La chiamiamo “intervista peripatetica”.
Il peripatos ce l’abbiamo, visto che siamo davanti alla Statale: è Milano, non Atene, ma la Ca’ Granda ispira grandi cose, la facciata del Filarete è una meraviglia e i chiostri interni ti fanno venir voglia di passeggiare e pensare.
Abbiamo anche la filosofia, visto che Laura Boella è pensiero vivente, oltre ad essere un’autentica istituzione: in questa università ha insegnato per 40 anni, ha formato un paio di generazioni di aspiranti filosofi (morali) e ha scritto tanti libri importanti, che hanno il merito di aver raggiunto un vasto pubblico, ben al di là dell’alveo degli specialisti (difficile scegliere cosa citare, dagli studi su Lukács, Bloch e Simmel ad Hannah Arendt e Maria Zambrano, da Cuori pensanti a Le imperdonabili, da Sentire l’altro a Neuroetica, fino al libro dedicato a Maria Callas e Ingeborg Bachmann, Con voce umana).
Infine, c’è la voglia di camminare, chiacchierando e ricordando, soprattutto in una giornata come questa, con un sole estivo capitato per sbaglio a metà ottobre, e la Statale che pullula di vita.

Laura Boella arriva in bicicletta. La sua energia, da sempre, come sempre, si percepisce anche a distanza. Lo sa bene chi ha frequentato i suoi corsi e poi è tornato anche solo come uditore. Grazie alla sua cattedra di “Storia del la filosofia morale” abbiamo conosciuto pensatrici fondamentali, lontane anni luce da un’idea di filosofia come oziosa astrazione o esercizio concettuale.
Abbiamo letto e studiato Hannah Arendt, che, parlando della condizione umana, questa «paradossale pluralità di esseri unici», ci ricorda che «ci inseriamo nel mondo umano con la parola e con l’agire», ed è questa «seconda nascita», non imposta dalla necessità, a contraddistinguerci, perché «il principio della libertà fu creato quando fu creato l’uomo».
Ci siamo persi felicemente nei Chiari del bosco di Maria Zambrano, l’idea del “sentire originario”, la vertigine (mistica) di quel luogo dell’anima in cui bisogna «sospendere la domanda» per «non essere divorati dal nulla e il vuoto», mentre «se non si cerca nulla l’offerta sarà imprevedibile, illimitata».
Abbiamo ritrovato Il problema dell’empatia di Edith Stein e quell’esperienza fondamentale che è “la scoperta dell’esistenza dell’altro”, da cui Laura Boella è partita per un’emozionante avventura del pensiero che recupera le premesse di ogni teoria filosofica o sociologica, «situate nell’esperienza concreta, emotiva, cognitiva, volitiva di ciascuno». E ora siamo molto curiosi di conoscere come affronterà l’ultimo approdo della sua riflessione creativa: l’empatia per la natura.

Intanto la natura ce la godiamo nel parco giardino della Guastalla. Giriamo intorno all’università – quarant’anni di frequentazione quotidiana bastano e avanzano – e finiamo in questo spazio verde, al centro di Milano, con i suoi vecchi alberi spettacolari e il ricordo di tante pause di lavoro: «Venivo spesso, tra le 13 e le 14, e mi sdraiavo sull’erba». Oggi ci accontentiamo di camminare lungo il sentiero che percorre il parco, mentre le chiedo di partire dall’inizio, da Cuneo, dove è cresciuta, per capire come nasce una filosofa.
«Ero figlia di due professori. Mio padre insegnava al liceo classico di Cuneo, mia madre ha insegnato filosofia e pedagogia alle magistrali, ma poi ha scelto di diventare preside, quindi burocrate, cosa che continuo a non accettare». Il rapporto con la madre era piuttosto burrascoso. «Lei, come capita spesso alle madri, inseguiva progetti di eccellenza per la figlia. Quindi mi fece fare un concorso per il Collegio Europa a Ivrea, un istituto sperimentale dell’Olivetti, che peraltro è durato solo due anni. Era molto costoso, frequentato dai rampolli dell’alta borghesia milanese. Io sono entrata con una borsa di studio, ho fatto il ginnasio lì. Poi ho frequentato il liceo a Cuneo». Quelli erano gli anni in cui montava il Sessantotto. «Bigiavo per andare a Palazzo Campana occupato, con Luigi Bobbio, di cui ero ovviamente innamorata, da lontano. L’atmosfera era quella. Viva».
La grande svolta, come capita spesso, fu l’allontanamento da casa. «Finita la maturità ho fatto il concorso sia in Normale a Pisa che al Ghisleri di Pavia. Non volevo assolutamente iscrivermi a una facoltà umanistica, a Lettere o Filosofia, perché c’erano i miei genitori in agguato, che mi avrebbero costretta a stare a Torino. Quindi ho scelto Giurisprudenza». A volte, anzi quasi sempre, le scelte non sono il frutto di ponderate riflessioni o approfondite analisi dei pro e dei contro: vale di più, ad esempio, il desiderio di stare il più possibile lontani da casa. Da qui la scelta di Pisa. Senza alcun pentimento per Giurisprudenza.
«Per me il diritto rimane una passione. Sono veramente felice di aver fatto l’esame di Diritto privato, che non era ancora quello “alla Rodotà”, ma era una specie di logica. Il pericolo di quegli anni era quello di perdersi in chiacchiere. Il diritto mi ha dato questo pensiero quadrato. Un ordine, una disciplina mentale». Non le dispiaceva l’idea di di ventare giudice: «Però ero troppo in anticipo sui tempi. In quel momento i giudici erano ancora “servi del potere”. Poco dopo è nata Magistratura Democratica, è cambiato tutto, ma per me i giochi erano fatti».
Col senno di poi, è facile dire che è stato meglio così. «A Pisa ho conquistato la mia libertà. Ho conosciuto persone nuove. Ma al di là delle libertà giovanili, lì ho imparato cosa vuol dire fare ricerca. In Normale potevi prendere qualsiasi tipo di libro, in qualsiasi lingua, portarlo in camera tua e studiarlo. Ogni anno c’erano i cosiddetti “colloqui”, per cui sceglievi un argomento e facevi una specie di tesina che non c’entrava niente con gli esami, un esercizio di scrittura e di ricerca. C’era anche un grande scambio di opinioni, una condivisione con i compagni di corso».
Le chiedo se c’è un libro da cui è partito tutto. Ma è più una questione di incontri, occasioni, una sequenza di letture e relazioni: «Non so se ci sia stato qualcosa di programmato, so solo che è successo». È successo, ad esempio, che nel 1968 è stata pubblicata la prima traduzione ita liana di Storia e coscienza di classe di Lukács. «Sono entrata in una certa costellazione di interessi, per cui ho deciso di andare a Budapest a incontrarlo, per fargli un’intervista. Non esiste traccia di quel dialogo. Non ho registrato, non ho preso appunti, mi sono fidata della mia memoria. È stata un’esperienza vissuta e basta».
Ci piace immaginare che il vecchio Lukács fosse affascinato da questa studiosa giovane e intelligente (lei non nega, gli aneddoti non mancano). Anche se poi è “il giovane Lukács” che ha inaugurato la sua opera di divulgazione. Grazie anche a chi le aveva consigliato di approfondire il pensiero premarxista del filosofo ungherese. «Io mi ero polarizzata sull’insegnamento di “Filosofia del diritto” e avevo portato all’esame orale i Lineamenti di filosofia del diritto di Hegel, tanto per essere modesta».
Intanto però si andava formando una via di ricerca. «Dopo la morte di Lukács, vengono pubblicati su “aut aut” alcuni articoli del la “Scuola di Budapest”, che sostanzialmente fu una sua invenzione. In una lettera al Times aveva difeso un gruppo di suoi allievi che in quel momento erano minacciati perché oppositori del regime kadariano. Io leggo quei saggi e scrivo ad Ágnes Heller (filosofa ungherese, massima esponente della Scuola di Budapest, celebre per “la teoria dei bisogni”, ndr). Ci siamo scambiate lunghe lettere e poi lei mi ha invitata a Budapest, dove stava aprendo l’archivio Lukács, quello che Orbán ha chiuso di recente».
Potete immaginare come dovevano vivere degli intellettuali dissidenti nell’Ungheria di allora (c’erano anche il marito Ferenc Fehér oltre a Gyorgy e Maria Marcus e Mihàly Vajda, al tri esponenti di quel gruppo). «A casa loro ascoltavamo i Lieder di Schubert, perché c’erano microfoni dappertutto. Parlavamo liberamente solo per la strada. Credo di essere stata la prima ad andare a lavorare all’archivio. Mi hanno dato la possibilità di allargare l’orizzonte. Ed è nata anche un’amicizia. Un’amicizia difficile, visto che Ágnes Heller era una donna molto dura. Il mio ultimo corso l’ho dedicato proprio a lei. Tra l’altro, dopo la fuga in Australia e l’approdo in America, Heller ha insegnato proprio sulla cattedra di Hannah Arendt».
Intrecci misteriosi e affascinanti. Scoperte intellettuali che diventano esperienze esistenziali straordinarie. D’altra parte nel ‘77, quando approdò a Milano, c’era il gruppo di “aut aut”, «che stava facendo un lavoro sull’opposizione jugoslava, polacca, ceco slovacca. Bisognava tradurre e diffondere quel pensiero».

Un’intervista non basta, ci vorrebbe un libro intero per raccontare le esperienze, gli aneddoti, le linee di ricerca che si sviluppavano e si intrecciavano allora. Laura Boella ha un’ottima memoria ed è fluviale nel suo racconto. In quegli anni diventò importante anche Georg Simmel («lo è tuttora!») e terminato il primo libro sul giovane Lukács scoprì Bloch, «che, caso strano, era stato suo amico» (Ernst Bloch, trame della speranza è il titolo del testo che gli dedicò).
Qui ci sta bene la digressione su un volume in via di pubblicazione: «Ultimamente ho rivisto la traduzione di alcune conversazioni di Bloch. Ce n’è una sorprendente, proprio con Lukács. Da lui lo dividevano tante cose, anche se erano stati amicissimi. Lukács è rimasto un comunista ed è sempre stato un po’ gesuitico, Bloch invece fu molto critico con il partito comunista tedesco durante il nazismo e, in seguito, con la gestione burocratica e autoritaria dei paesi del “socialismo reale”. L’uno amava il romanzo classico dell’800 e l’altro l’espressionismo e le avanguardie. Erano molto diversi anche nel carattere. Ma in questa conversazione parlano della loro gioventù simbiotica e dei loro dissidi con grande serenità: si sente che sono stati amici. Una cosa che fra gli intellettuali di oggi non succederebbe mai. Un’altra conversazione è con Adorno, che a Bloch avrebbe messo le dita negli occhi, metaforicamente lo ha anche fatto. Ma anche qui, due pensatori molto diversi arrivano a dire “guarda anch’io mi sto occupando della morte”… Dopo tante discussioni sono ancora in grado di pensare insieme. Queste sono cose che rimangono».
Rimane l’umanità, anche la nobiltà d’animo, e una certa concezione della filosofia e del lavoro intellettuale, rappresentata da pensatori oggi messi in disparte, «classici che non leggi nemmeno». Sembrano lontanissimi quei tempi in cui la specializzazione non era poi così importante. «Lukács ha scritto dei saggi fondamentali sulla letteratura tedesca. Bloch ha dedicato tante pagine alla musica. Entrava tutto in circolo, l’arte, la letteratura, la filosofia, la politica…». E non c’era un separazione netta fra domanda esistenziale e trasformazione della società. «Leggevi Adorno, Minima Moralia, leggevi Benjamin, e ti parlavano di politica, che poteva anche diventare “andiamo tutti in piazza”, ma era soprattutto intesa in modo esistenziale, come forma di vita. Un giudizio critico nei confronti di un mondo, quello dei padri e delle madri, di una certa economia e finanza».
Laura Boella non era una militante, ma viveva quel fermento, un modo di essere in cui pensiero e vita si nutrivano a vicenda. «Non c’era soluzione di continuità. La vita cambiava dal punto di vista delle relazioni affettive e personali, ma allo stesso tempo non è che ti guardavi l’ombelico. La Scuola di Budapest viveva in una specie di comune. Erano esperimenti anche esistenziali, che avevano un valore di per sé, di critica della famiglia tradizionale, del ruolo della donna».
Dopo la laurea (nel ‘71) e il perfezionamento a Pisa, dopo vari “contratti”, arrivò il posto di assistente ordinaria che le consentì di trasferirsi a Milano. Era il ‘78. Un anno dopo, al primo tentativo, vinse il concorso per diventare “professore associato”. Ma non avendo padrini e gruppi di appartenenza, poi ci sono voluti più di vent’anni (nel 2001) per diventare “professore ordinario”.
C’è voluto un po’ di tempo anche per innamorarsi di Milano. «È stata dura all’inizio. Abituata a Pisa, in cui conoscevo tutti, e il pomeriggio andavo al mare a Tirrenia, mi sono ritrovata in un posto in cui erano tutti anonimi. Fu uno shock. Ma si impara anche dal disagio: questa durezza di Milano mi ha aperto gli occhi».
Rievochiamo gli anni dell’insegnamento. Da un elenco di libri studiati a quei tempi (da chi scrive), Laura Boella riesce incredibilmente a risalire al titolo di un corso proposto nel 1982, in cui si parlava di nascita, vita e morte, anche con accenni di bioetica, insoliti per la Statale. «Erano gli anni che precedono la famigerata riforma dei crediti. È cambiato tutto da allora. Il sistema dei crediti è stato devastante. I programmi erano il doppio di quelli attuali, i libri suggeriti erano degli input per sviluppare la riflessione, il pensiero». Ma a prescindere dalle riforme e dalle vicissitudini istituzionali, lei sarà sempre grata del la libertà garantita dalla Statale. «Io sono sempre andata avanti in maniera autonoma e solitaria».

In questo senso, acquista un valore anche simbolico il lavoro fatto da Laura Boella per far conoscere il pensiero filosofico femminile del ‘900. Nato, come sempre, da occasioni, relazioni, intrecci. «Nel 1987 esce la traduzione italiana de La vita della mente di Hannah Arendt e decido di dedicarle un corso, probabilmente uno dei primi in Italia dedicato a una pensatrice. E la Libreria delle donne di Milano spedisce “in missione” una ragazza alle mie le zioni. Loro cominciano a coinvolgermi e mi danno anche uno stimolo. Capisco che la scoperta delle pensatrici del ‘900 aveva un significato che non era semplicemente accademico. Negli anni ‘90 il pensiero femminile era molto vivo. Allora ho deciso di fare dei corsi sulle filosofe, seguiti da donne che venivano da varie parti di Italia, un’audience femminile che andava al di là degli studenti universitari. Ho fatto un corso su Maria Zambrano, con un seminario su La tomba di Antigone, e poi su Edith Stein, anche se non era molto amata, per la sua storia di vita… A me piaceva andare controvento» (le piace ancora!).
L’incontro con Edith Stein sta alla base anche del lavoro di Laura Boella sull’empatia, che ha generato libri decisi vi e un filone di ricerca che ha portato molti frutti. «Ammiravo molto la fenomenologia. Ritenevo che Husserl fosse una figura fondamentale, a differenza di Heidegger che non sopportavo (Hannah Arendt mi ha insegnato a leggerlo). Il libro sull’empatia di Edith Stein (allieva e assistente di Husserl, prima di diventare monaca carmelitana, ndr) andava controvento rispetto ad Husserl, che l’empatia non riusciva a digerirla. La cosiddetta allieva, utilizzando il suo metodo, è andata in una direzione del tutto autonoma e inesplorata».
Da quell’esplorazione nasce l’intuizione di Laura Boella, legata anche al fatto che in Statale non si insegnava la bioetica – come se fosse una materia legata esclusivamente al pensiero cattolico – cercando di andare oltre i temi tradizionali (eutanasia, aborto, fecondazione assistita). «Ho capito che si poteva proporre un taglio diverso, quello del rapporto tra neuroscienze e filosofia morale. Eravamo dopo il 2000. In quel periodo i neuroni specchio erano diventati molto popolari. Ho cominciato a leggere letteratura scientifica ed è scattata la moda dell’empatia, riscoperta dalle neuroscienze – sicuramente non dai filosofi: i colleghi non la degnavano, perché Heidegger l’aveva buttata nel cestino. L’empatia è diventata la mia chiave per affrontare il rapporto tra la costituzione neurobiologica, la vita psichica, affettiva, ormonale, e la filosofia, l’etica, la responsabilità. Ed ecco la neuroetica. Il primo libro sull’empatia è del 2006 (Sentire l’altro: conoscere e praticare l’empatia, edito da Raffaello Cortina, ndr). A volte dico basta, ma poi ci ricasco. C’è il Covid, la guerra, l’empatia è un tema fondamentale».
Lo sviluppo ulteriore passa attraverso un’altra esperienza didattica, la richiesta di occuparsi di “etica dell’ambiente”. Il tema? «L’empatia per la natura. Un’altra terra incognita, al di là di ciò che ne hanno detto i poeti». Fare filosofia significa anche respirare l’aria del tempo. «Hannah Arendt ha sempre detto: si pensa quando qual cosa nella realtà ti colpisce». La filosofia non è un’astrazione, un mondo a parte fatto di idee e concetti. «Anche se questo continua ad essere il modo di fare filosofia in ambito anglo-americano”».
Arrivati alle due ore di dialogo (che potrebbero tranquillamente diventare quattro, sei, dieci, forse ce ne accorgeremmo solo con l’arrivo del buio) le faccio i nomi di quattro pensatrici – al centro del suo Cuori pensanti – chiedendole qual è la loro idea fondamentale, quella che può essere utile al nostro tempo. Ne viene fuori un piccolo vademecum da mandare a memoria.

HANNAH ARENDT
«L’idea di politica (che tratta soprattutto in Vita Activa), fondata sulla consapevolezza che non l’Uomo con la U maiuscola, ma gli uomini e le donne abitano la Terra. L’idea della pluralità umana: noi abitiamo il mondo insieme ad altri. La politica non è la politique politicienne di cui vediamo la crisi e il triste spettacolo odierno, ma è la massima espressione della dignità umana, perché rappresenta il modo in cui uomini e donne abbandonano la protezione del privato, si liberano dei vincoli della vita quoti diana, delle appartenenze, e si espongono con gesti e parole agli altri, entrano in relazione, scambiando esperienze».
MARIA ZAMBRANO
«La sua filosofia nasce da uno scambio con le tematiche del sacro, del sentire originario, attraverso le viscere, che sono anche il cuore. L’idea centrale è quella della nascita (lo è anche in Hannah Arendt). Un controcanto all’essere per la morte che domina il pensiero heideggeriano e la filosofia dell’esistenza in generale nel ‘900. L’idea di una dinamica esistenziale sempre in movimento, in metamorfosi. Non nasciamo solo quando veniamo al mondo, ma continuiamo a nascere. Ecco il ruolo fondamentale delle rotture, il dis-nascere, le lacerazioni che possono intervenire nella vita umana come nella storia e nella politica, forze reali che provocano angoscia e incertezza.
Il suo capolavoro è La tomba di Antigone, che riscrive il dramma sofocleo e non lo fa finire con Antigone sepolta viva ma che continua a nascere nella tomba, re-incontrando le figure fondamentali della sua vita, ri-articolando i legami, sciogliendo il groviglio determinato dal nascere in un de terminato contesto. L’immagine emblematica è la scena in cui Antigone, invece di spargere sabbia sul cadavere del fratello, sparge acqua, che scioglie, fluidifica il sangue rappreso, l’emblema della violenza, e rifluisce nella terra diventando potenza rigeneratrice».
SIMONE WEIL
«Anche lei è una filosofa con una forte spinta spirituale, che però non le ha impedito di prendere posizione nei confronti della storia, della politica, dell’economia del suo tempo. Una donna di sublime intelligenza e rigore intellettuale che fa l’operaia in catena di montaggio, fa la contadina, partecipa alla Guerra di Spagna, va in Germania poco prima della vittoria di Hitler per fare la “reporter”. Importante è l’idea della sventura (malheur), emblema della condizione umana. L’oppressione sociale dell’operaio, l’umiliazione del povero per la strada, l’emarginazione politico-sociale producono un effetto non solo sul fisico, ma anche sull’anima delle persone. E generano la “servitù volontaria” rappresentata dalle operaie davanti al portone della Renault, che non en trano finché non scocca l’ora. Lo sfruttamento penetra nella psiche, oltre che nella ferita, nella mano schiacciata dalla pressa perché non tiene il ritmo.
Ma Simone Weil vede due piani eterogenei, che per lei erano i bracci della croce: da una parte la necessità, la sventura dell’umiliato, trattato come un verme, come una cosa; dall’altra il bene. Questo nostro stare nel mezzo vuol dire che se l’essere umano riesce a reggere la sventura, se non si autodistrugge. Si apre così lo spazio per qualcosa di diverso, perché allora emerge ciò che sta nell’intimo, nel fondo di ogni essere umano, il desiderio di bene e di felicità, che si incarna nel grido “perché mi fai del male?”».
EDITH STEIN
«Grande maestra di empatia. La sua vicenda filosofica e spirituale è molto complessa, perché in lei c’è stata la conversione (Simone Weil invece si è fermata sulla soglia). Lei cambia stile e riferimenti filosofici dopo la con versione, però mantiene un’idea di filosofia molto con creta, l’andare alla cosa stessa (lezione di Husserl), che le deriva dall’aver imparato la descrizione degli infiniti profili dell’esperienza, irriducibile a un’unica prospettiva.
Compito del filosofo è descrivere e approfondire la ricchezza dell’esperienza, una cosa che lei trasporta come metodo nei suoi scritti spirituali. La sapienza fenomenologica viene reinterpretata in un contesto che è quello delle vie della conoscenza di Dio, il cammino di un’ani ma verso la fede. Lei è l’emblema di un’idea di filosofia parlante, che coinvolge tutti gli aspetti dell’esperienza, della realtà».
Mentre torniamo verso l’università, arriva un’ultima importante lezione. Le chiedo se pensatrici come Maria Zambrano e Simone Weil non siano anche l’emblema di un diverso modo di intendere la spiritualità, una ricerca che predilige la mistica, la necessità di abitare il mistero, rifiutando il dogmatismo e il precetto. Una via femminile al sacro.
La risposta vale per il tema specifico e per ogni altra occasione in cui ci ostiniamo a parlare di maschile e femminile come se fossero categorie metafisiche astratte: «Certamente in loro c’è una libertà assoluta, che però vale già di per sé, così com’è, visto che si chiamano Hannah e non Edmund, Maria e non Luigi… Sono donne, e dato che sono nate di donne. Non ne farei una legge generale. Ci sono state grande mistiche donne, ma c’è anche San Giovanni della Croce. Ben vengano scoperte di altre esperienze incarnate ignote. Ma che bisogno c’è di generalizzare? Non è vero che tutti gli uomini sono falsi, ipocriti, mentitori, egoisti. Non mi va di dire che sia una prerogativa maschile».
Giusto, non generalizziamo mai, nel bene e nel male. E non diamo per scontata la nostra esperienza, il nostro modo di vivere e vedere le cose. La parola magica è, ancora una volta, “empatia”. Anche quella con la natura – che, ci dice Laura Boella, in realtà è nata nel ‘700, come riflessione consapevole, prima dell’empatia inter-soggettiva, insieme all’empatia per l’opera d’arte.
Il suo prossimo libro probabilmente affronterà questo tema. Arrivando magari anche ai suoi risvolti paradossali: «Si può empatizzare con un virus?». Conveniamo che è meglio farlo a distanza, mentre passeggiamo davanti alla Statale, dove transita una folla di giovani esseri umani, insieme a una moltitudine di organismi invisibili. Torniamo verso la storica Libreria Cortina, dove Laura Boella ha lasciato la bici legata con un catenaccio spesso e pesantissimo. Chissà perché, mi viene in mente quell’hadith musulmano che dice: “Abbi fiducia in Allah, ma lega il tuo cammello”. Che al di là dell’ironia pedestre, nasconde anche un significato spirituale e filosofico: Allah (o chi per lui) non ha mani, tocca a noi fare ciò che è giusto, sen sato, necessario. Il fatalismo è pigrizia e ignoranza. Dopo di che sta nei limiti delle cose umane che qualcosa possa andare storto, bisogna abbandonarsi alla “sua volontà”, e possibilmente fare meglio la prossima volta.
Laura Boella ha insegnato fino al 2019. Le chiediamo se le capita di essere riconosciuta e salutata dai suoi ex-studenti. «Mi capita di incontrarli nei posti più strani, anche perché la filosofia non dà grandi opportunità di lavoro. Ne ho incontrato uno di recente in un negozio di abbigliamento, anche nell’ufficio del Catasto. Una volta un agente immobiliare mi ha detto che aveva seguito un mio corso».
In effetti non ci dispiacerebbe incontrare un immobiliarista con un debole per la filosofia morale. Anzi, la filosofia morale andrebbe inserita nel curriculum di tutte le professioni (a partire dalla politica). Magari con esercitazioni pratiche di empatia.

