19 anni, Maturità appena finita, una vita intera davanti, tutta da immaginare. E lui cosa fa? Decide di percorrere le Alpi dal Mar Ligure all’Adriatico. 81 giorni di cammino tra boschi e ghiacciai, cime e alpeggi, con gli amici che si danno il cambio, tappa dopo tappa, accompagnandolo nella traversata.
Voglia d’impresa? No, piuttosto il bisogno di capire, di stare in mezzo alla natura “senza reti”, nella durata, anche nelle difficoltà. Non un esercizio fisico, ma quasi filosofico. Un’iniziazione. Fatta di fatica, movimento, mani che arrampicano, piedi che affondano nella neve, sole, pioggia, nebbia. Perché è così che si impara. E magari si scopre che il bello della vita non sta nelle cose facili e sicure, che la natura ha tante cose da insegnarci, che se ci siamo persi (come persone o come società) possiamo anche ritrovarci, una volta che abbiamo re-imparato a convivere con il limite, il mistero, l’imprevisto.
Franco Michieli, in un certo senso, (ri)nasce lì. Oggi lo conosciamo come esploratore e autore, come geografo ed esperto di montagna. Oggi è forse il massimo esperto di orientamento in Italia (e non solo), anche perché ne gli anni ‘90 ha deciso di viaggiare senza bussole, mappe, orologi, e soprattutto senza Gps. È così che nel suo Andare per silenzi (titolo di un libro pubblicato da Sperling & Kupfer nel 2018) ha scoperto La vocazione di perdersi (un piccolo saggio essenziale, proposta da Ediciclo nel 2015). Ha capito che una via alla fine si trova sempre, anche se magari non è quella che avevi programmato in partenza, facendoti scoprire cose nuove.
Di aneddoti ce ne sarebbero a decine. Qualcuno lo racconteremo, ambientato nelle vastità nordiche, in lunghe giornate trascorse muovendosi nel nulla, e trovando puntualmente “la strada giusta”. La morale è che Per ritrovarti devi prima perderti, come spiega già il titolo dell’ultimo libro (sempre Ediciclo editore), che riassume la sua filosofia ma è anche un guida tecnica su come orientarsi usando il sole, la luna, le stelle, il vento, le for me della terra, l’ascolto del mondo (!), l’empatia (!!). E che chiarisce quanto questo esercizio fisico sia anche fondamentale per il nostro stare nel mondo, perché «le motivazioni che stimolano a recuperare il “senso dell’orientamento”» non riguardano solo l’ambiente naturale, ma anche «l’interiorità e le relazioni presenti nel contesto quotidiano». Saper distinguere e interpretare è il «fondamento della libertà», aiuta a non subire passivamente le «vie predisposte da altri», allena a non cadere vittima di «sentimenti di inadeguatezza» o all’opposto nella «cieca fiducia in qualunque sciocchezza propagata», soprattutto sui social media. Ci vuole meno virtualità e più serendipity, che è quel misterioso meccanismo per cui ti capita di trovare una cosa senza neanche sapere che la stavi cercando.

Incontro Franco Michieli in Val Camonica, nella sua Bienno, uno dei “borghi più belli d’Italia”, dove vive da 28 anni. 3.800 abitati, 445 metri di altezza, un nucleo medievale fatto di stradine che si inerpicano tra case di pie tra, chiese affrescate, cortili pittoreschi e la memoria delle antiche fucine che ne fanno un museo all’aperto.
Un esploratore non si può intervistare al telefono o chiusi tra quattro mura. Ci incontriamo alla periferia del paese e lui appare così come te lo immagini: barba folta, camicia a quadri, scarpe sportive, zaino in spalla, sorriso sulle labbra. Sempre pronto a partire. Anche se l’emergenza sanitaria lo ha costretto a fermarsi per un po’. Un po’ troppo. E infatti non vede l’ora di tornare a viaggiare.
«Sono nato a Milano, sessant’anni fa, ma sono sempre stato legato alla montagna. La mia nonna paterna era delle Dolomiti, di Agordo. Avevano due casette vicino a un al peggio a 1800 metri. E mio papà, quando avevo 3 anni, è riuscito a costruire una specie di bivacco, 4 metri per 4, in cui c’era tutto il necessario. Fin da quando sono nato passavamo del tempo in questo ambiente, senza elettricità, senza telefono, dove si arrivava solo a piedi. Praticamente è dalla primissima infanzia che ho assorbito lo stare all’aperto».
Poi c’è sua moglie, che avrebbe anche lei molto da raccontare. Forse qualcuno ricorda la storia della prima donna guardiaparco in Italia. «Anche Giovanna è nata a Milano, si è laureata in Scienze forestali e subito è di ventata guardiaparco al Gran Paradiso. Era il 1985. Dopo ha lasciato quel posto per venire in Val Camonica a fare il tecnico forestale. Oggi faremmo molta fatica a tornare in città».
Prendiamo un sentiero in salita, naturalmente, sulla collina che porta alla statua dorata di Cristo Re, 8 metri (e mezzo) di altezza per 8 metri di apertura braccia, rivolte verso la valle. Gli chiedo della sua “iniziazione” all’avventura, narrata nel libro L’abbraccio selvatico delle Alpi (Ponte alle Grazie, 2020). «L’estate precedente avevamo già passato tutte le vacanze in giro per le Alpi, una cosa classica. Ma io volevo eliminare le interruzioni tra un’escursione e l’altra, capire cosa sarebbe successo nella durata, restando nell’ambiente della montagna».

Fare la traversata in modalità alpinistica, dormendo all’aperto e senza fornello, era una cosa decisamente originale per quei tempi. «Avevamo l’attrezzatura da ghiacciaio e da arrampicata non difficile: corda, picozza, ramponi, imbragatura, cordini e moschettoni. Per fortuna ce li avevamo già fin dalla spiaggia di Ventimiglia, perché ci sono serviti dal primo giorno: abbiamo dovuto fare delle calate su una scogliera sopra al torrente Roia».
Il compagno di banco, Andrea, che avrebbe dovuto viaggiare con lui, approfittò dell’occasione improvvisa di andare in America e partecipò solo alla prima settimana. Allora Franco Michieli si organizzò per condividere l’impresa con altri amici. «A volte arrivavo in un paese e, usando una cabina a gettoni o il telefono di un bar, chiamavo l’amico che aveva ipotizzato di essere libero nel periodo successivo. Ci si dava un appuntamento in un certo luogo e ci si trovava sempre».
Domanda: fu una sfida, una prova d’abilità, oppure una fuga, un tentativo di rimandare l’entrata nel “mondo adulto” degli obblighi e delle responsabilità? «Era soprattutto una ricerca. C’era un’esigenza fortissima di mettere alla prova il rapporto con la natura e con le montagne. Avevo cominciato a intravvedere situazioni in cui la natura dava delle risposte impreviste e volevo approfondire soprattutto questa relazione. Ovviamente avevamo studiato Leopardi e vari filosofi…». Inevitabilmente il pensiero va a “Into the Wild”. «Ma io sapevo che sarei tornato. E poi non ho mai pensato di riuscire a sopravvivere in modo selvaggio. Semmai volevo trovare qualcosa che fosse utile per modificare il nostro stile di vita. Alla base c’era un sentimento, una specie di vocazione, che avevo fin da bambino: il riconoscimento del valore della natura. Quando ero piccolo soffrivo nel percepire i soprusi dell’uomo sulla natura e sugli animali. Alle elementari prendevo l’atlante e le carte geografiche e sognavo di conquistare una terra dopo l’altra per proteggerla dall’uomo».

La passeggiata è breve. Arriviamo in cima, ci godiamo la vista della valle a 360° e poi ci sediamo all’ombra della statua, perché siamo a ottobre ma sembra quasi luglio e il sole picchia. Gli chiedo dei suoi studi e delle sue passioni, che in qualche modo traspaiono dalla bibliografia del libro, visto che accanto ai testi scientifici e ai racconti di viaggio si citano anche Dante Alighieri, Hermann Hesse, Werner Herzog e Omero.
«Subito dopo la traversata delle Alpi avevo cominciato Geologia, ma con molti dubbi, perché ero anche appassionato di let teratura. C’era la natura, però c’era anche la voglia di saperla raccontare. E alla fine mi sono laureato in Geografia. Non ho mai visto l’avventura in montagna come una cosa di settore, una disciplina, anche se all’inizio la vivevo un po’ più sportivamente. Al liceo facevo atletica leggera, correvo i 3000 siepi (anzi i 2000, quando ero ra gazzo) ma la passione per la montagna era troppo grande e non potevo più fare agonismo. Dopo ho continuato a correre sulle montagne, ma non “per sport”, per il piacere del movimento naturale, la sua bellezza». Il problema, a quel punto, è diventato il rientro. «Anche le esperienze più estreme nella natura, per chi ha questa passione, sono più facili del ritorno. La traversata può essere molto impegnativa, ma quando si rientra, si rischia di non ritrovarsi più, di non riconoscersi. Non trovi più stimoli, incentivi».

Parliamo di un ragazzo che dopo aver attraversato le Alpi a 19 anni, a 20 anni ha percorso i Pirenei dal Mediterraneo all’Atlantico insieme a due amici e a 21 ha finalmente dato sfogo alla sua attrazione per il grande Nord, attraversando tutta la Scandinavia in bicicletta, senza farsi mancare delle “puntate sulle montagne”.
E che dire della traversata integrale a piedi della Norvegia durata 150 giorni, a 23 anni? Verrebbe da pensare che per fare cose del genere bisogna anche avere mezzi economici. «In realtà sono sempre stati viaggi estremamente sobri. Si raggiungeva il luogo con l’Interrail, dormivamo sempre in tenda o all’aperto, bivaccando fuori, e compravamo da mangiare in negozietti. Le giornate passate in viaggio costavano meno di quelle passate a casa. E comunque subito dopo le Alpi avevo cominciato a tenere conferenze di montagna, girando il Nord Italia. A un certo punto facevo anche trenta serate all’anno e con quell’attività pagavo i viaggi. Avessi fatto delle spedizioni classiche, l’Himalaya, l’Antartide, non sarebbe stato sostenibile, sarebbero serviti dei capitali diversi e quindi delle sponsorizzazioni. Facendo in quel modo invece sono rimasto indipendente. Per me era importante anche come messaggio: si può fare con poco. E allo stesso tempo, meno mezzi si hanno più autentica è l’esperienza».

Arriviamo al dunque. Il viaggio senza strumenti. Che agli occhi di un profano può anche sembrare una follia, un rischio eccessivo. E che invece è la sostanza dell’avventura e dell’esplorazione, la sua anima. «Questo modo di viaggiare l’ho ideato molto tempo dopo, negli anni ‘90. Ma i primi pensieri sul fatto di perdersi e ritrovarsi erano nati già negli anni di fine liceo. Ci si muoveva anche col maltempo e cominciavamo ad apprezzare tutti i tipi di condizione meteo. A quel punto si perde la distinzione tra “brutto tempo” e “bel tempo”. Nel “maltempo” ci sono mutamenti di paesaggio straordinari, aperture e chiusure molto più emozionanti, vivi sentimenti fortissimi e ti rendi conto che la bellezza del paesaggio dipende da questo alternarsi di condizioni diverse. Nella traversata delle Alpi, soprattutto nella seconda metà, ci siamo mossi tra piogge, nevicate sulle cime, tormente, nebbia fittissima, si vagava sui ghiacciai senza più tracce, ma abbiamo imparato a dare fiducia alla possibilità di trovare la strada giusta, o di “essere trovati”».
Ecco il concetto essenziale, che è anche filosofico e poetico. Il viandante non è colui che cerca la via, ma che si fa trovare dalla via. «L’ho sperimentato tante volte, anche in modo molto forte, ed è diventata la cosa più importante da raccontare. Penso che sia una cosa presente nella vita di ognuno, oltre che in tante culture e tradizioni». “Perdersi per trovarsi” è anche un concetto tradizionale dell’esperienza mistica, spirituale. «Certo, è così. Siddharta è un libro che leggiamo tutti da giovani e che lascia sempre il segno… Sì, questa esperienza ha anche una dimensione spirituale, che può esistere a livello solo teorico (e puoi identificare con la provvidenza, il karma o quello che vuoi), ma sperimentato concretamente, fisicamente, ha una forza diversa. Non è una cosa che sto pensando, è una cosa successa tante volte e anche in modo clamoroso. È questo che cambia la percezione: accetti di poterti perdere, quindi la necessità di stare nel dubbio, me nella fiducia che poi accada qualcosa per cui riesci a ritrovarti».
Ci facciamo raccontare uno di questi episodi tra i tanti possibili. Ambientato in Islanda, dove ci sono luoghi va sti e uniformi. Qui, nel momento in cui sparisce la visibilità, si vede solo il terreno sotto i piedi.
«Nel 2001, con due amici, abbiamo fatto un giro con gli sci tirando la nostra slitta. Era volutamente un vagabondaggio: abbiamo deciso di entrare da nord, dove c’è un villaggio che si chiama Reykjahlid, sulla Ring Road, con viveri per venti giorni e il carburante per sciogliere la neve, e siamo andati verso l’interno, il cuore dell’isola, nell’Ódáðahraun, il più grande deserto lavico dell’Islanda. Dopo una settimana di maltempo, ci è capitata una tormenta molto lunga, che rendeva impossibile muoversi, e ci ha costretto a star fermi per tre giorni in tenda mentre fuori si accumulava sempre più neve. Uscendo, si veniva ricoperti nel giro di due-tre minuti. Ma abbiamo notato che di notte calava il vento e così la quarta notte siamo ripartiti. Eravamo senza mappe, senza bussole, senza orologio. La nebbia era quasi continua, ma c’erano tratti con dei sassi: se riesci a traguardare da un sasso all’altro, se non altro tieni una direzione.
Erano passati undici giorni in questa situazione e abbiamo cominciato a tornare indietro. A un certo punto la nebbia si è aperta per un attimo e abbiamo visto un bassopiano a distanza, che ritenevamo fosse il nordest, verso la strada. Soffiava un vento che sembrava venire da est, e quando il cielo si è richiuso ci siamo fatti guidare proprio dal vento, tenendolo a 45° dietro di noi. È un sistema di orientamento tipico dei popoli artici: loro hanno il parka, con la pelliccia a pelo lungo intorno al cappuccio, che si piega secondo la direzione del vento. Quel giorno era tutto bianco, eravamo nel vuoto più assoluto. Quando, per un attimo, un mattino, abbiamo intravisto il tondo del sole che traspariva nella nebbia, indivi duando il sud-est, abbiamo capito che il vento aveva girato di circa 180° senza che ce ne fossimo accorti. Stavamo tornando indietro. Ma alla fine abbiamo ritrovato la via. Di più: ci siamo resi conto che il vento ci aveva condotto a nostra insaputa all’imbocco della via migliore esistente nel deserto per rientrare al villaggio! In queste situazioni bisogna sempre fermarsi, riflettere, dare valore alla pazienza. Infine, arriva la rivelazione».

La domanda che tutti si fanno è: perché mettersi in pericolo?
«Influisce moltissimo la concezione odierna del rischio. Questo imperversare della politica della sicurezza, che in realtà è un grande pericolo, perché confonde la prudenza, le precauzioni, con il volersi sentire assolutamente sicuri e col fatto che ci debba essere sempre qualcuno responsabile di ciò che ci accade. Si pretende che vangano annullate le incognite normali dell’universo. Un obiettivo impossibile. Così non facciamo altro che tirarci indietro da esperienze che ci farebbero crescere, che ci darebbero una visione del mondo più realista, più vera».
Ma non abbiamo costruito una civiltà anche per sentirci più sicuri? In fondo viviamo di più e meglio.
«L’inganno sta nel fatto che noi vediamo gli effetti sul breve periodo rispetto a quelli che sono i tempi della Terra. Non ci accorgiamo di come stiamo modificando l’ambiente e le nostre capacità di affrontare gli imprevisti. Lo storico Harari chiama le varie rivoluzioni tecnologiche “trappole”. Fin dalla prima, quella agricola, che ha portato a una crescita molto forte della popolazione da cui non si poteva più tornare indietro e ha generato la divisione della società in classi. Un sistema che per una parte cospicua della popolazione non ha rappresentato un vero miglioramento delle condizioni di vita. Il cacciatore-raccoglitore faceva paradossalmente una vita meno dura rispetto a quella delle successive società stanziali, con dei rischi in più, certamente, ma anche più in armonia con l’ambiente. L’ultima rivoluzione, quella digitale, ci sta staccando dal reale: saremo sempre più incapaci affrontare le difficoltà che arriveranno dalla natura, perché comunque noi siamo dei corpi».
Quindi dici che per avere una maggiore sicurezza e longevità individuale abbiamo sacrificato il benessere collettivo?
«Il tempo di risposta della natura è più lungo delle nostre vite e delle singole civiltà. Siamo a soli 11 mila anni dalle prime rivoluzione agricole. Per la natura è pochissimo. E sono solo 2-300 anni dalla rivoluzione industriale. Per non correre rischi individuali, si accetta un rischio globale. Ce la prendiamo con i singoli che non ci avrebbero avvisato dell’arrivo di un’alluvione e non agiamo sulle cause che determinano l’alluvione. Il nostro cervello, adatto a rapportarsi con i fenomeni intensi della natura, adesso deve confrontarsi con cose impalpabili, invisibili, teoriche, anche troppo estese, nella virtualità. Tutti siamo soggetti a un certo tipo di squilibrio per questo». Ecco perché quando siamo in mezzo alla natura ci sentiamo rinascere. «Anche dopo un cammino semplicissimo (quello di Santiago, ad esempio) la gente si sente trasformata, gli sembra di ritrovare la vita e se stesso. È un ritorno al reale. Tutti raccontano il trauma del rientro e la voglia di ripartire appena possibile».

Quali sono i viaggi più memorabili, tra quelli che hai fatto?
«Tra le pietre miliari, oltre alla traversata delle Alpi e della Norvegia, c’è quella dell’Islanda fatta a 29 anni, dalla costa Est alle penisole di Nord-Ovest, attraversando tutto l’interno, tra cui il ghiacciaio Vatnajökull. Sono partito con un zaino da 35 chili e io ne pesavo 60, poi sic come il cibo era razionato, dimagrivo. Quella è stata una cosa quasi psichedelica. Era come camminare in mezzo al mare, da un orizzonte all’altro c’era solo bianco. Una fatica incredibile, una fame!»
E la prima senza strumenti?
«Nel ‘98. La traversata della Lapponia senza mappe. Ma avevo diciassette anni di esperienze alle spalle».

Ci spieghi il perché di quella scelta?
«Il primo motivo è che ero così abituato a inventare percorsi sulla carta topografica, che ormai guardare la carta era un po’ come immaginarsi già il paesaggio. Di ventava una cosa scontata, ripetitiva. Non c’era più il gusto della scoperta. Il secondo motivo è la nascita del Gps. Conosciuto durante la prima Guerra del Golfo, quando gli americani usavano il sistema satellitare per centrare gli obiettivi, negli anni seguenti l’hanno reso disponibile per usi civili. Ed è stato subito proposto ai grandi dell’avventura. Poi è diventato di uso comune. Io avevo imparato che è l’incertezza della strada a far capitare tutte le cose più interessanti. Se non hai strumenti, ti metti in relazione con un ambiente in quattro dimensioni, non con una linea.
Il Gps ti dà una traccia da seguire e ti avvisa se sei fuori percorso. Mentre se non hai il sentiero segnalato devi guardarti intorno e capire, e intanto il tempo scorre, ci sono eventi e fenomeni che si succedono, devi interpretare le varie dimensioni per trovare la tua rotta. Mi sembrava una perdita davvero grossa per l’uomo. Allora ho deciso di tenere in vita questa esperienza. A quei tempi andava di moda Sector No Limits. Ecco, l’idea era ritrovare il limite».
Gravissima perdita della nostra cultura, quella del limite. Eppure veniamo da lì, dai greci.
«Nelle avventure di Ulisse, spesso succedono disgrazie per ché ci si è dimenticati di sacrificare agli dèi. Ulisse viene respinto e continua le sue peregrinazioni perché i suoi compagni si dimenticano del limite, il rispetto per qualcosa di più grande. Lo abbiamo perso anche nelle cose più banali, i piccoli piaceri. Se non ti dai un limite, non puoi avere ne anche una meta ideale. Si tratta di una ricerca interiore personale che ha anche un valore universale. La considero una ricerca al pari di quella della filosofia o della scienza, con un altro metodo, utilizzando l’esperienza umana».

È ora di scendere. Gli chiedo se davvero questa prati ca-filosofia è alla portata di tutti. «Come scrivo alla fine del libro, bisogna partire dai dintorni di casa, magari imboccando qualche viottolo mai preso. Si comincia dall’esperienza di ciò che si ha. Il nostro cervello non ha una struttura diversa da quella dei cacciatori-raccoglitori. È la parte culturale che è diversa. Bisogna un po’ immergersi».
Mentre torniamo verso il paese, mi guardo intorno e mi rendo conto di quanto sia astratto il nostro modo di rapportarci all’ambiente circostante. Ci sono alberi, strade, profili di montagne, un percorso prestabilito dentro un orario programmato. Poi, se provi a esercitare uno sguardo più consapevole, focalizzato e allo stesso tempo aperto al rapporto con l’ambiente, ecco che le cose si ani mano: l’albero ha quel colore e quella forma, anche una storia e un nome, noti i dettagli, percepisci la ricchezza di forme, colori, odori e le sensazioni che suscitano, e ti ritrovi dentro un mondo molto più ricco, in cui sei legato a tutto e il tutto comprende anche te.
Franco Michieli ama parlare di empatia: «È uno strumento che permette di relazionarsi, di collaborare. Lo specchiarsi in un altro essere. Per ottenere una collabora zione da parte dell’ambiente è importante essere empatici. Se piove, vediamo di capire cosa ci dice questa pioggia, invece di lamentarci. Vediamo dove ci porta quella salita, cosa mi racconta quel pendio. Anche le tracce degli ani mali sono importanti, magari per scoprire che lì c’è un passaggio utile. Sentire questa sorta di immedesimazione reciproca. Orientarsi non come atto individualistico, ma come forma di collaborazione, dentro questo trovare ed essere trovati dalla strada. Tutto quello che abbiamo intorno contribuisce a ciò che siamo e che facciamo».
Ci sono tanti punti di vista sul mondo quanti sono gli esseri viventi, non c’è solo il nostro modo di stare in mezzo alle cose. Bisognerebbe ritrovare la connessione che abbiamo perso per strada, nel nostro forsennato individualismo e nell’atomizzazione della società. Imparare a stare in mezzo alla natura in un certo modo, è una cosa che si può anche imparare.
Franco Michieli collabora con la Compagnia dei Cammini, condivide esperienze anche a due passi da casa sua e tiene seminari all’aperto con l’associazione Movimento Lento. Poi c’è l’apertura al mistero, oltre che all’imprevisto. Spesso Franco Michieli è andato in Perù, formando guide locali e collaborando con l’Operazione Mato Grosso.
Bellissimo il ricordo di quella volta nel 2015 in cui sco prirono una sorta di villaggio megalitico, scoperta poi approfondita due anni dopo e che aspetta ancora di essere portata a termine. «Era una valle chiusa, circonda ta da pareti di roccia, sotto massi giganteschi. Stavamo esplorando il territorio in quota 4700 metri e abbiamo trovato una cresta di granito che impediva l’accesso. Non riuscivamo a trovare un passaggio, ma quando stavamo per abbandonare l’idea, come accade sempre, abbiamo intravisto una specie di canale cengia che attraversava la parete, un passaggio incredibile, in mezzo alle placche. Arrivati sul fondo abbiamo trovato delle dimore antichissime». Con sorpresa finale: «Mentre tornavo su, a un certo punto decido di scattarmi una foto, e davanti agli occhi, proprio lì dove mi ero fermato “per caso”, vedo un omino dipinto, una pittura preistorica. Era una specie di sciamano, forse un segnavia del passaggio segreto verso il villaggio».
Che luogo straordinario è il mondo, quando hai il coraggio, la curiosità e l’umiltà necessari a esplorarlo!


