E se alla base di tutto ci fosse la Coscienza? Scritta con la lettera maiuscola, per non confonderla con quell’altra, di cui tutti facciamo esperienza in ogni momento, ma che abbiamo ridotto a un effetto casuale dell’evoluzione, un ulteriore elemento di separazione (io e gli altri).
In realtà le due cose corrispondono, pur su due piani diversi (individuale e universale). Motivo per cui questa intuizione – che come vedremo non è solo un’idea, un’astrazione filosofica, ma il frutto di un’esperienza – risulta decisiva per rispondere alle grandi domande della vita.
Ipotizziamo che la Coscienza sia «tutto ciò che è». Per la precisione «un unico campo di Coscienza che è completamente non-fisico e immateriale», ma che «allo stesso tempo è tutte le cose, e queste cose sono prospettive all’interno della Coscienza che guarda il suo Sé da punti di vista infinitamente differenti».
Si presenta così l’affascinante teoria del neuroscienziato Tony Nader, certamente rivoluzionaria, ma perfettamente in linea con lo sviluppo del pensiero contemporaneo: la scienza, dopo aver compreso che la materia in realtà non è altro che energia, andando alla ricerca di una teoria che possa unificare le “leggi fondamentali”, è arrivata a ipotizzare, a livello quantistico, l’esistenza di un “unico campo unificato”.
Qual è il costituente fondamentale di questo livello della realtà, in cui sembrano dominare la casualità, l’incertezza, la non-località? L’ipotesi è che abbiano ragione i Veda, i testi sacri dell’India, quando parlano di un “campo di Coscienza” all’origine di tutte le manifestazioni della realtà.

L’intuizione nasce da un incontro, quello tra il medico libanese Tony Nader e un fisico indiano, diventato monaco sull’Himalaya e poi maestro e punto di riferimento per milioni di persone, grazie alla Meditazione Trascendentale: Maharishi Mahesh Yogi.
Un incontro folgorante, paradossale, visto che Nader, nel bel mezzo di una guerra civile, alla prese ogni giorno con il dolore delle persone che incontrava nel pronto soccorso in cui lavorava, vide quest’uomo in tv che diceva: «Lo scopo della vita è l’espansione della felicità. La vita è beatitudine e la sofferenza non è necessaria». Quasi una provocazione.
Chi conosce la storia della MT (Meditazione Trascendentale) sa quanto siano state fatali quelle parole ascoltate da uno schermo televisivo. La scoperta che l’esperienza di pienezza, beatitudine, pace imperturbabile di cui parlano cercatori spirituali, maestri, santi, non fosse per forza il frutto di un’ascesi mortificante, di una fuga dal mondo, ma «un diritto di nascita per tutti». Attraverso la meditazione, spiegava Maharishi, si può fare esperienza della “pura Coscienza” in modo semplice e naturale, andando in profondità nel pro prio sé interiore, trascendendo l’attività della mente.
Nader racconta così la sua prima esperienza meditativa, ripetuta poi innumerevoli volte: «Ho sperimentato che la mia mente si assestava in un luogo che non avrei mai immaginato possibile. Nessun pensiero, nessuna immagine, nessuna paura, nessun confine, nessuna preoccupazione – solo puro essere, puro profondo silenzio interiore, pace interiore, ma con una vigilanza illimitata, un risveglio senza limiti (…) Mentre fluttuavo in quella serenità, tutto svaniva, ma allo stesso tempo non mancava nulla».
I benefici che la meditazione apportò nella sua esperienza quotidiana furono così profondi che decise di dedicare tutta la propria vita a questa scoperta, mentre si formava ad Harvard e al Massachusetts Institute of Technology, fino a collaborare direttamente con Maharishi e ad essere scelto come suo successore. Uno scienziato si è così ritrovato alla guida del movimento nato per portare la Meditazione Trascendentale in ogni angolo del mondo.

Il libro Un oceano illimitato di coscienza (edito in Italia da Armenia, pubblicato per la prima volta nel 2021) è il frutto di tanti anni di meditazione e di ricerca scientifica, di studio della mente umana e dei Veda. Un intreccio intrigante e illuminante – con una sua logica, una ragionevole plausibilità, ma anche la capacità di far appello a un altro tipo di conoscenza – che ambisce a proporre un vero e proprio cambio di paradigma. Partendo dalla convinzione che l’approccio riduzionista di tanti scienziati ormai abbia fatto il suo tempo: l’idea della coscienza come un prodotto della fisiologia, una proprietà emergente, è solo il frutto degli «“occhiali” che indossiamo», il dogma per cui «il campo fisico o materiale è ciò che è reale».
Nader attraversa la storia della filosofia e della scienza per raccontare come siamo arrivati alla possibilità di formulare una “teoria del tutto”, che riesca a includere anche la gravità dentro la “grande unificazione”, in cui sono comprese l’elettromagnetismo (magnetismo ed elettricità) e le forze nucleari (debole e forte).
L’universo materiale è stato definitivamente decostruito dalla ricerca scientifica, anche se questo straordinario sconvolgimento fatica a entrare nella percezione del senso comune (e, all’opposto, rischia di diventare un gingillo new age). Come diceva il fisico e matematico James Jeans già nel 1934, «in generale l’universo mi sembra più vicino a un grande pensiero che a una grande macchina. Potrebbe benissimo essere che ogni coscienza individuale debba essere paragonata a una cellula cerebrale in una mente universale».
Non viviamo più nel mondo meccanico che aveva ipotizzato la scienza ottocentesca, per questo dovrem mo anche abbandonare i nostri vecchi modelli che legano la coscienza alla materialità del cervello. Per dirla con il biologo premio Nobel George Wald: «La mente, invece di emergere come un’escrescenza tardiva nell’evoluzione della vita, è sempre esistita come matri ce, sorgente e condizione della realtà fisica».
Forse il concetto di “campo” non è così immediato per tutti, ma è fondamentale per capire la direzione in cui si sta orientando la nostra conoscenza. Dovremmo smetterla di pensare a una realtà fatta di particelle, per quanto sempre più piccole. «Gli elettroni non sono che eccitazioni di un campo sottostante», come scrive il premio Nobel Franz Wilczek.

Tutto dipende da cosa e come guardi, a quale livello della realtà presti attenzione: c’è la nostra esperienza sensoriale, che vede oggetti solidi e cose materiali; ci sono gli elementi di cui è fatta la materia, le particelle che si combinano tra di loro; e poi ci sono i campi quantistici, che è impossibile vedere per noi che viviamo «solo nella diversità, il campo “relativo”».
L’idea base di Nader è che esista «un campo unificato, una singolarità» che è un «puro campo di Coscienza», di cui peraltro si può fare esperienza nella meditazione. In questa prospettiva torna ad essere di attualità l’antica tradizione vedica, con le sue «tecnologie pratiche per lo studio, la comprensione e l’applicazione della Coscienza».
Anche perché, come abbiamo ormai capito, grazie ai paradossi della fisica quantistica, l’osservatore in realtà modifica la realtà osservata, tanto che John Wheeler propone di chiamarlo “partecipante”, dentro un «universo partecipativo». Come spiega, con una battuta, lo psicologo di Harvard Steven Pinker, «le domande che una volta erano confinate alle speculazioni teologiche e alle discussioni fra amici a tarda notte, sono ora all’avanguardia delle neuroscienze cognitive».
D’altra parte nessuno, fino ad oggi, è mai riuscito a spiegare neppure lontanamente come una fascio di neuroni «sia in grado di eseguire i milioni di calcoli che danno origine all’esperienza soggettiva di un individuo», così come alla Nona Sinfonia di Beethoven, l’Amleto di Shakespeare o il Large Hadron Collider.
Chi è impegnato in una ricerca interiore o porta avanti una pratica meditativa quotidiana, probabilmente ha fatto esperienza di quello che, a partire dagli anni ’70, viene chiamato “quarto stato di coscienza”, proprio grazie alle ricerche scientifiche promosse dalla MT. I primi tre sono quelli che tutti conoscono: veglia, sogno, sonno profondo. Il quarto è lo stato di turiya, per usare un termine della tradizione yogica, la combinazione paradossale tra una dimensione di grande riposo fisiologico (più profondo del sonno) e una tranquilla vigilanza, una consapevolezza espansa. È ciò che la MT definisce trascendenza, o coscienza trascendentale. La coscienza che sperimenta se stessa. La verità ultima dell’Essere, che si può chiamare Sé (con la maiuscola). Se voglia mo darne un significato religioso, si può chiamare anche “comunione con il divino”. La biblica “pace che supera ogni comprensione”.

È partendo da questa esperienza che Tony Nader – e non solo lui – propone di ribaltare i termini della questione, per dire che forse il cervello è solamente un «trasduttore di Coscienza», visto che la Coscienza «nella sua natura essenziale è oltre il cervello e oltre l’individualità. È il puro Essere illimitato, il Sé di tutto e di tutti, il campo unificato». E se è vero che la Coscienza è tutto ciò che è, pensieri, alberi, pianeti, universi, si spiegherebbe anche perché hanno così successo certi modelli della realtà prodotti dalla nostra mente. «La matematica riflette l’universo perché la complessità delle nostre menti, delle nostre fisiologie e dell’universo sono tutte all’interno dell’unica Coscienza. Ogni ramo delle scienze, delle arti e delle scienze umane riflette la dinamica delle leggi della natura».
Una visione estremamente suggestiva, che ha la virtù di andare oltre il dualismo che caratterizza tutto il nostro sapere, superando anche la tradizionale separazione tra lo spirituale e il materiale. In questo senso acquista un significato più chiaro l’idea (orientale) della realtà come un gioco, una manifestazione dell’unica Coscienza.
Nader ricorda quanto, in un tempo ormai lontano, fosse controintuitivo considerare la Terra in movimento intorno al Sole, visto che chiaramente, per i nostri sensi, era il Sole a muoversi intorno a noi. Le apparenze ingannano. Da una parte c’è il non-manifestato, la «Coscienza primordiale, una realtà immateriale, non-fisica, che esiste interamente in se stessa, autosufficiente, assoluta» e dall’altra ci sono «tutti gli aspetti fisici e materiali dell’universo manifesto che sono modalità di Coscienza».
Arrivati alla constatazione di certi effetti quantistici apparentemente assurdi, o a principi come quello dell’entanglement – il misterioso legame che permane tra particelle correlate anche se si trovano in luoghi diversi («tutto è collegato e influenza tutto») – siamo forse pronti a fare l’ultimo balzo verso l’idea del campo unificato come Coscienza, dentro cui sta anche la concezione degli universi paralleli («come le bolle dell’acqua frizzante, gli universi possono emergere da una realtà quantistica senza tempo»).
Partendo da queste premesse, il libro di Nader ci sprofonda in una riflessione che forse a qualche lettore potrà apparire fin troppo complessa, ma che farà la felicità di chi è allenato alla riflessione filosofica, scientifica e forse anche teologica. Per parlare di coscienza bisogna che ci siano un osservatore, un osservato e l’atto dell’osservare. Questa struttura tre-in-uno, «inerente alla natura della coscienza», in realtà «è la stessa Coscienza vista in tre prospettive diverse», e permette di rispondere a molte domande decisive (o perlomeno a provarci): la questione delle origini dell’universo, il concetto di nulla, il rapporto tra l’uno e i molti, la nascita dello spazio e del tempo, la generazione dell’identità individuale separata…
Il ribaltamento è davvero totale, un capovolgimento copernicano, perché «ciò che quasi tutti chiamano esistente e reale, cioè gli oggetti “concreti” del la vita quotidiana, sono concetti virtuali (se considerati come oggetti indipendenti senza un osservatore): non hanno una realtà indipendente. Sono concetti nella Coscienza», l’unica realtà assoluta.
Il processo per cui io vedo un fiore, deriva dall’incontro tra me, l’atto del vedere e il fiore. Io e il fiore siamo «solo due degli infiniti modi in cui la Coscienza guarda se stessa». Ciò che nell’immanifesto accade istantaneamente, a velocità infinita, nella nostra realtà manifestata si organizza secondo la dimensione del tempo, separando i «valori uguali ma opposti», generando innumerevoli «frammenti e modalità elementari di Coscienza, che si assemblano per formare pacchetti e modelli di coscienza più complessi e più sofisticati». Di là c’è l’eterno presente di cui parlano i mistici, un campo infinito di possibilità, di qua si creano “cose” separate, sé indivi duali, storie manifeste.

Nader non fa della metafisica. Il suo ragionamento ha un obiettivo ben preciso, quello di chiarire il senso del nostro stare al mondo. Noi abbiamo la nostra porzione di libertà, dentro i limiti stabiliti dalle leggi della natura e dal nostro pacchetto di qualità personali. Ma esiste anche la possibilità di «crescere nella coscienza» e quindi avere «una libertà sempre maggiore»: «abbiamo la possibilità di influenzare il nostro sviluppo, e quindi la nostra felicità e utilità per gli altri, scegliendo a quali possibilità prestiamo attenzione, quali potenzialità scegliamo di concretizzare».
Qui si apre il capitolo sugli stati superiori di coscienza. Di “illuminazione” si parla da sempre, in tutte le tradizioni, in ogni epoca (satori, nirvana, moksha, liberazione, realizzazione del Sé…) così come si parla modernamente di “esperienze di picco” o “stati di flusso”. Nella scienza vedica, così come l’ha divulgata Maharishi, si evocano addirittura sette stati. Oltre allo stato della trascendenza, il quarto (che permette di sperimentare la pura Coscienza), c’è la “coscienza cosmica” (a cui corrisponde un alto grado di coerenza cerebrale, un’esperienza di «illimitatezza, silenzio, beatitudine» di cui parlano anche grandi artisti, musicisti, scienziati, visionari), che può diventare “coscienza di Dio” (aprendo anche alla «percezione dei livelli sottili della natura», suscitando un amore travolgente), per approdare infine alla “coscienza di unità”, in cui «l’individuo percepisce tutto in termini di totalità. Tutto è veramente un oceano illimitato di Coscienza in movimento».
Notevoli le pagine in cui Nader cerca di spiegare le sue intuizioni sulla generazione della molteplicità, la piramide metaforica della Coscienza dispiegata, con le sue innumerevoli prospettive, che non sono illusorie, perché sono comunque “entità di Coscienza”, che strutturano il nostro universo e tutti gli universi reali o immaginari. «Sono gli atomi, le molecole, le montagne, gli alberi, gli animali e gli uomini, così come le idee, le finzioni, le figure mitologiche, le macchine, gli aerei e tutto ciò che può essere o sarà mai creato o immaginato. Ognuno di questi può avere una propria prospettiva, una propria capacità di percepire o sentire o sperimentare. Un elettrone percepisce il campo elettro magnetico. Una mela cade a terra come reazione alla gravità. Un albero allunga le radici come reazione al suolo. Un cane sente l’odore del cibo. I bambini corrono dai genitori. Tutti questi sono strati, livelli, sfumature e colori della Coscienza. La Coscienza non è più solo un oceano piatto e senza limiti, ma è anche le onde viste come se fossero separate dall’oceano, con ogni onda che ha la sua prospettiva».
Alla fine capiamo che l’entanglement non riguarda solo le particelle quantistiche, ma «è generalizzato a tutto il campo della manifestazione». Lo possiamo anche chiamare interconnessione, come fa il buddhismo. Capiamo che la libertà è strettamente legata al grado di consapevolezza (l’elettrone può solo ruotare in su e in giù) e che ogni azione ha una reazione uguale e contraria, anche se distribuita nello spazio e nel tempo (il campo insondabile del karma).
Andare verso la pienezza significa procedere verso una sempre maggiore autoconsapevolezza e autorealizzazione: «Il sentimento di felicità deriva dalla sensazione che il sé si espande». Lo possiamo fare usando l’intelletto discriminante, ma anche ricordandoci che «il sentimento dell’amore genera le forze di sintesi più forti. L’amore è il collante dell’universo». Ciò che chiamiamo male è ciò che dissocia e separa, è parte integrante della manifestazione, anche se «il processo distruttivo in sé non è necessariamente malvagio». Di sicuro però «la non violenza e gli approcci non distruttivi, anche di fronte al male, sono più evolutivi».
Fondamentale è la pratica della meditazione, che porta alla trascendenza, ovvero «l’esperienza più appagante e più evolutiva», dentro una realtà in cui la libertà di scegliere tra il bene e il male è strettamente legata alla possibilità che ci sia una manifestazione della Coscienza. «Possiamo allinearci con la sorgente di tutto ciò che esiste», come dicono maestri, profeti e mistici di ogni tempo. «Questo significa cedere il nostro piccolo ego all’Assoluto».
«Una pietra miliare», così scrive nella prefazione David Lynch (praticante della MT da sempre) parlando di questo libro che unisce scienza e spiritualità, vita e coscienza, visione cosmica e realtà quotidiana. Tony Nader apre prospettive letteralmente infinite, a partire dall’esperienza diretta che “tutto è uno”, dal «risveglio nel proprio essere più profondo». Non c’è spazio per il fatalismo, in questa prospettiva: «La visione del mondo presentata in questo libro evidenzia la piena responsabilità e la capacità umana di creare significato. Man mano che la Coscienza si eleva, possiamo creare, fare e disfare il nostro universo. Possiamo diventare padroni del nostro destino».


