire una misura di questa collocazione.
C’è qualcuno di loro ha che voluto vedere il vostro film o leggere il libro? Avete aneddoti in proposito? Anche sulle esperienze che avete fatto in tournée in giro per l’Italia, presentando il vostro lavoro.
Terminato il lavoro di montaggio, era forte in noi il desiderio di condividere la visione del documentario. Eppure, solo a partire da quell’istante, realizzavamo che nessuno degli eremiti incontrati aveva richiesto di vedere il documentario. Era forse per mancanza d’interesse? Per pudore? Per l’assenza di un coinvolgimento? Ci volle del tempo prima che riuscissimo a trovare una spiegazione. Ogni intervista raccolta durante il viaggio era stata il frutto di un atto condiviso, di un grande gesto di fiducia. E dietro quella fiducia, accordataci pienamente, potevamo in fondo scorgere il riflesso di qualcosa di più grande, di una piena apertura alla vita.
D’altronde, quando l’adesione al mistero dell’esistenza è sincera e profonda, il bisogno di preoccuparsi se la fiducia è stata bene o mal riposta evapora, non v’è più brama di conferme. Questa è la risposta che azzarderemmo oggi quando quasi tutti gli eremiti, se non tutti, hanno avuto modo di vedere il documentario, restituendoci sempre parole di grande affetto. Quello però che non avremmo mai immaginato è che lo stesso affetto sarebbe arrivato anche da migliaia di altre persone.
Non è semplice descrivere a parole la magia che si è creata all’indomani delle pubblicazioni, con centinaia d’incontri e dibattiti organizzati spontaneamente e attraverso il passaparola in tutta Italia. Intuiamo però che questa attenzione, questo grande movimento, abbia poco a che fare con i nostri meriti artistici. Crediamo, invece, che le diverse testimonianze raccolte siano state capaci di intercettare quel desiderio, presente in ognuno di noi, di voler restituire dignità e valore alla vita. Le parole degli eremiti danno voce e forma proprio a questo nostro bisogno.
Cosa vi è rimasto di quell’esperienza? C’è un messaggio per noi, oggi, qualcosa che magari avete messo a fuoco solo successivamente, ripensandoci?
Probabilmente un certo tipo di relazione con la vita, o meglio, con il quotidiano. Una maniera per provare ad abitare poeticamente il mondo, per non smettere mai di meravigliarsi per tutto quello che accade sotto il nostro sguardo, all’interno delle relazioni più prossime. Tutte queste persone sono, in fondo, dei maestri della realtà: ci insegnano a vivere in presenza e ascolto, a non perdere mai la nostra visione autentica, irripetibile, nei confronti delle cose, invitandoci così ad abbandonare stereotipi e modelli estranei alla nostra reale natura. Le loro suggestioni non ci portano verso realtà soffuse, astratte, ma nella concretezza del mondo, delle cose, nella profondità del gesto o dello sguardo scambiato.
Il Dio di cui parlano è un Dio che si può trovare soltanto nella vita dunque, impastato di vicende umane, delle gioie e delle fatiche di tutti i giorni. Ed è questo l’insegna mento più grande che ci arriva: non perdere mai l’attenzione per ogni istante, perché è solo in quel presente che l’esperienza del sacro può venire a farci visita.
Avete immaginato anche degli sviluppi per quella ricerca? Su cosa state lavorando in questo momento?
Con Voci dal Silenzio abbiamo provato ad intercettare quella linea sapienziale che ha sempre viaggiato tra epoche e tradizioni, una “philosophia perennis” che si lascia intravedere nelle interiorità dell’a nimo umano, nell’ascolto sincero dei moti profondi che caratterizzano la storia di ognuno.
Ci siamo dunque chiesti: chi, oltre l’eremita, può offrire una chiara testimonianza di questa voce interiore? Ed è così che abbiamo pensato alle donne, al pensiero femminile. Un mondo troppo spesso silenziato nel corso della storia e trascurato dalla narrazione globale, in un tempo che continua a rivelarsi dominato dal predominio maschile, votato alla prepotenza e al potere. La nascita e la morte, le scelte personali, la ricerca dell’ispirazione, la relazione con la natura e con il divino, su questi e molti altri temi vorremmo confrontarci con le donne di oggi attraverso un documentario che sappia chiamarle in causa senza distinzione di status sociale e culturale, per avventurarci nell’enigma e nello stupore della loro nascita al mondo, ma soprattutto del loro respiro nel presente. Un modo, anche questo, per leggere in profondità la realtà attuale e interrogarci sulle prospettive future dell’evoluzione umana.


